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Un ideale ci deve esser caro soltanto perché è vero, e non perché è nostro.

BELINSKIJ
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati all'interno del sito, disposti in ordine cronologico.
 
 
Viva soddisfazione è stata espressa dal Vice Segretario Nazionale del PSDI, Mimmo Magistro, circa la decisione del Tribunale di Roma che ha sospeso la nomina a Segretario del dr. D’Andria e tutti gli atti successivi, ripristinando, così la vecchia Direzione Nazionale che - dopo le dimissioni irrevocabili dell’on. Giorgio Carta –sarà retta dai due vice segretari Magistro e Grieco. Per Magistro “ il PSDI ha bisogno di recuperare subito una unità politica ed organizzativa per affrontare collegialmente le scelte che non possono più essere rinviate. Molti socialdemocratici sono rimasti delusi dall’esito del congresso dello SDI i cui presupposti della vigilia erano per una grande costituente laico, socialista e riformista e che si è concluso con un appello alla rifondazione del vecchio PSI. D’altro canto non c’è sufficiente chiarezza sull’approdo finale del Partito Democratico che potrà contare sul nostro sostegno solo se sarà ancorato ai valori del socialismo europeo. Tutte scelte che sono demandate ai militanti ed alla Direzione Nazionale che dovranno presto tornare ad una attività feconda e trasparente anche in vista delle prossime amministrative che dovranno consentire un ulteriore passo in avanti alle liste ed ai candidati socialdemocratici. L’auspicio, altresì, è che i tanti soggetti che si richiamano alla intuizione di Giuseppe Saragat ed al suo riformismo democratico – ora presenti in altri partiti o in liste civiche - ritrovino le ragioni politiche dello stare insieme.
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di Ufficio Stampa (del 17/04/2007 alle 12:22:36, in Ufficio Stampa, linkato 954 volte)

Il Tribunale di Roma ha posto nel nulla l’elezione di Renato D’Andria a Segretario Nazionale del PSDI.
In accoglimento del ricorso cautelare presentato dal Vice Segretario Nazionale, Mimmo Magistro e dal Segretario Giovanile del Lazio Diego Stanzione, assistiti dallo Studio Legale Carta di Roma, il Tribunale ha reputato illegittimi, privandoli di ogni efficacia, tutti i provvedimenti adottati dal sedicente Segretario del Partito D’Andria a far data dal dicembre dello scorso anno a tutt’oggi.
Sono state travolte, tra le altre, le delibere adottate dalla Direzione Nazionale del 14 dicembre 2006 e dal XXVII° Congresso Nazionale del 26-27-28 gennaio 2007, nonché tutte le sanzioni di sospensione ed espulsione comminate dallo stesso D’Andria nei confronti di gran parte dei membri della Direzione Nazionale.
In relazione a quanto sopra, e sussistendo le dimissioni immediate ed irrevocabili da Segretario dell’ On. Giorgio Carta, i Vice Segretari Nazionali, Giovanni Grieco e Mimmo Magistro gestiranno il PSDI, unitamente alla Direzione sino al prossimo Congresso Nazionale.
Il compagno Peppino Abbati informa di non aver mai presentato alcun ricorso contro il Dott. D'Andria e che per tanto tutte le notizie, circolate  su presunti provvedimenti del Tribunale a favore di quest' ultimo sono assolutamente false e prive di ogni fondamento.

Clicca qui per scaricare il documento in copia del Tribunale di Roma.

