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Un ideale ci deve esser caro soltanto perché è vero, e non perché è nostro.

BELINSKIJ
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, disposti in ordine cronologico.
 
 
di Ufficio Stampa (del 11/06/2007 alle 09:52:47, in Lettere Aperte, linkato 812 volte)

Sorvolando sul chiacchiericcio di piccolo cabotaggio che ruota attorno alla tornata elettorale, qui e adesso sento di dovere svolgere qualche riflessione sulle ragioni che hanno indotto noi del partito del sole nascente e la compagine Unità Socialista a partecipare alla competizione elettorale per il rinnovo del Consiglio comunale di Jesi con la lista “Laici, Liberali, Socialisti” e, poi, ad apparentarci, in vista del ballottaggio, con la coalizione di centrosinistra guidata dal Sindaco uscente Fabiano Belcecchi. La prima ragione è stata quella di dare concretezza, seppure localisticamente, al progetto che ha avuto in Bertinoro la sua culla e in personalità del calibro di Lanfranco Turci, Peppino Caldarola, Emanuele Macaluso, Enrico Boselli e via cantando i suoi ispiratori. Un progetto teso a creare in Italia, all’indomani della nascita del Partito Democratico, giammai alternativamente ad esso bensì concorrente e dialogante, un vasto polo socialista, liberale, laico, riformista, democratico capace di imprimere la corretta accelerazione al processo modernizzatore del paese. Ritengo che il risultato elettorale conseguito pari al 2,84% sia soddisfacente – soltanto una manciata di voti non ci ha consentito di guadagnare un seggio in Consiglio - e premiante dal punto di vista della buona accoglienza che l’elettorato ci ha riservato. Senza volere peccare di immodestia, mi piace affermare che avevamo visto giusto. Le ragioni, invece, che stanno alla base dell’apparentamento con la coalizione capeggiata da Fabiano Belcecchi sono di duplice portata. Intanto, è da dire che questa è la forza politica autenticamente di centrosinistra presente a Jesi. Dunque, soltanto con essa ci si poteva ragionevolmente rapportare nella prospettiva di realizzare l’accordo politico-amministrativo, effettivamente raggiunto alla fine di un’estenuante tour de force. Di conseguenza, avere avuto accolti nel programma di mandato l’articolata serie di proposte che conviene riportare, seppure sommariamente, cioè:

 a) Realizzazione di un nuovo asse stradale che colleghi le zone residenziali poste a Nord e al Centro della città con l’uscita ad Est;

b) Interventi sul PRG in materia di perequazione, di compatibilità tecnico-economica e di edilizia sociale;

c) Intervento mirato alla riduzione delle spese correnti del Comune;

d) Riconsiderazione della opportunità di mantenere alcune figure di alti dirigenti della P.A. legata al rapporto costi-benefici;

e) Interventi mirati a ridurre l’ICI sulla prima casa;

 f) Interventi volti ad incentivare l’acquisto della prima casa alle giovani coppie;

g) Riqualificazione del Corso Matteotti, del centro storico, dei borghi principali;

h) Realizzazione di un nuovo parcheggio in prossimità del Montirozzo ed ampliamento di quello “Zannoni”;

i) Iniziative in favore delle fasce più deboli della popolazione, degli anziani e delle famiglie con persone diversamente abili.

Dunque, la disponibilità dimostrata dal Sindaco Belcecchi e l’orientamento verso una rinnovata stagione politico-amministrativa che dia la precedenza assoluta alla necessità di attenzionare massimamente la città di Jesi, proiettandola verso un futuro più promettente, e il dovere di porsi al servizio dei suoi cittadini saranno il viatico che porterà alla vittoria Fabiano Belcecchi e con lui tutti noi che lo sosteniamo convintamene e seriamente.

*Segretario Regionale P.S.D.I.

 
di alb.tom. (del 06/06/2007 alle 14:59:45, in Lettere Aperte, linkato 803 volte)

Credo che con molta efficacia in questi giorni alcuni noti editorialisti su “La Stampa” e su “Il Corriere della Sera“ abbiano posto il problema di chiudere in via definitiva l’esperienza della cosiddetta “seconda repubblica”, se mai sia esistita e di “ ricominciare ” secondo le note di una famosa canzone di musica leggera di Adriano Pappalardo.
Da tempo il vento dell’anti-politica – pur avendo caratteristiche diverse da quello che contribuì a spazzar via la Prima Repubblica – ha ripreso a soffiare ed ora si manifesta con grande intensità puntando in primis sullo squilibrio tra i costi e l’efficacia della politica che tende a rappresentare il principale motivo del malessere dei cittadini.

Tale situazione ha trovato eco anche nelle prese di posizione delle varie autorità confindustriali nelle assise che recentemente si sono celebrate.
Forse andrebbe ricordato al nostro mondo confindustriale che non sempre hanno prodotto risultati felici gli appoggi dati a referendum di varia natura senza una visione generale di modifica degli assetti istituzionali e viceversa chiedersi se tali iniziative erano per avere una politica più forte o , meglio, partiti più deboli e quindi costruire un rapporto più forte contrattualmente con la politica.
Pertanto, anche Confindustria non può tirarsi fuori dal gioco delle responsabilità come pure le altre componenti imprenditoriali e i sindacati dei lavoratori, cioè le parti sociali nel loro complesso.

Non vi è dubbio che il forte astensionismo emerso, in particolare alle elezioni Provinciali,  nel voto
amministrativo del 27-28 maggio è un ulteriore elemento che conferma la contrarietà degli italiani nei confronti del governo Prodi e della contraddittoria maggioranza che lo sostiene, ma che segnala il crescente, pericoloso distacco dalla politica nel suo insieme.

Le decisioni del governo PRODI nella vicenda che contrappone il Vice-ministro Visco ed il Comandante Generale della Guardia di Finanza, così come analogamente si era visto nei confronti  del responsabile del SISMI nel caso Abu Omar, sono fatti assolutamente poco trasparenti che inducono ad una atteggiamento di scarsa fiducia nei confronti del Governo, ma che inducono a perplessità, se non chiaramente esplicitate, anche nei confronto di istituzioni demandate alla tutela delle garanzie democratiche e dell’eguaglianza di tutti i cittadini italiani.
Se a queste si aggiungono le note relative alla sostituzione del direttore dell’Agenzia ANSA Magnaschi e sempre più si sprofonda nel baratro delle ipotesi di “ spoil system “ allargato che investe tutti i settori della società che non si adeguino ai voleri del potere dominante al momento e soprattutto, anche in questo caso, in un settore delicato quale quello dell’informazione.

