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Un ideale ci deve esser caro soltanto perché è vero, e non perché è nostro.

BELINSKIJ
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati all'interno del sito, disposti in ordine cronologico.
 
 
Mimmo Magistro, presidente nazionale de “i Socialdemocratici” ed ex assessore al Comune di Bari, ha dichiarato:

“Apprendiamo del desiderio di Michele Emiliano di voler lasciare la politica per tornare  a indossare la toga. Vogliamo tranquillizzarlo, sapremo come ricompensarlo e ricordarlo ai posteri.
Anzi, da settembre apriremo una sottoscrizione tesa a raccogliere fondi per una grande manifestazione, di livello mondiale, di fuochi d’artificio per fargli sentite “forte” il nostro affetto. Una cerimonia d’addio che durerà tre giorni e che si concluderà con la partenza di 600 pullman con i quali i 30.000 cittadini assunti grazie alla sua azione politica lo accompagneranno nella nuova avventura lontano - speriamo molto lontano (possiamo sperare Aosta per tenere compagnia ad Ingroia?)- dalle nostre contrade.
 
In compenso, nessuno potrà sottrargli il record mondiale dell’inefficienza amministrativa unitamente a quello di aver potuto governare per quasi 10 anni con una nuova legge che gli assegnava poteri enormi svenduti alla sua megalomania, intrisa di populismo, arroganza e, in alcuni atti, cattiveria come nella vicenda del suo ex Assessore Pasculli.

Ritenendo di interpretare il pensiero anche di molti pugliesi lo ringraziamo per non aver infierito anche sulla Regione Puglia. Arrivederci Michele. No, non ci mancherai!

Infine, gradiremmo candidati sindaco o presidente della regione che assumano l’impegno formale a non rincorrere dal giorno dopo le elezione, nuovi e più ambiziosi incarichi”.
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Mimmo Magistro, presidente nazionale de "i socialdemocratici" e già  assessore al Comune di Bari, ha dichiarato:

"Periodicamente l' attuale Amministrazione Comunale di Bari ed il suo Sindaco, ormai avviati al record dei 10 anni, propinano minestre surgelate e riscaldate,  date in pasto per coprire le proprie incapacità. E' accaduto per  anni con i park&ride che altro non erano che i  parcheggi periferici allo stadio della vittoria e  lungomare Trieste collegati al centro con bus veloci che utilizzavano corsie privilegiate. L'iniziativa del 1983 chiamata  "zona blu" prevedeva  anche il divieto d'ingresso alle auto private tra le 7.30 e le 9.30(anche per evitare soste improduttive) e la realizzazione di piste ciclabili).

Da due-tre anni la coppia Emiliano-Sannicandro ci propina la  solita ristrutturazione dello Stadio S.Nicola , non rammento per quante volte e a quale prezzo, portato in giro per il mondo ( di certo 2 volte a Barcellona) come strumento anche per avvicinare eventuali acquirenti  del Bari calcio.

Infine,  queste ore, dopo un bando-concorso costato non so quanto, ritorna la storia del nodo ferroviario di Bari con soluzioni trite e ritrite da almeno 35 anni.

Rammento che il primo progetto fu presentato, con soluzioni analoghe a quelle prospettate oggi , dai due ministri baresi Di Giesi (al Mezzogiorno) e Formica (alle Finanze). Fu ripreso negli anni 91/94 dai sindaci De Lucia, Mazzucca, Memola, Leonida Laforgia con progetti di grande levatura, anche per il Rossani. Il progetto per la ristrutturazione della stazione centrale di Bari ( e di Venezia) era stata affidata al prof. Renzo Piano. Come nell'ipotesi di oggi i binari della stazione centrale venivano interrati, da Bari nord a Bari sud,facendo posto in superficie al verde.Il progetto ci venne presentato nel 1992  da Susanna Agnelli, (all'epoca Presidente di una società delle Ferrovie)  nello studio (con cremagliera ) di Renzo Piano  sulle terrazze a nord di Genova. La la cosa più assurda è che il Comune omette di dire che il nodo ferroviario di Bari è già in esecuzione con risorse che gli ex assessori Mario Loizzo e Guglielmo Minervini hanno reperito e che i cantieri sono prossimi all'apertura!