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La frattura nel movimento socialista italiano più significativa e lacerante fu quella che si consumò a Livorno nel 1921 con la separazione dei comunisti dai socialisti. Comincia con tale evento una lotta di eliminazione a sinistra che ha conosciuto momenti di tregua (la lotta antifascista, i fronti popolari, le emergenze nazionali) e che è proseguita negli anni della costruzione dello Stato Repubblicano sino alla grande slavina degli anni ’90. La scissione di Palazzo Barberini è un passaggio obbligato nella storia della sinistra italiana. E’ la costruzione di una trincea per ostacolare la fusione con il Partito Comunista e per impedire il trasferimento nel campo del comunismo internazionale delle ragioni storiche del movimento operaio italiano. L’incubazione è lenta e trova la sua origine sin dai tempi dell’emigrazione socialista all’estero e del difficile coordinamento della lotta antifascista all’interno. La generazione socialista che fu sconfitta dal fascismo non riuscì mai a liberarsi da una ossessione a lungo alimentata dalla Terza Internazionale: le scissioni socialiste avevano prodotto il fascismo ed avevano spento le rivoluzioni socialiste nell’Europa del primo dopoguerra. Il corollario di questo assunto era semplice: il declino e l’espiazione socialista era la conseguenza di un riformismo che rifiutava l’abbattimento del capitalismo e di un massimalismo che predicava la rivoluzione senza farla. C’era stato nel 1926 un tentativo revisionista per superare l’antico dissidio tra riformisti e massimalisti da parte dei “giovani” Nenni e Carlo Rosselli quando diedero vita alla Rivista “Quarto Stato” che dopo pochi mesi fu soppressa dal fascismo. La linea di Nenni, in seguito all’aggravarsi della situazione internazionale, fu l’abbandono dell’ipotesi revisionista, che vivrà in seguito nel movimento “Giustizia e Libertà” come elaborazione elitaria con sporadici ed isolati legami con la realtà nazionale. Tasca, il marxista critico e Saragat, il marxista umanista , non furono entusiasti delle tesi di “Giustizia e Libertà”, anzi le ritenevano pericolose perché non riuscivano a legare il rinnovamento ideologico ad una tradizione così violentemente attaccata dal fascismo. Nel rifiuto del revisionismo di “Giustizia e Libertà” giocò anche un altro elemento: il patto di unità d’azione stretto tra socialisti e comunisti. Esso, nella concorde visione di Saragat e di Nenni, andava oltre l’alleanza antifascista e prefigurava l’unificazione ed il superamento di Livorno. L’emigrazione socialista in Francia visse l’atmosfera dei Fronti popolari e della guerra spagnola e si allontanò dal contesto italiano. E’ negli anni trenta che il fascismo inizia una politica di consenso tra le masse popolari ed il Centro Socialista interno guidato da Morandi e Basso, si trova dinanzi ad una situazione nuova: fronteggiare la tendenza dei sindacalisti e degli ex amministratori locali, incline a cercare un compromesso con l’ala nazional-corporativa del fascismo. Lo sforzo di Morandi mirò a superare sul piano teorico socialismo e bolscevismo e ad ipotizzare una realtà socialista, democratica, libertaria e classista. Ma non lo sostenne la forza di capire che il mito della Rivoluzione d’ottobre aveva saldamente ricondotto nell’alveo dello stalinismo tutte le aspettative rivoluzionarie di classe. E’ intorno al ruolo dell’Unione Sovietica che, nel riordino post-bellico delle aspirazioni del movimento operaio occidentale, si apre una nuova frattura nel socialismo italiano. Il Psiup non si divide in due, ma in tre grandi tendenze. La vecchia contrapposizione riformismo-massimalismo era lo sbocco politico connaturale al contrasto ideologico riforme/rivoluzione, gradualismo-antagonismo di sistema, socialismo umanista - socialismo autoritario. Invece le nuove fratture prendono origine e forza sul terreno dei nuovi assetti internazionali, che i vincitori della 2° guerra mondiale sapranno imporre come visione globale, come modello di civiltà e come costruzione di società. Alle due scelte di fondo (filo-sovietismo di Nenni e filo occidentalismo di Saragat) si andava ad affiancare una terza posizione autonoma ed europeista. Caffi, Trentin, Silone, Faravelli, Mondolfo e Colorni furono gli artefici di un originale pensiero europeista del Socialismo. Fu Colorni l’estensore della prefazione del Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Questa posizione non piaceva a Nenni e a Saragat. Lo storico Pietro Griglio, studiando le carte di Altiero Spinelli, ebbe a rilevare che la dichiarazione europeista predisposta