Segnalare i privilegi della classe politica, le dimensioni abnormi di una “macchina” che si è fatta nomenclatura, le storture e le inefficienze delle amministrazioni pubbliche, è opera meritoria nella misura in cui alla denuncia si accompagnano proposte tese a ridare ruolo e dignità alla politica, non a propagandarne qualunquisticamente l’inutilità.
Tale fenomeno, in realtà cela un ben più grave e strutturale problema: quello di un sistema politico ormai incapace di definirsi se non in contrapposizione all’avversario e che non è in grado di produrre governabilità, la materia prima di cui l’Italia ha più bisogno.
 
Per questo, dobbiamo ripartire dalla Assemblea Costituente.

Come già prospettato più volte in passato, dobbiamo ribadire con forza la necessità di chiudere definitivamente, e prima che qualche forza esogena faccia supplenza, la fallimentare stagione della “ cosiddetta Seconda Repubblica “ e di aprire il cantiere della Terza Repubblica attraverso il più alto passaggio istituzionale possibile – l’Assemblea Costituente – e la riforma della legge elettorale, avendo come obiettivo la costruzione di un sistema politico che ridisegni partiti e coalizioni sulla base delle idee per il progetto di una nuova Italia e non più sul logoro schema destra-sinistra e, peggio ancora, su quello pro o contro Berlusconi.
Il sistema che potrebbe consentire sia le aggregazioni che la governabilità potrebbe essere quello di tipo tedesco.
I riformisti del centro-sinistra  devono avere un sussulto d’orgoglio e riappropriarsi della loro funzione, chiudendo al più presto l’esperienza di questo Governo e ripensando l’idea di un Partito Democratico che deve porsi preventivamente in modo chiaro e preciso il problema del confine a sinistra, della sua cultura di governo e la sua collocazione nel panorama degli equilibri politici europei.

Nel contempo, i moderati del centro-destra devono uscire dal vetusto quanto inutile dibattito sulla leadership, ed aprire concretamente la strada ad un esecutivo di Grande Coalizione, premessa indispensabile per un cambiamento condiviso delle regole di voto, per la convocazione della Costituente con l’obiettivo di ridefinire la nostra pletorica architettura istituzionale e per fare alcune scelte di natura strutturale finalizzate ad aiutare il Paese a uscire dal declino.
 
Chi crede sia possibile transitare dalla attuale “ democrazia degli infelici “ ad una prospettiva diversa che preveda una soluzione nella quale il cittadino si senta meno povero e indifeso, e che superi il covato malessere impastato di impotenza, vuole credere in un sogno di futuro, anche se nessuno sa proporglielo e allora finisce per sfogare la sua rabbia in un voto che castiga i detentori momentanei del potere.
Bisogna quindi affrontare con determinazione volontà risolutiva almeno i seguenti urgenti problemi:
a - aumentare lo stipendio ai bravi e ridurlo ai lavativi;
b - controllare il territorio dello Stato senza lasciarne intere zone alle mafie e agli immigrati
      clandestini;
c – rendere la scuola e la sanità pubbliche più efficienti e selettive;
d - ridurre il debito dello Stato, la burocrazia borbonica e i costi della politica;
e – ridurre le emissioni inquinanti ed in questo ambito riconsiderare se giusta la scelta
     dell’abbandono dell’energia nucleare;
f – risolvere i conflitti di interesse;
g – eliminare e/o quantomeno ridurre a livello fisiolofigo l’evasione fiscale;
h – reintrodurre l’etica nella politica;
i – ridefinizione dei rapporti tra sfera giudiziaria e sfera politica;
 
Per la soluzione di detti problemi devono essere pienamente corresponsabilizzate le organizzazioni sindacali dei lavoratori, che a loro volta devono essere disponibili ad affrontare le seguenti questioni fondamentali:

a – corrispondenza della rappresentanza alla reale adesione singola di ogni lavoratore;
b – accettare l’applicazione degli artt. della Costituzione che li riguardano e/o procedere ad una loro
      modifica;
c – accogliere in via di principio che il merito non può essere discriminante negativa nella  
      valorizzazione del lavoro.
d - la valorizzazione del lavoro deve consentire di affrontare in termini moderni ed innovativi la
     struttura del “welfare state“.
Sono questioni che apparentemente non sono considerate né di destra né di sinistra, ma sono problemi che sono stati affrontati e già ampiamente risolti dalle socialdemocrazie europee.
Pertanto, anche in Italia si devono affrontare e risolvere in via prioritaria i suddetti problemi per rendere credibile la politica.

Il passaggio fondamentale è quello di creare un sistema fondato su regole democratiche, sia scritte che di prassi e non da occasionali e momentanee determinazioni che consentono a chi più è spregiudicato e a chi detiene transitoriamente un potere effimero, e non reale, di prevalere sull’altro.
Se così sarà, ancora continuerà la crisi della politica che finirà col paralizzarci, impedendo alle forze sane e produttive di prevalere su quelle parassitarie e demagogiche.

Pertanto, bisogna abbandonare vecchi e stantii meccanismi di creazione del consenso che corrispondono ad una organizzazione che vede la pubblica amministrazione quale erogatrice di sostegno ad esclusivo scopo assistenzialistico, bensì guardare ad un sistema garante dei diritti dei cittadini e che obblighi contestualmente al rispetto dei doveri in eguale misura e che trovi un supporto nelle parti sociali relativamente alla tutela e alla contemporanea disponibilità ad affrontare la questione del lavoro come elemento fondamentale e centrale della società sia in termini quantitativi che qualitativi.

I socialdemocratici non possono stare ancora in contemplazione di questo o quel risultato elettorale più o meno rilevante, ma devono guardare a questi obiettivi puntando a trovare le alleanze necessarie per risolvere questi passaggi fondamentali ed indispensabili per le prospettive di modernizzazione della nostra Italia.

Le percentuali che si registrano nelle varie tornate elettorali del PSDI, benché significative localmente, risultano complessivamente minime e quindi espressione di una testimonianza, ma non di una forza politica vera nella sua accezione generale.

La capacità di reagire e di ritrovarci come uomini uniti da un pensiero che SARAGAT ha avuto la forza ed il coraggio di nobilitare è stata ampiamente dimostrata in questi ultimi anni ed i risultati conseguiti, determinanti ai fini della costituzione del governo PRODI,  sono esclusivo impegno politico ed economico personale dei singoli militanti, ai quali va riconosciuto questo grande merito.
L’appoggio a PRODI  per il successo elettorale deve considerarsi un capitolo chiuso ed è necessario, invece, in futuro guardare esclusivamente agli interessi dell’Italia nella sua interezza restando coerenti con i principi della socialdemocrazia  europea e rispettando il pensiero di Giuseppe SARAGAT.