E visto che ci siamo non posso non esprimere grande soddisfazione per i mondiali di volley femminile previsti a Bari nel 2014, come per  tutti gli altri grandi avvenimenti sportivi sportivi. Mi sarebbe  piaciuto, però,  ospitarli, come nel passato, con  atlete baresi o di club baresi nel team italiano. In passato al Palaflorio abbiamo ospitato le nazionali di tante discipline ma avevamo una squadra di volley in A/1, 2 squadre di basket femminile in A/1  e grandi risultati anche olimpici con lotta greco romana, canoa, tennis tavolo, scherma ed atletica leggera ai vertici dello sport italiano. Adesso dobbiamo gioire( e gioiremo) se riusciremo a salvare il basket dalla terza serie. Cioè, peggio di così proprio non si poteva. Il troppo è troppo! Un po' di umiltà e trottare!".


Mimmo Magistro
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“..ho conosciuto Pietro Mennea nel 1966 nello studio del Dr. Oberdan Laforgia, all'epoca presidente dell'Aics. Io avevo fondato con Vittorio Scagliarini l’Amatori volley Bari. Lui, di due anni più giovane di me, era accompagnato dal suo allenatore che non faceva che lodare le doti naturali di quel ragazzino quattordicenne. Laforgia (papà di Renato, Pasquale e Nico), uomo dal cuore generoso, finanziò le sue prime trasferte(come quelle della mia squadretta di volley) e, ricordo come se fosse oggi, pagò anche le cure per i suoi denti. Lo ritrovai qualche anno dopo ai campionati studenteschi. Sui 200 metri  mi diede 50 metri  di distacco, arrivai 3° e compresi che quel ragazzo mingherlino aveva stoffa del campione. Poi diventò protagonista dell’atletica mondiale e diradai gli incontri. Ci ritrovammo anni dopo, lui era un grande personaggio pubblico cosicchè  il PSDI a Barletta lo propose al leader dell'epoca, Michele Di Giesi,  per una candidatura alle elezioni regionali. Andò male quella prima esperienza politica ma alle elezioni successive divenne deputato europeo. Lo ritrovai ai Giochi del Mediterraneo in cui ebbi l'onore- insieme a lui- di proporre ufficialmente la candidatura per la città di Bari , in assenza del Sindaco Dalfino...Che gioia,  ad Atene anche grazie a lui ( ed anche a Tonino Matarrese e Mario Pescante) arrivammo primi.
L'ho rivisto a Roma nel corso degli anni molte volte nel suo studio. Alcuni mesi fa ebbi modo di parlargli al telefono e lamentai che nel suo libro(storia della sua vita) aveva dimenticato la figura e l'aiuto avuto da Oberdan Laforgia.
Sfarfugliò qualcosa forse per giustificare e nascondere la sua vecchia povertà. Non sapevo della sua malattia. Ciao vecchio amico, continua a correre!”

Mimmo Magistro
Stella d’oro al Merito Sportivo CONI e componente il Comitato Promotore dei Giochi del Mediterraneo Bari ‘97


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di Ufficio Stampa (del 21/03/2013 alle 12:15:28, in Ufficio Stampa, linkato 635 volte)
CONFIMPRESEITALIA
Confederazione Sindacale Datoriale delle Micro, Piccole e Medie Imprese


INVITO
           
La S. V. è invitata a partecipare al convegno sul tema

“Il metodo riformista e una visione dello sviluppo”

che si svolgerà sabato 23 marzo p. v. alle ore 9,30 a Catania presso il Centro Fieristico Le Ciminiere, Viale Asia, 170

L'incontro, sotto forma di tavola rotonda, è dedicato ai contenuti essenziali di un vasto processo di riforma delle Istituzioni italiane ed europee, inteso come presupposto necessario per risanare i conti pubblici e rilanciare l'economia senza aggravare le ingiustizie sociali e gli squilibri territoriali. In questa luce si parlerà anche del federalismo e degli statuti regionali speciali, della difesa e del rilancio delle autonomie locali.

L'iniziativa, al di fuori da ogni finalità elettorale o di partito, muove dall'intento di ricercare elementi di condivisione nel mondo politico, sociale e intellettuale rispetto agli obiettivi principali e prioritari di un disegno riformatore compiuto e di ampio respiro a sostegno delle imprese e del lavoro.