dallo stesso Spinelli in Svizzera e approvata in una riunione a Ginevra nel 1944, era stata inviata a Roma per avere l’adesione di Pietro Nenni, ma non trovò il suo consenso. Anzi, Nenni rispose picche e diffidò Morandi ad aderire a nome del Psiup per paura di contrasti con il Pci. Del resto nella dichiarazione politica, con la quale si era addivenuti a Roma alla creazione del Psiup, figurava al punto 7) che l’obiettivo da perseguire era “l’avvio dell’Europa verso una libera federazione di Stati”, mentre subito di seguito si precisava che detta federazione dovesse considerarsi “il primo passo verso l’Unione delle Repubbliche Sovietiche”. Il forte legame nella politica interna con i comunisti condizionava la politica estera dei socialisti. Nenni non andava oltre le frontiere del tradizionale internazionalismo operaio solidale con la Rivoluzione d’ottobre. Questa linea avrebbe condotto Nenni e Morandi al neutralismo e al pacifismo dei primi anni ’50 sino agli eventi del ’56. Il decorso preparatorio della scissione fu lungo e tormentato perché il dopoguerra fece esplodere tutte le difficoltà accumulate all’interno del Psi. Il socialismo fu chiamato a fare i conti con la sua storia, con le sue responsabilità di fronte alla dittatura, con i mutamenti sociali intervenuti e con il duro confronto tra una generazione sconfitta e la nuova generazione dei ricostruttori. Nei partiti della sinistra militante (Psi, Pci, Pda) forte fu l’iniziale squilibrio tra la potenza di direzione politica dei fuoriusciti e dei resistenti, la forza pragmatica di coloro che erano convissuti con la dittatura e la inquieta determinazione delle giovani generazioni che avevano conosciuto l’opposizione al fascismo nelle organizzazioni universitarie del regime e negli sfortunati reparti militari in guerra. Il punto di fusione tra queste tre diverse sensibilità doveva essere ricercato nel livello più alto e nobile, perché erano in gioco tre prove decisive per il futuro del Paese: 1. edificare lo Stato democratico con il popolo; 2. ricostruire le basi materiali di una economia competitiva e sociale dopo i disastri della guerra, dell’autarchia e del corporativismo; 3. riguadagnare una rispettabile collocazione internazionale dopo le scellerate pretese neocolonialiste del “posto al sole”. Nessuna forza politica rinata poteva compiere il miracolo di revisionare i propri fondamentali di dottrina, di creare una potente organizzazione di massa e di selezionare un nuovo e abile personale politico, senza fare ricorso ad un sostegno esterno protettivo, generatore di visioni, di unità e di convinzioni. L’apertura, dopo 50 anni, dei tanti archivi nazionali ed esteri, oggi, ci documentano ciò che intuivamo ma che, allora, non avevamo misurato a sufficienza. Negli anni del grande fervore ideale e nella fluidità della situazione internazionale, la politica interna italiana era fortemente condizionata dalle scelte di politica internazionale. La divisione in due (occidentali ed orientali) dell’Italia poteva provocare una dislocazione di tutto il movimento operaio nel capo del comunismo sovietico. Se ciò fosse diventato effettivo, sicuro sarebbe stato l’isolamento e la sconfitta storica della sinistra storica. La lucida analisi della nuova generazione socialista che si ricollegava all’autonomismo rivoluzionario dei federalisti di Colorni, poteva apparire velleitaria ed evanescente, ma servì ad indicare una via di recupero dell’iniziativa e dell’autonomia socialista quando iniziò, dopo la morte di Stalin, la grande ed ininterrotta decadenza del comunismo internazionale sino alla definitiva dissoluzione dell’89. Dopo il Congresso di Firenze del ’46 e dopo le elezioni della Costituente quando il Psi risorse come prima forza della Sinistra italiana, sul socialismo italiano venne esercitata la più forte pressione perché scegliesse tra la malintesa solidarietà classista con l’Urss o la debole presenza nella ricostruzione capitalistica dell’Europa occidentale. Il Partito Socialista non era attrezzato ad una resistenza all’offensiva ideologica della Dc, sempre più collegata alla Chiesa e all’America e del Pci, fiero ed orgoglioso della forza dell’Unione Sovietica e del comunismo trionfante su un terzo del mondo. Le correnti tradizionali del Psi (massimalisti e riformisti) avevano sempre portato rispetto per la Rivoluzione d’ottobre anche se si dividevano su la sua esportabilità nel nostro Paese. Solo la giovane sinistra del Psi poneva il problema del carattere non socialista dell’Urss, sia per ragioni originarie (nata in un Paese a capitalismo arretrato) sia per i successivi aggravamenti