Oggi prevalente deve essere l’interesse ad operare per creare una aggregazione che porti da una costituente di tutti coloro che si riconoscono nel pensiero socialdemocratico e giunga ad una unione e/o federazione e/o convergenza di tutte quelle forze che si riconoscono nel PSE.
 
Chi guarda all’indietro perseguendo battaglie di retroguardia di natura esclusivamente simbolica e spesso ricorrendo alle aggressioni ed alle demonizzazioni ha scelto di rimanere al livello dei “giapponesi ancora dispersi nelle isole del Pacifico a continuare la seconda guerra mondiale” e , pertanto, non possono rappresentare alcuna prospettiva politica.

Il Presidente del Consiglio Nazionale del PSDI
Alberto TOMASSINI

 
di Ufficio Stampa (del 16/05/2007 alle 15:17:05, in Lettere Aperte, linkato 2367 volte)

Il compagno On. Dino Madaudo, già Sottosegretario di Stato, ci ha inviato una lettera aperta sulla figura di Mario Tanassi che pubblichiamo di seguito.

"Con immenso dolore ho appreso la triste, dolorosa notizia della scomparsa dell’indimenticabile Amico e compagno Mario Tanassi, Statista e leader indiscusso della Socialdemocrazia Italiana. Uomo di grandi qualità, onesto, leale e generoso; costretto a pagare un durissimo prezzo per vicende che non ha commesso. Mi sono onorato e mi onorerò sempre di essergli stato vicino e di avere condiviso e sostenuto la Sua posizione politica. Egli è stato sacrificato, senza appello, da una Corte Costituzionale politicizzata, per la maggiore parte composta da non Magistrati, che non ha più giudicato reati diversi dall’alto tradimento e dall’attentato alla Costituzione; mentre in Parlamento, dopo l’intervento di Giuseppe Saragat, in Sua difesa, l’indegno disegno politico è stato portato aventi, con spregiudicatezza da politici disonesti che, oggi, fanno le prove per professarsi Socialdemocratici. Da credente, sono certo, che la Giustizia Divina Gli abbia di già concesso la giusta assoluzione e che l’Onnipotente gli abbia aperto le porte del Paradiso. In questo particolare, doloroso momento mi stringo, spiritualmente, al fianco di tutta la famiglia, piangendo, unitamente a tutti i Socialdemocratici Italiani, la Sua dipartita. VIVA MARIO TANASSI, combattente per la salvaguardia e la difesa della democrazia italiana e dei diritti dei lavoratori; che il Signore Lo abbia in Gloria e misericordioso com’è perdoni tutti coloro che Gli hanno creato, in vita, tantissimo, ingiusto, dolore. Addio, caro Mario, rimarrai sempre nei nostri cuori e Ti ricorderemo con, immutato, grande e sincero affetto."

Messina, 7 maggio 2007

Dino Madaudo

 
di franco (del 01/05/2007 alle 11:18:06, in Lettere Aperte, linkato 1121 volte)
A che vale parlare di Berlusconi o di Prodi se non per litigare? I partiti hanno però localmente compiti ben comprensibili all’interno della logica pervasiva di questo potere che asfissia la vita sociale e sottrae risorse, umane ed economiche: loro distribuiscono cariche e posti di lavoro, con quel che ne deriva, e fungono da canale per convogliare le più o meno scarse risorse che ricadono sul territorio, ovviamente indirizzandone il flusso, e funzionano da ufficio di collocamento per parenti e più o meno amici, per essere infine “condotta di collettamento” dei voti che servono a confermare il potere politico che si vuole perpetuare. Altro non sa fare che essere questo tipo di potere politico. L’ISTAT, con il comunicato stampa del 20 dicembre 2006, ha riportato i dati occupazionali in Italia. Media italiana 6,1% - grossissimo risultato, ma che cosa ce ne possiamo fare al Sud quando la disoccupazione del Nord è il 3,6%, del Centro del 5% ed al SUD, unico a due cifre, del 10,7%? Che Anniversario del Lavoro dobbiamo festeggiare? Sarebbe meglio festeggiare l’Anniversario della Disoccupazione! Non si tratta di fare rivoluzioni, ma di muoversi nella direzione, certamente difficilissima, di un ripristino del senso di comunità, della chiarezza di rapporti che dica, attraverso il modo di operare, come la gente debba essere trattata. Francesco ROMANO
 