Partecipano:

Dott. Guido D'Amico, Presidente di Confimprese Italia
Prof. Avv. Emmanuele Emanuele, Presidente della Fondazione Roma,
On. Prof. Cinzia Dato, docente di sociologia dei fenomeni politici presso l'Università del Molise
Prof. Avv. Maurizio Ballistreri, docente di diritto lavoro presso l'Università di Messina
Prof. Avv. Angelo Mangione, docente di diritto penale presso l'Università LUMSA di Palermo
Prof. Domenico Magistro, manager e presidente dell'associazione iSocialDemocratici
Mario Calì, delegato Confimprese Toscana
Carlo Occhipinti, delegato gruppo giovani di Confimprese Italia

Moderatore il giornalista Antonello Longo
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“I socialdemocratici pugliesi, riuniti alla presenza del Presidente Nazionale, Mimmo Magistro, ritengono conclusa l’alleanza in Puglia con il PdL e lasciano liberi i propri elettori di votare scegliendo liste e uomini che meglio possano rappresentare il proprio territorio. La ufficializzazione della decisione, già assunta 2 settimane fa dal direttivo regionale all’unanimità e prontamente notificata agli interessati, era stata tenuta riservata per rispetto dell’on. Fitto, impegnato in vicende giudiziarie su cui – i socialdemocratici non hanno dubbi -riuscirà ad essere assolto in appello.
 
Per “i socialdemocratici” il  PdL pugliese – ed il suo riconosciuto leader - hanno rinunciato a rappresentare, anche visivamente, nelle liste alla Camera ed al Senato la realtà del territorio, che pure aveva portato a qualche lusinghiero successo, ad esempio, alla Provincia di Bari. Di quelle forze politiche che diedero vita alla coalizione a favore di Schittulli, sono stati cancellati dalla cecità di un Fitto “leaderino” ed incapace di un salto di qualità, quasi il 50% dei voti, cui va aggiunta la “pulizia etnica”  che ha cancellato quasi completamente la componente  che faceva capo a Mantovano (messo in condizione di tornare a fare il Magistrato) e Quagliariello, esiliato in Abruzzo che, insieme, rappresentavano all’opposizione il 30% del Partito.
 
La “Puglia prima di tutto”, la lista Schittulli, socialdemocratici, liberali e repubblicani (oltre il 20% di voti alle provinciali di Bari) sono stati emarginati perché alla aggregazione politica, al confronto ed alla lealtà, Fitto ha preferito il cerchio magico degli amici,  lasciando fuori chi, come Cassano e Marmo – migliori performance alle regionali-  non hanno mai portato il proprio cervello all’ammasso.
 
La mancanza delle primarie, di un confronto interno agli organi del territorio (l’on. Amoruso – segretario regionale- ha contato nella trattativa come il due di bastoni) hanno prodotto una lista dove, accanto ad alcune eccellenze, ci sono esodati della politica richiamati in servizio, mancano le donne (quella presente è solo espressione “amicale” del Cavaliere) ed i giovani, universitari e non.
 
Gli impegni, peraltro, assunti 4 anni fa, all’atto delle consultazioni amministrative al Comune ed alla Provincia di Bari,  per una gestione comune dell’Ente, sono stati disattesi. La pigrizia e l’incapacità del gruppo dirigente del PdL, che non è riuscito dopo due anni neanche ad esprimere un assessore, sono la prova di un decadimento che solo un uomo della società civile accorto come Schittulli ha evitato dal disastro totale.
 
La nota pubblicata stamani dalla stampa di un incontro svoltosi in un albergo barese tra Fitto, Amoruso, Silvestris ed il consigliere Giovanni Alfarano nel corso del quale, pur di sollecitare lo  scemato impegno elettorale  di quest’ultimo, lo stesso sarebbe stato officiato quale candidato sindaco a Barletta, è la dimostrazione dell’inciviltà dei rapporti che il Pdl intende avere con i partner. Alleati che, come ben sanno Fitto, Amoruso e Silvestris, avevano già individuato in Damiani il candidato ideale, non hanno alcuna fiducia e stima di Alfarano e che, quindi, non potrà contare certamente sul sostegno storicamente forte e determinante dei socialdemocratici barlettani. E non solo!”
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di Ufficio Stampa (del 31/01/2013 alle 17:35:28, in Ufficio Stampa, linkato 750 volte)
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di Ufficio Stampa (del 29/01/2013 alle 18:34:03, in Eventi, linkato 785 volte)
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di Ufficio Stampa (del 13/01/2013 alle 11:52:23, in Ufficio Stampa, linkato 651 volte)
MAGISTRO E S. CRAXI A PALAZZO BARBERINI RICORDANO GIUSEPPE SARAGAT NEL 66° ANNIVERSARIO DELLA SCISSIONE. PRESENTATO IL SIMBOLO DE “I SOCIALDEMOCRATICI – ISD” ALLA CAMERA ED AL SENATO.