degenerativi (la dittatura sul proletariato). Nel programma di azione di Iniziativa Socialista con il quale la corrente si presentò al Congresso della scissione, si tracciava la prospettiva della rinascita socialista: “La sola strada che i partiti socialisti possono percorrere oggi evitando questi due pericoli, di fare il gioco della reazione internazionale e di legarsi alla politica estera russa, è quella che porta alla costruzione di un Fronte Rivoluzionario in Europa. L’unità d’azione della classe operaia europea è strumento indispensabile per la lotta contro la politica di potenza degli Stati, per permettere ai lavoratori di ogni parte del mondo di spezzare le barriere costruite dalla politica dei blocchi (…).La nuova Internazionale sarà un fatto compiuto il giorno in cui i socialisti di tutta Europa avranno realizzato sul terreno stesso della lotta una comunanza di intenti di fronte ai più grandi problemi relativi all’unificazione politica del Continente”. L’unità europea era vista come la possibile alternativa (ed unicamente realizzabile attraverso il socialismo) all’instaurazione dei blocchi americano e sovietico. Insomma un terzo blocco che avrebbe avuto in sé la forza di mediare l’oriente comunista con l’occidente democratico. Come nacque e come svanì questa avvincente suggestione. Nel luglio del ’45, finita la guerra, l’elettorato inglese allontana dal Governo Churchill e assegna al Partito Laburista la prima grande vittoria del socialismo nell’Europa post-bellica. Il Governo di Attlee avrebbe potuto e dovuto guidare questo processo di riscossa socialista per sciogliere le rigidità del patto di Yalta. Ma così non fu. I laburisti accettarono la politica estera dei blocchi e si dedicarono alle realizzazioni dello stato sociale all’interno del proprio paese. Questa opzione dei laburisti pesò su la rinascita del socialismo europeo e condannò il socialismo italiano alle divisioni e all’isolamento internazionale. Le ricerche storiche condotte su gli archivi del partito laburista mettono in evidenza la debolezza di visione che ebbero i compagni inglesi nel prevedere gli effetti devastanti che gli accordi di Yalta avrebbero prodotto per il socialismo europeo. Si accorsero degli errori del Psi solo nel ’48 con il rifiuto del Piano Marshall e con la distruzione nell’Est dei partiti socialisti per mano dei comunisti dopo la defenestazione di Praga del ’48. Non c’è molto da meravigliarsi perché sappiamo che le tendenze separatiste ed isolane degli inglesi sono sempre state prevalenti su quelle più attente e lungimiranti legate alla ricerca di soluzioni sopranazionali. Il fattore internazionale è sicuramente decisivo per capire la scissione di Palazzo Barberini, ma altri elementi entrano in gioco e creano quelle pulsioni irreversibili che spingono gli uomini a dividersi, a recidere antichi legami e a farsi del male. Nel secondo semestre del ’46 il Partito Socialista è un campo di battaglia, non si festeggia il 2 giugno, che fu giornata di vittoria socialista e repubblicana, si combatte una lotta interna tra fierezza identitaria e subalternità ai disegni altrui, contrabbandati per progetti unitari. L’assalto dei comunisti al Psi è pianificato; si va dalle doppie tessere alla valorizzazione dei socialisti fusionisti negli organismi di massa, nei sindacati e nelle cooperative; la stampa e la capillare propaganda orale sui posti di lavoro e nelle piazze, sono impegnate a segnalare il tradimento prossimo dei socialisti capitolardi e ad esaltare le qualità rivoluzionarie degli unitari. L’atto di accusa letto da Matteotti l’11 gennaio del ’47 alla Città Universitaria, poteva essere il prologo di una tragedia che poi fu scritta per i partiti socialisti dell’Est dell’Europa. La corrente socialista nella Cgil fu decapitata dopo la morte di Buozzi ed i comunisti dilagarono anche se la guida vigile e sinceramente unitaria di Di Vittorio,attenuò ed imbrigliò l’azione dei comunisti ortodossi. Nenni e Saragat temevano la 3° guerra mondiale ed acceleravano per la scelta di campo. Un punto va chiarito bene. La scissione non avviene su un dissenso tra comunisti e socialisti nella politica interna, ma su una diversa valutazione degli effetti che avrebbe prodotto un nuovo conflitto mondiale nella situazione interna. Nenni nei suoi diari sotto le date dell’11 gennaio 1947 scrive: “La scissione rivela sul nascere il suo carattere a un tempo assurdo e fatale. Assurdo, perché urtandosi in opposizione alla supposta subordinazione mia e della maggioranza ai comunisti, fa a questi ultimi il grazioso dono di togliere di mezzo il solo partito che contestava