La frattura nel movimento socialista italiano più significativa e lacerante fu quella che si consumò a Livorno nel 1921 con la separazione dei comunisti dai socialisti. Comincia con tale evento una lotta di eliminazione a sinistra che ha conosciuto momenti di tregua (la lotta antifascista, i fronti popolari, le emergenze nazionali) e che è proseguita negli anni della costruzione dello Stato Repubblicano sino alla grande slavina degli anni ’90. La scissione di Palazzo Barberini è un passaggio obbligato nella storia della sinistra italiana. E’ la costruzione di una trincea per ostacolare la fusione con il Partito Comunista e per impedire il trasferimento nel campo del comunismo internazionale delle ragioni storiche del movimento operaio italiano. L’incubazione è lenta e trova la sua origine sin dai tempi dell’emigrazione socialista all’estero e del difficile coordinamento della lotta antifascista all’interno. La generazione socialista che fu sconfitta dal fascismo non riuscì mai a liberarsi da una ossessione a lungo alimentata dalla Terza Internazionale: le scissioni socialiste avevano prodotto il fascismo ed avevano spento le rivoluzioni socialiste nell’Europa del primo dopoguerra. Il corollario di questo assunto era semplice: il declino e l’espiazione socialista era la conseguenza di un riformismo che rifiutava l’abbattimento del capitalismo e di un massimalismo che predicava la rivoluzione senza farla. C’era stato nel 1926 un tentativo revisionista per superare l’antico dissidio tra riformisti e massimalisti da parte dei “giovani” Nenni e Carlo Rosselli quando diedero vita alla Rivista “Quarto Stato” che dopo pochi mesi fu soppressa dal fascismo. La linea di Nenni, in seguito all’aggravarsi della situazione internazionale, fu l’abbandono dell’ipotesi revisionista, che vivrà in seguito nel movimento “Giustizia e Libertà” come elaborazione elitaria con sporadici ed isolati legami con la realtà nazionale. Tasca, il marxista critico e Saragat, il marxista umanista , non furono entusiasti delle tesi di “Giustizia e Libertà”, anzi le ritenevano pericolose perché non riuscivano a legare il rinnovamento ideologico ad una tradizione così violentemente attaccata dal fascismo. Nel rifiuto del revisionismo di “Giustizia e Libertà” giocò anche un altro elemento: il patto di unità d’azione stretto tra socialisti e comunisti. Esso, nella concorde visione di Saragat e di Nenni, andava oltre l’alleanza antifascista e prefigurava l’unificazione ed il superamento di Livorno. L’emigrazione socialista in Francia visse l’atmosfera dei Fronti popolari e della guerra spagnola e si allontanò dal contesto italiano. E’ negli anni trenta che il fascismo inizia una politica di consenso tra le masse popolari ed il Centro Socialista interno guidato da Morandi e Basso, si trova dinanzi ad una situazione nuova: fronteggiare la tendenza dei sindacalisti e degli ex amministratori locali, incline a cercare un compromesso con l’ala nazional-corporativa del fascismo. Lo sforzo di Morandi mirò a superare sul piano teorico socialismo e bolscevismo e ad ipotizzare una realtà socialista, democratica, libertaria e classista. Ma non lo sostenne la forza di capire che il mito della Rivoluzione d’ottobre aveva saldamente ricondotto nell’alveo dello stalinismo tutte le aspettative rivoluzionarie di classe. E’ intorno al ruolo dell’Unione Sovietica che, nel riordino post-bellico delle aspirazioni del movimento operaio occidentale, si apre una nuova frattura nel socialismo italiano. Il Psiup non si divide in due, ma in tre grandi tendenze. La vecchia contrapposizione riformismo-massimalismo era lo sbocco politico connaturale al contrasto ideologico riforme/rivoluzione, gradualismo-antagonismo di sistema, socialismo umanista - socialismo autoritario. Invece le nuove fratture prendono origine e forza sul terreno dei nuovi assetti internazionali, che i vincitori della 2° guerra mondiale sapranno imporre come visione globale, come modello di civiltà e come costruzione di società. Alle due scelte di fondo (filo-sovietismo di Nenni e filo occidentalismo di Saragat) si andava ad affiancare una terza posizione autonoma ed europeista. Caffi, Trentin, Silone, Faravelli, Mondolfo e Colorni furono gli artefici di un originale pensiero europeista del Socialismo. Fu Colorni l’estensore della prefazione del Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Questa posizione non piaceva a Nenni e a Saragat. Lo storico Pietro Griglio, studiando le carte di Altiero Spinelli, ebbe a rilevare che la dichiarazione europeista predisposta dallo stesso Spinelli in Svizzera e approvata in una riunione a Ginevra nel 1944, era stata inviata a Roma per avere l’adesione di Pietro Nenni, ma non trovò il suo consenso. Anzi, Nenni rispose picche e diffidò Morandi ad aderire a nome del Psiup per paura di contrasti con il Pci. Del resto nella dichiarazione politica, con la quale si era addivenuti a Roma alla creazione del Psiup, figurava al punto 7) che l’obiettivo da perseguire era “l’avvio dell’Europa verso una libera federazione di Stati”, mentre subito di seguito si precisava che detta federazione dovesse considerarsi “il primo passo verso l’Unione delle Repubbliche Sovietiche”. Il forte legame nella politica interna con i comunisti condizionava la politica estera dei socialisti. Nenni non andava oltre le frontiere del tradizionale internazionalismo operaio solidale con la Rivoluzione d’ottobre. Questa linea avrebbe condotto Nenni e Morandi al neutralismo e al pacifismo dei primi anni ’50 sino agli eventi del ’56. Il decorso preparatorio della scissione fu lungo e tormentato perché il dopoguerra fece esplodere tutte le difficoltà accumulate all’interno del Psi. Il socialismo fu chiamato a fare i conti con la sua storia, con le sue responsabilità di fronte alla dittatura, con i mutamenti sociali intervenuti e con il duro confronto tra una generazione sconfitta e la nuova generazione dei ricostruttori. Nei partiti della sinistra militante (Psi, Pci, Pda) forte fu l’iniziale squilibrio tra la potenza di direzione politica dei fuoriusciti e dei resistenti, la forza pragmatica di coloro che erano convissuti con la dittatura e la inquieta determinazione delle giovani generazioni che avevano conosciuto l’opposizione al fascismo nelle organizzazioni universitarie del regime e negli sfortunati reparti militari in guerra. Il punto di fusione tra queste tre diverse sensibilità doveva essere ricercato nel livello più alto e nobile, perché erano in gioco tre prove decisive per il futuro del Paese: 1. edificare lo Stato democratico con il popolo; 2. ricostruire le basi materiali di una economia competitiva e sociale dopo i disastri della guerra, dell’autarchia e del corporativismo; 3. riguadagnare una rispettabile collocazione internazionale dopo le scellerate pretese neocolonialiste del “posto al sole”. Nessuna forza politica rinata poteva compiere il miracolo di revisionare i propri fondamentali di dottrina, di creare una potente organizzazione di massa e di selezionare un nuovo e abile personale politico, senza fare ricorso ad un sostegno esterno protettivo, generatore di visioni, di unità e di convinzioni. L’apertura, dopo 50 anni, dei tanti archivi nazionali ed esteri, oggi, ci documentano ciò che intuivamo ma che, allora, non avevamo misurato a sufficienza. Negli anni del grande fervore ideale e nella fluidità della situazione internazionale, la politica interna italiana era fortemente condizionata dalle scelte di politica internazionale. La divisione in due (occidentali ed orientali) dell’Italia poteva provocare una dislocazione di tutto il movimento operaio nel capo del comunismo sovietico. Se ciò fosse