Dirigenti e militanti delle formazioni del socialismo democratico e autonomista, venuti da diverse regioni Italian, hanno ricordato a Palazzo Barberini, come fanno tutti gli anni, la storica scissione guidata da Giuseppe Saragat che l'11 gennaio del 1947, che proprio in quella sede diede vita al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, dissociandosi dalla scelta frontista del PSI di Pietro Nenni. Mimmo Magistro, Presidente nazionale de “iSocialDemocratici- iSD”, promotore dell'incontro, ha aperto la celebrazione, dando lettura del messaggio inviato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano:

(…)“Nell’impossibilità di essere presente per impegni già assunti, desidero esprimere il mio vivo apprezzamento per l’iniziativa, che si propone quest’anno di ricordare in modo particolare le linee direttirci dell’impegno politico di Saragat, rivolto ad ancorare I valori di giustizia sociale e di solidarietà che sono alla base dell’ordinamento repubblicano, ad un superiore orizzonte di libertà e ad un definito quadro di impegni e di riferimenti europei ed internazionali.”(…)

Magistro, ha poi aggiunto: “Ricordiamo, ancora dopo 66 anni la Scissione di Palazzo Barberini perché quell'atto politico si è rivelato fondamentale per consentire all'Italia, con la sconfitta del fronte popolare, di ancorare il suo destino al mondo occidentale evitando di finire nella morsa dei regimi comunisti della sfera sovietica.  Gli italiani devono a Saragat decenni di libertà e di progresso che oggi sono messi in discussione da una crisi economica devastante, causata dalle speculazioni di un potere finanziario in gran parte estraneo al nostro Paese, che impoverisce grande parte delle popolazioni, dai ceti medi agli operai, dal vasto tessuto delle piccole, medie e micro imprese alle masse giovanili in cerca di occupazione. Noi socialdemocratici continueremo, nel segno del nostro fondatore, a combattere per la libertà e la giustizia sociale, cominciando dalla difesa del diritto di forze politiche come le nostre, legate al pensiero riformista, laico, liberale, socialista autonomista a vivere e ad essere rappresentate.” Introdotta, con brevi parole di commosso ricordo, da Antonello Longo, è quindi intervenuta l'On. Stefania Craxi, che guida la nuova formazione dei “Riformisti Italiani”. “Quella di Saragat del gennaio 1947 fu una scelta di grande coraggio, decisiva per l'affermazione delle democrazia in Italia. Egli pagò a caro prezzo quella scelta con anni di isolamento e subendo il coro incessante della denigrazione. Ma, uomo burbero e determinato, tirò dritto per la sua strada, fino al riconoscimento massimo della presidenza della Repubblica.  Il nostro Paese vive oggi una crisi di democrazia, l'insegnamento di leader storici come Saragat e Craxi ci guida nel difficile cammino per affermare l'idea di una grande riforma dello Stato e della Costituzione repubblicana, per introdurre anche da noi un sistema di democrazia governante di cui da decenni si soffre la mancanza. Il popolo deve poter scegliere chi governa e determinare gli indirizzi di politica economica e sociale. Socialisti autonomisti e socialdemocratici, uniti nel segno di un riformismo forte, si preparano ad una campagna elettorale tanto difficile quanto decisiva del loro avvenire come del futuro dell'Italia.”  
I Socialdemocratici dell’iSD, che stanno verificando le condizioni di una list ache tenga insieme I riformisti ed i socialisti democratici italiani, hano comunque depositato il loro simbolo, per la Camera e per il Senato, per la partecipazione alle prossime politiche nelle regioni italiane.