la loro tendenza all’egemonia sul movimento operaio. Fatale, perché la scissione si inserisce in una nuova spaccatura del mondo della quale il discorso di Churchill a Fulton, è stato l’annuncio. Dietro non ci sono terrori ideologici e morali sulla sorte della libertà-o non c’è solo questo- dietro ci sono concreti interessi di potenza. Il mondo borghese capitalista non accetta la presenza sovietica a Berlino, a Praga, a Vienna e spera di poter rovesciare la situazione creata dalla guerra. Si sbaglia, ma intanto affronta con Mosca una lotta che di sé riempirà tutta un’epoca della storia”. Subito dopo, sotto la stessa data, Nenni annotava una considerazione che ritengo aggiunta in epoca successiva perché contrasta con la sua determinazione nell’agevolare di fatto la scissione: “Mi domando quale sia stata la mia parte di responsabilità nella scissione. Certamente quella di avere abbandonato la posizione di centro, la sola che potesse consentirmi di essere arbitro del partito, ho coscienza però di averlo fatto quando non si poteva fare diversamente: quando le cose si fanno serie, è difficile stare nel mezzo. Per me è una sconfitta, perché non volevo la scissione; perché si distrugge un’opera che mi era costata molti anni di lavoro, ma soprattutto perché, in rapporto alla situazione generale, non è un fattore di chiarificazione, ma di confusione”. Saragat nel suo fondamentale intervento al Congresso di Palazzo Barberini, si sottrae ad una valutazione immediata della situazione politica interna ed internazionale e sviluppa un articolato ragionamento nutrito di dottrina e di passione democratica. Esclude ogni collocazione anticomunista, esalta la democrazia rivoluzionaria da realizzarsi con l’alleanza tra classe operaia e ceto medio ed affronta il tema della inconciliabilità tra socialismo democratico e socialismo autoritario. La condanna dell’Urss e del campo comunista internazionale non è esplicita ma è contenuta nell’ambito di una analisi corretta sul carattere non democratico della Rivoluzione sovietica. “Nella società contemporanea tutto si sviluppa nel senso previsto dai nostri maestri. Il sistema capitalistico rivela sempre più le sue contraddizioni e sempre più si dimostra incapace di rispondere a quel bisogno di giustizia che è veramente il più imperioso, il più urgente, il più dominante di tutti i bisogni umani. Il capitalismo crolla e viene sostituito da regimi sociali in cui la libertà stenta a fiorire. La ragione profonda di questo fatto è in ciò: che le rivoluzioni proletarie negli ultimi decenni hanno avuto il loro coronamento vittorioso non già nei paesi ad alto livello produttivo e ad alto sviluppo industriale, ma in quelli a base prevalentemente agricola. Le rivoluzioni operaie degli ultimi decenni hanno trionfato in paesi in cui il proletariato era una minoranza e l’alternativa era dittatura di destra o dittatura di sinistra, data l’assenza dalla vita politica delle immense masse rurali. E’ logico quindi che le cose si siano svolte in quei paesi come si sono svolte. Ma la situazione nel nostro paese è diversa. Pur tuttavia nel nostro paese l’influenza delle dottrine che sono state elaborate in condizioni sociali e storiche diverse è profonda. ………………………………………...... Il partito che sorge oggi è un partito che chiama a raccolta sul piano democratico, tutte le classi lavoratrici italiane. Il partito comunista si propone lo stesso scopo. Ebbene, ci sarà una gara di emulazione tra noi e loro, ci incontreremo nelle fabbriche, nei campi, negli uffici, ciascuno di noi proporrà la propria fede di fronte alla coscienza dei lavoratori, proporrà il proprio programma ed io sono certo che è nell’interesse della democrazia che un simile confronto di esperienze, di dottrine e di programmi avvenga in una atmosfera di serenità. Da questo lavoro di emulazione e di polemica cordiale potrà sorgere qualcosa che avrà assai maggior valore di una unità formale. Verrà fuori una educazione civica nel senso di un costume di vita veramente democratico. Questo è quanto ci proponiamo di fare”. Ma la storia che seguì non fu così idilliaca! La posizione di Iniziativa Socialista non trovò la forza per imporsi nel Partito al Congresso di Firenze e giunse in difficoltà al Congresso di Roma del ’47. L’inizio della guerra fredda gelava il progetto dell’Europa socialista, forza di pace tra Russia e America. Nel 1947 la situazione internazionale precipita. Il 6 ottobre rinasce il Commintern nella versione Comminform. Nenni così scrive sul Diario con disperato candore: “Ha fatto molta impressione l’annuncio che si è costituito fra i partiti comunisti