diventato effettivo, sicuro sarebbe stato l’isolamento e la sconfitta storica della sinistra storica. La lucida analisi della nuova generazione socialista che si ricollegava all’autonomismo rivoluzionario dei federalisti di Colorni, poteva apparire velleitaria ed evanescente, ma servì ad indicare una via di recupero dell’iniziativa e dell’autonomia socialista quando iniziò, dopo la morte di Stalin, la grande ed ininterrotta decadenza del comunismo internazionale sino alla definitiva dissoluzione dell’89. Dopo il Congresso di Firenze del ’46 e dopo le elezioni della Costituente quando il Psi risorse come prima forza della Sinistra italiana, sul socialismo italiano venne esercitata la più forte pressione perché scegliesse tra la malintesa solidarietà classista con l’Urss o la debole presenza nella ricostruzione capitalistica dell’Europa occidentale. Il Partito Socialista non era attrezzato ad una resistenza all’offensiva ideologica della Dc, sempre più collegata alla Chiesa e all’America e del Pci, fiero ed orgoglioso della forza dell’Unione Sovietica e del comunismo trionfante su un terzo del mondo. Le correnti tradizionali del Psi (massimalisti e riformisti) avevano sempre portato rispetto per la Rivoluzione d’ottobre anche se si dividevano su la sua esportabilità nel nostro Paese. Solo la giovane sinistra del Psi poneva il problema del carattere non socialista dell’Urss, sia per ragioni originarie (nata in un Paese a capitalismo arretrato) sia per i successivi aggravamenti degenerativi (la dittatura sul proletariato). Nel programma di azione di Iniziativa Socialista con il quale la corrente si presentò al Congresso della scissione, si tracciava la prospettiva della rinascita socialista: “La sola strada che i partiti socialisti possono percorrere oggi evitando questi due pericoli, di fare il gioco della reazione internazionale e di legarsi alla politica estera russa, è quella che porta alla costruzione di un Fronte Rivoluzionario in Europa. L’unità d’azione della classe operaia europea è strumento indispensabile per la lotta contro la politica di potenza degli Stati, per permettere ai lavoratori di ogni parte del mondo di spezzare le barriere costruite dalla politica dei blocchi (…).La nuova Internazionale sarà un fatto compiuto il giorno in cui i socialisti di tutta Europa avranno realizzato sul terreno stesso della lotta una comunanza di intenti di fronte ai più grandi problemi relativi all’unificazione politica del Continente”. L’unità europea era vista come la possibile alternativa (ed unicamente realizzabile attraverso il socialismo) all’instaurazione dei blocchi americano e sovietico. Insomma un terzo blocco che avrebbe avuto in sé la forza di mediare l’oriente comunista con l’occidente democratico. Come nacque e come svanì questa avvincente suggestione. Nel luglio del ’45, finita la guerra, l’elettorato inglese allontana dal Governo Churchill e assegna al Partito Laburista la prima grande vittoria del socialismo nell’Europa post-bellica. Il Governo di Attlee avrebbe potuto e dovuto guidare questo processo di riscossa socialista per sciogliere le rigidità del patto di Yalta. Ma così non fu. I laburisti accettarono la politica estera dei blocchi e si dedicarono alle realizzazioni dello stato sociale all’interno del proprio paese. Questa opzione dei laburisti pesò su la rinascita del socialismo europeo e condannò il socialismo italiano alle divisioni e all’isolamento internazionale. Le ricerche storiche condotte su gli archivi del partito laburista mettono in evidenza la debolezza di visione che ebbero i compagni inglesi nel prevedere gli effetti devastanti che gli accordi di Yalta avrebbero prodotto per il socialismo europeo. Si accorsero degli errori del Psi solo nel ’48 con il rifiuto del Piano Marshall e con la distruzione nell’Est dei partiti socialisti per mano dei comunisti dopo la defenestazione di Praga del ’48. Non c’è molto da meravigliarsi perché sappiamo che le tendenze separatiste ed isolane degli inglesi sono sempre state prevalenti su quelle più attente e lungimiranti legate alla ricerca di soluzioni sopranazionali. Il fattore internazionale è sicuramente decisivo per capire la scissione di Palazzo Barberini, ma altri elementi entrano in gioco e creano quelle pulsioni irreversibili che spingono gli uomini a dividersi, a recidere antichi legami e a farsi del male. Nel secondo semestre del ’46 il Partito Socialista è un campo di battaglia, non si festeggia il 2 giugno, che fu giornata di vittoria socialista e repubblicana, si combatte una lotta interna tra fierezza identitaria e subalternità ai disegni altrui, contrabbandati per progetti unitari. L’assalto dei comunisti al Psi è pianificato; si va dalle doppie tessere alla valorizzazione dei socialisti fusionisti negli organismi di massa, nei sindacati e nelle cooperative; la stampa e la capillare propaganda orale sui posti di lavoro e nelle piazze, sono impegnate a segnalare il tradimento prossimo dei socialisti capitolardi e ad esaltare le qualità rivoluzionarie degli unitari. L’atto di accusa letto da Matteotti l’11 gennaio del ’47 alla Città Universitaria, poteva essere il prologo di una tragedia che poi fu scritta per i partiti socialisti dell’Est dell’Europa. La corrente socialista nella Cgil fu decapitata dopo la morte di Buozzi ed i comunisti dilagarono anche se la guida vigile e sinceramente unitaria di Di Vittorio,attenuò ed imbrigliò l’azione dei comunisti ortodossi. Nenni e Saragat temevano la 3° guerra mondiale ed acceleravano per la scelta di campo. Un punto va chiarito bene. La scissione non avviene su un dissenso tra comunisti e socialisti nella politica interna, ma su una diversa valutazione degli effetti che avrebbe prodotto un nuovo conflitto mondiale nella situazione interna. Nenni nei suoi diari sotto le date dell’11 gennaio 1947 scrive: “La scissione rivela sul nascere il suo carattere a un tempo assurdo e fatale. Assurdo, perché urtandosi in opposizione alla supposta subordinazione mia e della maggioranza ai comunisti, fa a questi ultimi il grazioso dono di togliere di mezzo il solo partito che contestava la loro tendenza all’egemonia sul movimento operaio. Fatale, perché la scissione si inserisce in una nuova spaccatura del mondo della quale il discorso di Churchill a Fulton, è stato l’annuncio. Dietro non ci sono terrori ideologici e morali sulla sorte della libertà-o non c’è solo questo- dietro ci sono concreti interessi di potenza. Il mondo borghese capitalista non accetta la presenza sovietica a Berlino, a Praga, a Vienna e spera di poter rovesciare la situazione creata dalla guerra. Si sbaglia, ma intanto affronta con Mosca una lotta che di sé riempirà tutta un’epoca della storia”. Subito dopo, sotto la stessa data, Nenni annotava una considerazione che ritengo aggiunta in epoca successiva perché contrasta con la sua determinazione nell’agevolare di fatto la scissione: “Mi domando quale sia stata la mia parte di responsabilità nella scissione. Certamente quella di avere abbandonato la posizione di centro, la sola che potesse consentirmi di essere arbitro del partito, ho coscienza però di averlo fatto quando non si poteva fare diversamente: quando le cose si fanno serie, è difficile stare nel mezzo. Per me è una sconfitta, perché non volevo la scissione; perché si distrugge un’opera che mi era costata molti anni di lavoro, ma soprattutto perché, in rapporto alla situazione generale, non è un fattore di chiarificazione, ma di confusione”. Saragat nel suo fondamentale intervento al Congresso di Palazzo Barberini, si sottrae ad una valutazione immediata della situazione politica interna ed internazionale e sviluppa un articolato