Roma, 12 gennaio 2013




Un momento della cerimonia a Palazzo Barberini...da sinistra: Pino Del Vecchio (segretario provinciale Taranto), il Presidente dell'iSD Mimmo Magistro, l'on. Stefania Craxi ed Antonello Longo.
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di Ufficio Stampa (del 30/12/2012 alle 11:22:17, in Ufficio Stampa, linkato 623 volte)
Mario Monti ha sciolto la sua riserva: accetterà di essere candidato premier della coalizione di centro, che farà riferimento non esattamente al suo nome ma, sottigliezza morotea sfuggita ai più, al titolo della sua “agenda”. Egli dunque “sale in campo” malgrado che, con lo scopo apparente di sfruttare a pieno le opportunità offerte dal porcellum, alla Camera ogni formazione presenterà liste e simboli separati, così che nessuno dei leaderini che affollano l'area centrista dovrà lasciare il segno del comando al professore. Come esordio di una nuova politica “a vocazione maggioritaria” non c'è male.

Noi comunque consideriamo la fine del “tecnicismo” montiano e il suo ingresso nell'agone politico un fatto positivo: nessuno può imporre le proprie ricette – per miracolose che siano (o vengano descritte) – senza passare al vaglio del corpo elettorale.

Inoltre quest'evento rappresenta, secondo noi, un elemento di chiarezza: niente più “bipolarismo”: c'è una destra, un centro, una sinistra (?), poi ci sono i 5 Stelle, la Lega, gli Arancioni e così via. Il rischio dell'ingovernabilità c'è e non c'è, perché se il porcellum non dovesse dare al PD/SeL/PSI una maggioranza autosufficiente nei due rami del Parlamento, i centristi potranno dettare le condizioni di un'alleanza che è già nelle cose. Alleanza che Bersani stesso probabilmente preferisce all'autosufficienza in quanto gli darebbe una “copertura” ideale per governare con i contenuti dell'Agenda Monti, magari spedendo quest'ultimo al Quirinale.

Per quanto ci riguarda, è giusto che chi ha un seguito in questo Paese venga rappresentato e possa confrontarsi nelle aule parlamentari. Non è giusto, invece, non è accettabile, non è possibile che scompaiano, o vengano costrette a farsi fagocitare, componenti essenziali della tradizione democratica italiana, in particolare quelle del riformismo, degli interpreti storici del pensiero laico, liberale, socialdemocratico, dell'autonomia socialista.

Questo pensiero vive ancora e i socialdemocratici lotteremo fino in fondo per difendere il diritto di rappresentarlo, assieme alle amiche e agli amici, alle compagne e ai compagni che vorranno ritrovarsi in un cammino comune.   
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Tutti ormai conosciamo il fenomeno della globalizzazione dei mercati e delle comunicazioni, con i suoi effetti antichi e nuovi, positivi e negativi, le sue ricadute sulle economie nazionali, la vita sociale e civile, le abitudini di consumo e le tendenze culturali.

E tutti, più o meno, abbiamo coscienza delle conseguenze che, in quest'ambito, provoca l'impatto esercitato dal mercato finanziario. Il vecchio, utile gioco della borsa, che porta guadagno agli investitori più audaci e competenti e convoglia risorse verso il mondo della produzione resta ormai sullo sfondo di un'attività di speculazione tutta puntata sui fondi raccolti col commercio del denaro, vale a dire del credito.

Le masse di denaro raccolte con la vendita di titoli legati alla produzione non di beni e servizi ma di interessi su prestiti, si spostano con la velocità della luce da un punto all'altro del globo, con un clic, per fare altri prestiti, sempre nuovi investimenti sui “pagherò” in entrata e in uscita. Così quando le “bolle” (letteralmente palle gonfie di aria, cioè di nulla) scoppiano, come è successo negli Stati Uniti con la speculazione sui mutui concessi senza garanzie per l'acquisto di case di abitazione, l'effetto del “buco” si propaga rapidamente a tutti i mercati del denaro e quindi, a ricaduta, su tutta l'economia mondializzata.

Accade oggi che la speculazione dei “mercati” finanziari punta sugli interessi prodotti dai debiti non più solo delle società commerciali e delle persone fisiche ma anche degli enti pubblici e, infine, degli stessi Stati, i cosiddetti “debiti sovrani”. I “mercati” prima hanno riempito gli Stati e le amministrazioni locali di titoli poggiati su fondi “spazzatura”, poi hanno giocato al ribasso ad ogni asta indetta per vendere i titoli dei debiti pubblici, in modo da ottenere forti aumenti nei tassi d'interesse. In questo modo il debito pubblico delle realtà statali più deboli e delle economie meno strutturate è schizzato verso l'alto, aggravato dai sempre maggiori interessi da corrispondere agli acquirenti dei propri titoli. 