europei un ufficio di informazione con sede a Belgrado. La decisione è stata presa nel corso di una conferenza a Varsavia dove il Pci era rappresentato da Longo e da Reale. Il tono della lanciata da Varsavia è molto grave e prelude a un inasprimento dei rapporti internazionali. Non sarei sorpreso se fossimo alla vigilia della uscita dell’Urss dall’Onu. La è diretta in modo violento contro il Piano Marshall e contro la destra socialista accumunata nell’accusa di tradimento da Bevin, a Blum, a Schumacher, a Saragat. La chiarisce il discorso che fece sabato Togliatti con tendenza a irrigidirsi su posizioni antiamericane tali da escludere i comunisti da ogni possibilità di tornare al Governo. De Gasperi avvertì questo irrigidimento e se ne valse. Io ne fui sorpreso e non ebbi lì per lì l’intuizione di ciò che succedeva. Insomma, salvo un fatto nuovo, si avvera che stiamo per essere sospinti a essere cento per cento o con l’Occidente o con l’Oriente, ciò che per noi è impossibile”. Il 24 novembre Nenni va a Praga e incontra Malenkov, il vice di Stalin. Nenni con grande onestà ha lasciato nei suoi diari quella pagina nera, dove si descrive una resa dei socialisti italiani alla politica sovietica. Il 18 dicembre Saragat entra nel Governo De Gasperi e comincia la grande stagione del centrismo organico. Dopo 60 anni da quel freddo gennaio del 1947, si può trarre un bilancio sereno e distaccato. Credo di poterlo fare perché ebbi la fortuna di partecipare da giovanissimo sia alla fase d’incubazione ’43- ’46 sia a quella della esplosione ’47-50. Quattro sono le domande principali a cui occorre rispondere: 1. Era evitabile? 2. Fu utile? 3. Quanto costò? 4. Cosa lascia in eredità? Rispondiamo per sintesi perché gli eventi storici del lungo ciclo sostengono le nostre conclusioni. 1. Non era evitabile perché l’unica ipotesi unitaria (unità socialista europea) avanzata dalla nuova generazione socialista si dissolse dinanzi alla bronzea legge della divisione in due (occidente e Oriente) del dominio del mondo. 2. Fu utile al Paese perché impedì al moderatismo italiano rappresentato dalla Dc di governare con il sostegno della destra di forte derivazione fascista e monarchica. Nel breve periodo indebolì il socialismo italiano e la sinistra nel suo complesso, ma creò quel nucleo di resistenza e di esistenza del socialismo autonomo che aiutò il Psi ad essere forza di governo e permise negli anni ’90 al Pci di non essere isolato nella tragica fine del comunismo internazionale. 3. Costò molto al socialismo italiano perché non interruppe la serie storica delle sue lacerazioni e dilapidò il nascente patrimonio della immensa forza di una nuova generazione di socialisti. Questa dispersione non ebbe soltanto effetti di indebolimento quantitativo ma di fatto congelò ogni tendenza al revisionismo teorico e all’europeizzazione della sinistra italiana. 4. Lascia in eredità una grande lezione di storia utile per l’intero sistema politico italiano: l’unità formale è sempre un limite, mentre la separazione per scegliere la strada del destino di un popolo è sempre virtuosa anche se è dolorosa. A sinistra lascia un’altra importante eredità di stile e di dottrina: distrugge lo schema falso e acritico fondato sulla necessità di non aver alcun nemico a sinistra e smentisce l’assunto di comodo basato sul principio che ogni posizione non unitaria è una collocazione a destra. La liquidazione di questi perniciosi luoghi comuni apre la strada al revisionismo dei fondamentali che resta ancora oggi il punto debole per ogni ripresa della sinistra storica. In finale restano due ultime considerazioni non marginali ma, meritevoli di ulteriore approfondimento. La prima è ovvia ma è meglio ricordarla: le nuove classi dirigenti si formano nel fuoco delle grandi scelte di futuro, dove si rischia il giudizio storico e si rifiuta la carriera burocratica. La seconda considerazione è più complessa: in politica i nuclei di esistenza e di resistenza vivono se vi è una domanda di missione e se sono sostenuti dalla generosità dei credenti. Oggi possiamo dire che a Palazzo Barberini non nacque un partito artificiale e senza ideali, ma che si raccolsero le forze della tradizione e quelle più giovani e visionarie. Non vinsero presto la partita ma crearono le condizioni perché il socialismo sopravvivesse ai drammi totalitari del ‘900 che Saragat definì, con lapidaria sintesi: “Il fascismo è la vergogna del capitalismo, il comunismo è la tragedia del socialismo”. Su quella pietra di Palazzo Barberini poggiano ancora oggi dei pezzi di fondamentali utilizzabili e preziosi per le nuove generazioi.