ragionamento nutrito di dottrina e di passione democratica. Esclude ogni collocazione anticomunista, esalta la democrazia rivoluzionaria da realizzarsi con l’alleanza tra classe operaia e ceto medio ed affronta il tema della inconciliabilità tra socialismo democratico e socialismo autoritario. La condanna dell’Urss e del campo comunista internazionale non è esplicita ma è contenuta nell’ambito di una analisi corretta sul carattere non democratico della Rivoluzione sovietica. “Nella società contemporanea tutto si sviluppa nel senso previsto dai nostri maestri. Il sistema capitalistico rivela sempre più le sue contraddizioni e sempre più si dimostra incapace di rispondere a quel bisogno di giustizia che è veramente il più imperioso, il più urgente, il più dominante di tutti i bisogni umani. Il capitalismo crolla e viene sostituito da regimi sociali in cui la libertà stenta a fiorire. La ragione profonda di questo fatto è in ciò: che le rivoluzioni proletarie negli ultimi decenni hanno avuto il loro coronamento vittorioso non già nei paesi ad alto livello produttivo e ad alto sviluppo industriale, ma in quelli a base prevalentemente agricola. Le rivoluzioni operaie degli ultimi decenni hanno trionfato in paesi in cui il proletariato era una minoranza e l’alternativa era dittatura di destra o dittatura di sinistra, data l’assenza dalla vita politica delle immense masse rurali. E’ logico quindi che le cose si siano svolte in quei paesi come si sono svolte. Ma la situazione nel nostro paese è diversa. Pur tuttavia nel nostro paese l’influenza delle dottrine che sono state elaborate in condizioni sociali e storiche diverse è profonda. ………………………………………...... Il partito che sorge oggi è un partito che chiama a raccolta sul piano democratico, tutte le classi lavoratrici italiane. Il partito comunista si propone lo stesso scopo. Ebbene, ci sarà una gara di emulazione tra noi e loro, ci incontreremo nelle fabbriche, nei campi, negli uffici, ciascuno di noi proporrà la propria fede di fronte alla coscienza dei lavoratori, proporrà il proprio programma ed io sono certo che è nell’interesse della democrazia che un simile confronto di esperienze, di dottrine e di programmi avvenga in una atmosfera di serenità. Da questo lavoro di emulazione e di polemica cordiale potrà sorgere qualcosa che avrà assai maggior valore di una unità formale. Verrà fuori una educazione civica nel senso di un costume di vita veramente democratico. Questo è quanto ci proponiamo di fare”. Ma la storia che seguì non fu così idilliaca! La posizione di Iniziativa Socialista non trovò la forza per imporsi nel Partito al Congresso di Firenze e giunse in difficoltà al Congresso di Roma del ’47. L’inizio della guerra fredda gelava il progetto dell’Europa socialista, forza di pace tra Russia e America. Nel 1947 la situazione internazionale precipita. Il 6 ottobre rinasce il Commintern nella versione Comminform. Nenni così scrive sul Diario con disperato candore: “Ha fatto molta impressione l’annuncio che si è costituito fra i partiti comunisti europei un ufficio di informazione con sede a Belgrado. La decisione è stata presa nel corso di una conferenza a Varsavia dove il Pci era rappresentato da Longo e da Reale. Il tono della lanciata da Varsavia è molto grave e prelude a un inasprimento dei rapporti internazionali. Non sarei sorpreso se fossimo alla vigilia della uscita dell’Urss dall’Onu. La è diretta in modo violento contro il Piano Marshall e contro la destra socialista accumunata nell’accusa di tradimento da Bevin, a Blum, a Schumacher, a Saragat. La chiarisce il discorso che fece sabato Togliatti con tendenza a irrigidirsi su posizioni antiamericane tali da escludere i comunisti da ogni possibilità di tornare al Governo. De Gasperi avvertì questo irrigidimento e se ne valse. Io ne fui sorpreso e non ebbi lì per lì l’intuizione di ciò che succedeva. Insomma, salvo un fatto nuovo, si avvera che stiamo per essere sospinti a essere cento per cento o con l’Occidente o con l’Oriente, ciò che per noi è impossibile”. Il 24 novembre Nenni va a Praga e incontra Malenkov, il vice di Stalin. Nenni con grande onestà ha lasciato nei suoi diari quella pagina nera, dove si descrive una resa dei socialisti italiani alla politica sovietica. Il 18 dicembre Saragat entra nel Governo De Gasperi e comincia la grande stagione del centrismo organico. Dopo 60 anni da quel freddo gennaio del 1947, si può trarre un bilancio sereno e distaccato. Credo di poterlo fare perché ebbi la fortuna di partecipare da giovanissimo sia alla fase d’incubazione ’43- ’46 sia a quella della esplosione ’47-50. Quattro sono le domande principali a cui occorre rispondere: 1. Era evitabile? 2. Fu utile? 3. Quanto costò? 4. Cosa lascia in eredità? Rispondiamo per sintesi perché gli eventi storici del lungo ciclo sostengono le nostre conclusioni. 1. Non era evitabile perché l’unica ipotesi unitaria (unità socialista europea) avanzata dalla nuova generazione socialista si dissolse dinanzi alla bronzea legge della divisione in due (occidente e Oriente) del dominio del mondo. 2. Fu utile al Paese perché impedì al moderatismo italiano rappresentato dalla Dc di governare con il sostegno della destra di forte derivazione fascista e monarchica. Nel breve periodo indebolì il socialismo italiano e la sinistra nel suo complesso, ma creò quel nucleo di resistenza e di esistenza del socialismo autonomo che aiutò il Psi ad essere forza di governo e permise negli anni ’90 al Pci di non essere isolato nella tragica fine del comunismo internazionale. 3. Costò molto al socialismo italiano perché non interruppe la serie storica delle sue lacerazioni e dilapidò il nascente patrimonio della immensa forza di una nuova generazione di socialisti. Questa dispersione non ebbe soltanto effetti di indebolimento quantitativo ma di fatto congelò ogni tendenza al revisionismo teorico e all’europeizzazione della sinistra italiana. 4. Lascia in eredità una grande lezione di storia utile per l’intero sistema politico italiano: l’unità formale è sempre un limite, mentre la separazione per scegliere la strada del destino di un popolo è sempre virtuosa anche se è dolorosa. A sinistra lascia un’altra importante eredità di stile e di dottrina: distrugge lo schema falso e acritico fondato sulla necessità di non aver alcun nemico a sinistra e smentisce l’assunto di comodo basato sul principio che ogni posizione non unitaria è una collocazione a destra. La liquidazione di questi perniciosi luoghi comuni apre la strada al revisionismo dei fondamentali che resta ancora oggi il punto debole per ogni ripresa della sinistra storica. In finale restano due ultime considerazioni non marginali ma, meritevoli di ulteriore approfondimento. La prima è ovvia ma è meglio ricordarla: le nuove classi dirigenti si formano nel fuoco delle grandi scelte di futuro, dove si rischia il giudizio storico e si rifiuta la carriera burocratica. La seconda considerazione è più complessa: in politica i nuclei di esistenza e di resistenza vivono se vi è una domanda di missione e se sono sostenuti dalla generosità dei credenti. Oggi possiamo dire che a Palazzo Barberini non nacque un partito artificiale e senza ideali, ma che si raccolsero le forze della tradizione e quelle più giovani e visionarie. Non vinsero presto la partita ma crearono le condizioni perché il socialismo sopravvivesse ai drammi totalitari del ‘900 che Saragat definì, con lapidaria sintesi: “Il fascismo è la vergogna del capitalismo, il comunismo è la tragedia del socialismo”. Su quella pietra di Palazzo Barberini poggiano ancora oggi dei pezzi di fondamentali utilizzabili e preziosi per le nuove generazioi.