Chi sono questi benedetti “mercati”, si tratta di misteriose presenze, entità oscure, oppure hanno nomi e cognomi? Facciamo l'esempio che ci sta più a cuore, quello dell'Italia. Chi compra i titoli del debito pubblico italiano? Almeno per il 40% parliamo di banche, enti e società esteri, in prevalenza tedeschi e francesi; per un altro 40% di banche italiane, fondi e società di assicurazione, per il 6% della Banca d'Italia. Solo quello che resta va alle famiglie che, sempre per mezzo delle banche, investono in titoli di Stato i loro risparmi. Per pagare e restituire i titoli in scadenza, lo Stato italiano mette in vendita nuovi titoli e qui entra in gioco la speculazione “al ribasso” che impone interessi sempre più alti.

Con questo meccanismo il debito di uno Stato diventa una fonte di lucro per i “mercati”, a spese della comunità nazionale. Per questo motivo il nostro debito pubblico cresce costantemente, ormai ha sfondato il muro dei 2000 miliardi di Euro e gli interessi che ogni anno devono essere pagati volano oltre i cento miliardi.

Il cittadino oggi è confuso da una congerie di informazioni in materia di economia che non riesce a comprendere fino in fondo. Si creano dei “mantra”, parole d'ordine rivolte a creare consenso attorno a concetti iniqui e non sempre logici: “facciamo sacrifici per salvare l'Italia e dare un avvenire ai nostri figli”, “siamo ridotti così perché abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità” e così via mistificando. Ma le cose non stanno proprio così. 

Senza alcun dubbio è un bene che i governi si applichino ad evitare gli sprechi e soprattutto a selezionare e riqualificare gli obiettivi e le modalità di spesa. È sbagliato, invece, dire che la spesa pubblica è alla base del debito se è vero, com'è vero, che dal 1980 ad oggi, le spese dello Stato sono state più di 500 miliardi di Euro in meno rispetto al gettito fiscale. E se il rapporto tra debito pubblico e PIL, che nel 1991 era del 98,5%, ha sfondato, alla fine del 2011 il tetto del 120% ciò è dovuto al fatto che l'avanzo primario raggranellato ogni anno (più entrate/meno spese) è stato letteralmente “bruciato” dagli interessi sul debito. E sappiamo come e perché i “mercati” hanno usato la speculazione per aumentare i loro guadagni a spese degli stati provocando recessione e perdita di sovranità.

Prodotti finanziari spazzatura sono stati venduti a profusione dalle banche d'affari internazionali anche a moltissimi comuni italiani e ad alcune regioni, soprattutto nel Mezzogiorno, ed è questa una delle principali cause del dissesto di questi enti che getta nel marasma le comunità locali e provoca grandi sofferenze alle fasce meno abbienti della popolazione. Gli squallidi fenomeni di malcostume e di degrado della politica che hanno riempito le cronache locali e nazionali hanno, oltre a provocare una sacrosanta condanna morale, agevolato il diffondersi, nell'immaginario collettivo, dell'idea che gli enti territoriali sono una delle cause principali del dissesto delle finanze statali. Una concezione che ignora il fatto che solo il 6% del debito pubblico è prodotto dal sistema delle autonomie locali, oggi strangolate da una forbice micidiale tra tagli ai trasferimenti statali e patto di stabilità.

Allora cominciamo a smascherare le mistificazioni e chiamiamo le cose col loro vero nome: si potrà pure scrivere la parola “mercati” ma si legge “poteri finanziari”. La voracità di questi poteri ha spazzato via il sogno di un capitalismo virtuoso, capace di benefiche ricadute sul globo intero. Anche forzando le regole democratiche, il governo, la gestione della crisi nella sua fase acuta, in alcuni dei paesi più a rischio – tra cui l'Italia – sono stati affidati ai rappresentanti (non tanto per esserne espressione diretta ma per la mentalità, la cultura, le storie personali di cui sono portatori) delle banche e degli istituti finanziari non è stata, a nostro avviso, l'idea migliore. Per dirla in breve, è stato come affidare le pecore al lupo.