 Bari 16 marzo 2007

Intervento del compagno Rino Formica al convegno su “ il congresso di Palazzo Barberini e il socialismo italiano svoltosi di recente a Bari.

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di Ufficio Stampa (del 02/04/2007 alle 14:35:53, in Ufficio Stampa, linkato 1225 volte)
Discutendo una tesi in Pedagogia Speciale intitolata “ La qualità della relazione con soggetti diversamente abili”, la compagna Lucia Riefolo, Segretaria Nazionale della Gioventù Socialdemocratica, ha conseguito brillantemente la laurea magistrale di Dottore in Scienze dell’Educazione con voti 110/110. A Lucia giungano forti gli auguri di tutti i compagni per le sue non comuni doti di passione politica , di leader e di trascinatrice di tanti giovani pugliesi verso la socialdemocrazia.
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di Giovanni Grieco (del 27/03/2007 alle 10:23:00, in Lettere Aperte, linkato 1035 volte)

Il Papa Benedetto XVI è ancora una volta intervenuto per richiamare i vertici dell’Unione Europea a ricordare le radici cristiane nella redazione della Costituzione. Il nostro Ministro Amato che fu coartefice della prima bozza di Costituzione sul Corsera di ieri ci informa che la nuova Costituzione non conterrà alcun preambolo, per cui la questione sarebbe risolta come Alessandro Magno sciolse il nodo di Gordio. Dello stesso parere la Cancelliera Merkel che richiama “ tradizioni secolari secondo le quali nei documenti degli Stati non ci possono essere riferimenti alla fede”. In contemporanea Prodi, ricordando come dovette rimettersi in tasca l’emendamento del riconoscimento delle radici cristiane che voleva proporre, ci dice che dobbiamo guardare al futuro ed aprirci ad “una laicità nuova”. Mario Monti a sua volta ci esprime la preoccupazione di un “vuoto pericoloso tra un orgoglio legittimo fondato su 2000 anni di storia ed una richiesta pure legittima di orientare il futuro”.Egli riflette che, però, in circa 2000 anni di ispirazione cristiana l’Europa è stata dilaniata da guerre, mentre da cinquant’anni, cioè da quando c’è questa sia pure imperfetta ed incompleta integrazione di stati europei non c’è più guerra. E dice “ il trattato di Roma non ha introdotto valori etici, ma ha indotto a praticarli” e cita la solidarietà intergenerazionale (finanza pubblica e politica per l’ambiente) e metodo comunitario con pari trattamento per stati grandi e piccoli. Dopo la bocciatura della prima bozza, riprendendo il discorso sulla legge fondamentale ritornerà, credo, il problema di una definizione dei fondamenti etici necessari per un’Europa con ruolo politico, che non deve continuare ad apparire, e non solo, come un accordo societario tra capitalismi di varia intensità e forza, più o meno liberisti; un’Europa di banchieri e di mercanti. Ora, nell’occasione del cinquantenario del Trattato di Roma il tema ritorna sul tappeto, con scadenza 2009. In particolare mi sembra necessario soffermarci sulla “laicità nuova” citata da Prodi, che non solo sembra accantoni il richiamo alle radici cristiane, ma anche lascia ipotizzare l’inclusione di valori laici diversi da quelli finora considerati. Proprio in un’intervista del 24 marzo u.s. a RAI 3 Emma Bonino ci dice che l’Europa non ha come riferimento o radici la cristianità, ma afferma valori laici, quale la libertà, la parti dignità, la giustizia sociale, ecc.. Pur se glissato dalla Bonino, come capita spesso ad altre persone colte atee o di altro credo religioso, si sa che quei valori sono stati esplicitati e si sono diffusi nell’Europa della Civitas Romana partendo dalle rive del Giordano e non c’erano prima a Roma, nè sulle rive del Gange o del Fiume Giallo, e neppure spuntarono sei secoli dopo tra i minareti. Ora ci domandiamo, Prodi pensa che i valori dell’Europa validi all’epoca del Trattato di Roma e di indiscutibile matrice cristiana siano ormai obsoleti, vadano del tutto archiviati e sostituiti da altri ? Intende Prodi per “valori laici nuovi” i valori fondanti della civiltà islamica? O di altre ancora? Le affermazioni di Prodi, che è stato fino a poco fa al vertice della Comunità Europea ci obbligano ad andar ben oltre a quanto ritengono sufficiente sia Amato, che Monti e la Merkel. Il problema non è se è citate oppure no le radici cristiane. Il problema è che se citate si pongono come cemento etico quei valori introdotti nella società civile dal cristianesimo (quindi non è un fatto di fede), se non citati bisogna chiarire se e come farli vivere giuridicamente nella gestione dell’allargata nazione Europa. Un esempio per tutti, come si coniuga la “pari dignità” insieme alla diversa dimensione sociale della donna tra Cristianità ed Islam? Non credo che il pur indiscutibile bene comune della realizzazione di un’Europa politica possa essere elemento sufficiente per supplire norme di convivenza condivise, se non c’è condivisione di valori etici. Se, come dice Monti, le cose sono andate bene in pace tra i Paesi europei senza bisogno di codificare i valori etici, non è,per caso, avvenuto perché l’integrazione richiamata da Monti è stata tra paesi a stragrande maggioranza cristiana e questa generava la legge non scritta? Dopo l’ondata migratoria di quest’ultimo decennio non sono incominciati scontri e difficoltà per contrasti di usanze, di regole di vita nei e tra i Paesi della Comunità? Il fatto di non parlarne, di non fare menzione in una Carta Costituzionale di valori che costituiscono il fondamento etico di una società, sia di un solo stato che di unione di stati, non sembra prefiguri scenari rassicuranti quando si completerà l’allargamento dell’Europa. Anzi, fa temere di non partire col piede giusto, se si vuol evitare che ai duemila anni di guerre richiamate da Monti seguano altri secoli di conflitti religiosi scatenati da divergenti concezioni dei rapporti interumani e di quei valori laici richiamati dalla Bonino. Bisogna, certo, come dice Prodi guardare ad una laicità nuova, ma tenendo in chiaro che sui valori civili generati da culture religiose diverse va ricercata la base etica comune ed esplicitata nella Carta per rendere cogente la norma condivisa. Naturalmente quanto detto non va inteso come difesa dell’esclusività di valori di questa o quella religione e quest’argomento non ha niente a che fare con la fede. La vecchia Europa ha mutuato valori dalla religione cristiana e non è detto che siano gli unici possibili per una convivenza migliore e non possano esservi altri di altre culture da considerare. Ciò che conta nella costruzione di una nuova aggregazione sociale e politica è la consapevolezza che la dimensione umana non è soltanto quella del homo oeconomicus, anzi si sostanzia nell’individualità e nell’alterità di valori etici . Va altresì considerato che non basta l’enunciazione di valori, ma serve la norma con cogenza di universale osservanza, altrimenti si rischia di ripetere l’inefficacia nei secoli scorsi dei pur diffusi valori cristiani, che, come Monti ci ha ricordato, non furono sufficienti per evitare bagni di sangue qua e là per l’Europa. E non sono bastati neppure per evitare l’indegna stagione della tratta dei negri ieri, dello sfruttamento degli immigrati clandestini oggi.

26 marzo 2007

GIOVANNI GRIECO

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di Ufficio Stampa (del 19/03/2007 alle 09:49:40, in Lettere Aperte, linkato 870 volte)

Poichè non riconosco l'attività di via dell'oca, qualsiasi documento, facente riferimento ad essa, lo considero inopportuno e richiedo la sospensione di qualsiasi notizia o iniziativa. Personalmente continuo a fare riferimento UNICAMENTE alle iniziative e programmi della Direzione, da voi SOSPESA,attualmente operante. Sono e sarò sempre difensore dei pricipi democratici che regolano la vita interna dei partiti e pertanto continuerò a rivolgermi a coloro che sono stati inopinatamente e ingiustamente espulsi(?!!?). Tanto dovevo per onore della verità CALPESTATA.