 Bari 16 marzo 2007

Intervento del compagno Rino Formica al convegno su “ il congresso di Palazzo Barberini e il socialismo italiano svoltosi di recente a Bari.

 
di Giovanni Grieco (del 27/03/2007 alle 10:23:00, in Lettere Aperte, linkato 1169 volte)

Il Papa Benedetto XVI è ancora una volta intervenuto per richiamare i vertici dell’Unione Europea a ricordare le radici cristiane nella redazione della Costituzione. Il nostro Ministro Amato che fu coartefice della prima bozza di Costituzione sul Corsera di ieri ci informa che la nuova Costituzione non conterrà alcun preambolo, per cui la questione sarebbe risolta come Alessandro Magno sciolse il nodo di Gordio. Dello stesso parere la Cancelliera Merkel che richiama “ tradizioni secolari secondo le quali nei documenti degli Stati non ci possono essere riferimenti alla fede”. In contemporanea Prodi, ricordando come dovette rimettersi in tasca l’emendamento del riconoscimento delle radici cristiane che voleva proporre, ci dice che dobbiamo guardare al futuro ed aprirci ad “una laicità nuova”. Mario Monti a sua volta ci esprime la preoccupazione di un “vuoto pericoloso tra un orgoglio legittimo fondato su 2000 anni di storia ed una richiesta pure legittima di orientare il futuro”.Egli riflette che, però, in circa 2000 anni di ispirazione cristiana l’Europa è stata dilaniata da guerre, mentre da cinquant’anni, cioè da quando c’è questa sia pure imperfetta ed incompleta integrazione di stati europei non c’è più guerra. E dice “ il trattato di Roma non ha introdotto valori etici, ma ha indotto a praticarli” e cita la solidarietà intergenerazionale (finanza pubblica e politica per l’ambiente) e metodo comunitario con pari trattamento per stati grandi e piccoli. Dopo la bocciatura della prima bozza, riprendendo il discorso sulla legge fondamentale ritornerà, credo, il problema di una definizione dei fondamenti etici necessari per un’Europa con ruolo politico, che non deve continuare ad apparire, e non solo, come un accordo societario tra capitalismi di varia intensità e forza, più o meno liberisti; un’Europa di banchieri e di mercanti. Ora, nell’occasione del cinquantenario del Trattato di Roma il tema ritorna sul tappeto, con scadenza 2009. In particolare mi sembra necessario soffermarci sulla “laicità nuova” citata da Prodi, che non solo sembra accantoni il richiamo alle radici cristiane, ma anche lascia ipotizzare l’inclusione di valori laici diversi da quelli finora considerati. Proprio in un’intervista del 24 marzo u.s. a RAI 3 Emma Bonino ci dice che l’Europa non ha come riferimento o radici la cristianità, ma afferma valori laici, quale la libertà, la parti dignità, la giustizia sociale, ecc.. Pur se glissato dalla Bonino, come capita spesso ad altre persone colte atee o di altro credo religioso, si sa che quei valori sono stati esplicitati e si sono diffusi nell’Europa della Civitas Romana partendo dalle rive del Giordano e non c’erano prima a Roma, nè sulle rive del Gange o del Fiume Giallo, e neppure spuntarono sei secoli dopo tra i minareti. Ora ci domandiamo, Prodi pensa che i valori dell’Europa validi all’epoca del Trattato di Roma e di indiscutibile matrice cristiana siano ormai obsoleti, vadano del tutto archiviati e sostituiti da altri ? Intende Prodi per “valori laici nuovi” i valori fondanti della civiltà islamica? O di altre ancora? Le affermazioni di Prodi, che è stato fino a poco fa al vertice della Comunità Europea ci obbligano ad andar ben oltre a quanto ritengono sufficiente sia Amato, che Monti e la Merkel. Il problema non è se è citate oppure no le radici cristiane. Il problema è che se citate si pongono come cemento etico quei valori introdotti nella società civile dal cristianesimo (quindi non è un fatto di fede), se non citati bisogna chiarire se e come farli vivere giuridicamente nella gestione dell’allargata nazione Europa. Un esempio per tutti, come si coniuga la “pari dignità” insieme alla diversa dimensione sociale della donna tra Cristianità ed Islam? Non credo che il pur indiscutibile bene comune della realizzazione di un’Europa politica possa essere elemento sufficiente per supplire norme di convivenza condivise, se non c’è condivisione di valori etici. Se, come dice Monti, le cose sono andate bene in pace tra i Paesi europei senza bisogno di codificare i valori etici, non è,per caso, avvenuto perché l’integrazione richiamata da Monti è stata tra paesi a stragrande maggioranza cristiana e questa generava la legge non scritta? Dopo l’ondata migratoria di quest’ultimo decennio non sono incominciati scontri e difficoltà per contrasti di usanze, di regole di vita nei e tra i Paesi della Comunità? Il fatto di non parlarne, di non fare menzione in una Carta Costituzionale di valori che costituiscono il fondamento etico di una società, sia di un solo stato che di unione di stati, non sembra prefiguri scenari rassicuranti quando si completerà l’allargamento dell’Europa. Anzi, fa temere di non partire col piede giusto, se si vuol evitare che ai duemila anni di guerre richiamate da Monti seguano altri secoli di conflitti religiosi scatenati da divergenti concezioni dei rapporti interumani e di quei valori laici richiamati dalla Bonino. Bisogna, certo, come dice Prodi guardare ad una laicità nuova, ma tenendo in chiaro che sui valori civili generati da culture religiose diverse va ricercata la base etica comune ed esplicitata nella Carta per rendere cogente la norma condivisa. Naturalmente quanto detto non va inteso come difesa dell’esclusività di valori di questa o quella religione e quest’argomento non ha niente a che fare con la fede. La vecchia Europa ha mutuato valori dalla religione cristiana e non è detto che siano gli unici possibili per una convivenza migliore e non possano esservi altri di altre culture da considerare. Ciò che conta nella costruzione di una nuova aggregazione sociale e politica è la consapevolezza che la dimensione umana non è soltanto quella del homo oeconomicus, anzi si sostanzia nell’individualità e nell’alterità di valori etici . Va altresì considerato che non basta l’enunciazione di valori, ma serve la norma con cogenza di universale osservanza, altrimenti si rischia di ripetere l’inefficacia nei secoli scorsi dei pur diffusi valori cristiani, che, come Monti ci ha ricordato, non furono sufficienti per evitare bagni di sangue qua e là per l’Europa. E non sono bastati neppure per evitare l’indegna stagione della tratta dei negri ieri, dello sfruttamento degli immigrati clandestini oggi.

26 marzo 2007

GIOVANNI GRIECO

 
di Ufficio Stampa (del 19/03/2007 alle 09:49:40, in Lettere Aperte, linkato 1015 volte)

Poichè non riconosco l'attività di via dell'oca, qualsiasi documento, facente riferimento ad essa, lo considero inopportuno e richiedo la sospensione di qualsiasi notizia o iniziativa. Personalmente continuo a fare riferimento UNICAMENTE alle iniziative e programmi della Direzione, da voi SOSPESA,attualmente operante. Sono e sarò sempre difensore dei pricipi democratici che regolano la vita interna dei partiti e pertanto continuerò a rivolgermi a coloro che sono stati inopinatamente e ingiustamente espulsi(?!!?). Tanto dovevo per onore della verità CALPESTATA.

Loria 18.03.2007

Ciro Tinè

segretario provinciale TREVISO

 
di Ufficio Stampa (del 14/03/2007 alle 18:39:24, in Lettere Aperte, linkato 1105 volte)

Il Sig Renato d’Andria deve avere una personalissima opinione delle regole, della democrazia, della politica e del ridicolo.

Dopo aver ribadito, ancora una volta, che – dal suo punto di vista - Cioce e Magistro sono stati espulsi dal PSDI, ci informa oggi, attraverso il suo sito,  che l’on. Carta non c'entra nulla con il PSDI e che gli incontri tenuti a Bari e a Trani devono intendersi di carattere personale.

Ci siamo sorbiti in queste settimane le sue solenni dichiarazioni su tutto lo scibile umano. Probabilmente mal consigliato, egli si è pronunciato su tutte le leggi tranne che quelle della fisica.

Abbiamo letto dell’interminabile elenco delle personalità che avrebbero dovuto presenziare al “raduno” di Fiuggi, scoprendo poi che né Pannella, né Pecoraro Scanio, nè Craxi, né Di Pietro, né Cesa, né i loro numeri 2, 3 o 4, pur annunciati, li ha degnati della loro presenza. Qualsiasi persona con un po’ di amor proprio sarebbe stata portata a fare una riflessione ed un mea culpa. Invece, niente, lui a testa bassa è andato ad uno scontro, impopolare ed impolitico, che non appartiene alla storia ed alla tradizione dei partiti e della democrazia, meno che meno alla pur travagliata storia del PSDI.

Dichiarare che il PSDI non ha un deputato, né un consigliere regionale, e rinnegare i dirigenti di una grossa realtà elettorale come quella pugliese, significa ridimensionare la forza e le prospettive future del PSDI. Un po’ come emulare quel marito che nelle barzellette ritiene di fare un dispetto alla moglie tagliandosi .. gli attributi.

Ci permettiamo di ricordare al Sig. d’Andria che il PSDI non è una sua azienda e che:

1) a tutt’oggi non è dato sapere dove, come e quando si è iscritto al Partito e, soprattutto, chi ha accettato la sua iscrizione;

 2) a Bari – Trani c’erano i 2/3 della Direzione Nazionale, i rappresentanti delle regioni con i 2/3 dei voti politici acquisiti dal PSDI al Senato ed il 100% dei compagni pugliesi del nuovo direttivo regionale, il 100% dei consiglieri regionali, provinciali e comunali eletti in Puglia in liste socialdemocratiche;

3) I vertici istituzionali di Regione, Provincia di Bari (che hanno fatto pervenire il loro saluto e la loro stima) e dei comuni pugliesi, i dirigenti regionali, provinciali e comunali dei partiti del centrosinistra, riconoscono come espressione del PSDI i compagni Cioce e Magistro oltre, naturalmente, ai compagni, Abbati, Ventura, Coppi, Scardicchio, De Finis, etc.., perché democraticamente eletti e li riconoscerebbero come tali, comunque e sempre, perché conoscono la loro storia e quella del PSDI e, purtroppo, stanno imparando a conoscere anche quella dei presunti nuovi vertici;

4) sarà il Tribunale di Roma, il prossimo 20 marzo, a stabilire chi è legittimato all’uso del simbolo. Sino ad allora ci sentiremo, sempre, con orgoglio rappresentanti del PSDI e considereremo la segreteria del sig. d’Andria abusiva ed illegittima, come ogni sua decisione.

Ancora qualche giorno e festeggeremo il nostro “25 aprile”.

I Socialdecratici Europei

 

Caro Mimmo, concomitanti e precedenti impegni istituzionali non mi consentono di partecipare al convegno “i socialdemocratici ed il partito democratico”. Nel ringraziarti per il Tuo cortese invito, auguro a tutti i presenti un buon lavoro ed invio un caloroso saluto.

Vincenzo Divella

 
di Ufficio Stampa (del 12/03/2007 alle 17:55:51, in Lettere Aperte, linkato 1067 volte)

Ho ricevuto il vostro cortese invito a partecipare al convegno nazionale sul tema:”i socialdemocratici ed il partito democratico”. Purtroppo, per inderogabili impegni istituzionali precedentemente assunti, non potrò essere presente. Desidero, tuttavia, far pervenire a Voi tutti l’espressione della mia più alta considerazione e ideale partecipazione e gli auguri di buon lavoro Con i miei più cordiali saluti.

Nichi Vendola – Presidente Regione Puglia

 
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