Loria 18.03.2007

Ciro Tinè

segretario provinciale TREVISO

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di Ufficio Stampa (del 14/03/2007 alle 18:39:24, in Lettere Aperte, linkato 964 volte)

Il Sig Renato d’Andria deve avere una personalissima opinione delle regole, della democrazia, della politica e del ridicolo.

Dopo aver ribadito, ancora una volta, che – dal suo punto di vista - Cioce e Magistro sono stati espulsi dal PSDI, ci informa oggi, attraverso il suo sito,  che l’on. Carta non c'entra nulla con il PSDI e che gli incontri tenuti a Bari e a Trani devono intendersi di carattere personale.

Ci siamo sorbiti in queste settimane le sue solenni dichiarazioni su tutto lo scibile umano. Probabilmente mal consigliato, egli si è pronunciato su tutte le leggi tranne che quelle della fisica.

Abbiamo letto dell’interminabile elenco delle personalità che avrebbero dovuto presenziare al “raduno” di Fiuggi, scoprendo poi che né Pannella, né Pecoraro Scanio, nè Craxi, né Di Pietro, né Cesa, né i loro numeri 2, 3 o 4, pur annunciati, li ha degnati della loro presenza. Qualsiasi persona con un po’ di amor proprio sarebbe stata portata a fare una riflessione ed un mea culpa. Invece, niente, lui a testa bassa è andato ad uno scontro, impopolare ed impolitico, che non appartiene alla storia ed alla tradizione dei partiti e della democrazia, meno che meno alla pur travagliata storia del PSDI.

Dichiarare che il PSDI non ha un deputato, né un consigliere regionale, e rinnegare i dirigenti di una grossa realtà elettorale come quella pugliese, significa ridimensionare la forza e le prospettive future del PSDI. Un po’ come emulare quel marito che nelle barzellette ritiene di fare un dispetto alla moglie tagliandosi .. gli attributi.

Ci permettiamo di ricordare al Sig. d’Andria che il PSDI non è una sua azienda e che:

1) a tutt’oggi non è dato sapere dove, come e quando si è iscritto al Partito e, soprattutto, chi ha accettato la sua iscrizione;

 2) a Bari – Trani c’erano i 2/3 della Direzione Nazionale, i rappresentanti delle regioni con i 2/3 dei voti politici acquisiti dal PSDI al Senato ed il 100% dei compagni pugliesi del nuovo direttivo regionale, il 100% dei consiglieri regionali, provinciali e comunali eletti in Puglia in liste socialdemocratiche;

3) I vertici istituzionali di Regione, Provincia di Bari (che hanno fatto pervenire il loro saluto e la loro stima) e dei comuni pugliesi, i dirigenti regionali, provinciali e comunali dei partiti del centrosinistra, riconoscono come espressione del PSDI i compagni Cioce e Magistro oltre, naturalmente, ai compagni, Abbati, Ventura, Coppi, Scardicchio, De Finis, etc.., perché democraticamente eletti e li riconoscerebbero come tali, comunque e sempre, perché conoscono la loro storia e quella del PSDI e, purtroppo, stanno imparando a conoscere anche quella dei presunti nuovi vertici;

4) sarà il Tribunale di Roma, il prossimo 20 marzo, a stabilire chi è legittimato all’uso del simbolo. Sino ad allora ci sentiremo, sempre, con orgoglio rappresentanti del PSDI e considereremo la segreteria del sig. d’Andria abusiva ed illegittima, come ogni sua decisione.

Ancora qualche giorno e festeggeremo il nostro “25 aprile”.

I Socialdecratici Europei

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di Ufficio Stampa (del 13/03/2007 alle 15:03:06, in Eventi, linkato 933 volte)


In occasione del 60° anniversario, la "Fondazione Di Vagno" organizza un incontro a tema su Palazzo Barberini ed il Socialismo Italiano.
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Caro Mimmo, concomitanti e precedenti impegni istituzionali non mi consentono di partecipare al convegno “i socialdemocratici ed il partito democratico”. Nel ringraziarti per il Tuo cortese invito, auguro a tutti i presenti un buon lavoro ed invio un caloroso saluto.

Vincenzo Divella

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di Ufficio Stampa (del 12/03/2007 alle 17:55:51, in Lettere Aperte, linkato 915 volte)

Ho ricevuto il vostro cortese invito a partecipare al convegno nazionale sul tema:”i socialdemocratici ed il partito democratico”. Purtroppo, per inderogabili impegni istituzionali precedentemente assunti, non potrò essere presente. Desidero, tuttavia, far pervenire a Voi tutti l’espressione della mia più alta considerazione e ideale partecipazione e gli auguri di buon lavoro Con i miei più cordiali saluti.

Nichi Vendola – Presidente Regione Puglia

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