Le teorie neo-liberiste pensano di governare il fenomeno della globalizzazione in generale, e quello della finanza speculativa in particolare, creando le condizioni di una “governance”  internazionale dei mercati e della finanza che trasforma, magari con l'intento di tutelarli, quelli che erano i “mercati interni” in consumatori del mercato globale.

Oggetto e strumento, insieme, di questa “governance” sono gli organismi internazionali e sovranazionali ai quali, per effetto di convenzioni e trattati, gli stati nazionali (e le banche centrali) hanno via via ceduto parti significative della loro sovranità, come, per esempio, il WTO (in italiano OMC, organizzazione mondiale del commercio), la Banca Mondiale, il FMI (fondo monetario internazionale) e la BCE (banca centrale europea), cui si aggiungono organismi non istituzionali ma con potere decisionale come i famosi incontri intergovernativi chiamati G (governi) 8, 10, 20...

La conduzione di questi istituti non risponde a dinamiche di tipo democratico ma, semmai, tecnocratico e la “regolazione” dei mercati ad essi demandata è sfociata troppo spesso in attività di mero riequilibrio tra le posizioni delle grandi concentrazioni finanziarie, in un oggettivo sostegno alla penetrazione di sempre nuovi mercati da parte delle società multinazionali, spesso a discapito delle produzioni locali e degli interessi territoriali.

L'Unione Europea non è, non dovrebbe essere, uno strumento di quel tipo. Essa ha diversa natura e ben altre finalità. Evoluzione delle precedenti esperienze del MEC e della CEE, l'Unione di oggi è nata con l'ambizione dichiarata di indirizzare l'interazione economica fra gli stati-membri verso una vera comunità politica sovranazionale, unendo in un corpo unico le nazioni europee che in passato, per voglia di potenza e di prevaricazione, avevano più volte fatto precipitare le loro discordie nelle più grandi e spietate guerre di massacro della storia. Anche la creazione di una moneta unica, l'Euro, fu esplicitamente collegata (anche) all'esigenza di imprimere una forte spinta al processo di integrazione politica. Tuttavia le spinte all'egoismo nazionale inferte dalla crisi e dai fenomeni migratori, la gelosa difesa da parte delle economie più forti degli interessi dei rispettivi sistemi bancari, che hanno investito molto sui debiti sovrani degli altri Stati membri, hanno fatto oggi dell'Unione Europea un meccanismo per molti aspetti farraginoso e squilibrato
 
Noi socialdemocratici non siamo né sognatori né estremisti. Ci riesce difficile considerare il Sud America o l'Islanda come modelli da imitare su scala mondiale. Siamo del tutto consapevoli dell'importanza di avere strumenti internazionali e sovranazionali in grado di attutire una spinta di stampo neo-colonialista altrimenti inarrestabile. Il processo di integrazione europea, prima di tutto,  è presupposto di pace e di sviluppo che giustifica la cessione di parti di sovranità statale in nome degli interessi comuni in materia di politica estera e di difesa, di politica economica e del mantenimento di livelli standard per le libertà economiche, politiche e civili.

Sono considerazioni che non giustificano il gioco speculativo sui debiti sovrani. Anzi, se esistono istituti sovranazionali dotati di potere decisionale, essi devono contrastare la speculazione, non assecondarla. L'agenda Monti come, in generale, la burocrazia europea a guida franco-tedesca, sono ispirate, appunto, da una visione del liberismo che piega il cambiamento e le riforme alle esigenze della “grande finanza”. Quando i portatori di questa concezione parlano di “regole” e di “riforme” si riferiscono a misure per assicurare la libera concorrenza e la solvibilità di ogni singolo stato nei confronti dei suoi creditori. Tutto il resto, dalla più giusta distribuzione del reddito allo stato sociale, dal superamento degli squilibri territoriali al rispetto dell'ecosistema, dalla libertà dell'informazione alla trasparenza dei processi decisionali, o è il portato virtuoso di un razionale reinvestimento del profitto o, molto semplicemente, può andare a farsi fottere.

Il profitto deve essere tutelato subito e ad ogni costo, il benessere dei popoli e l'equità sociale può attendere tempi migliori. Il pensiero dominante degli attuali governanti europei non è tanto quello di evitare il “default” degli stati in crisi quanto di evitare il fallimento delle banche che, vendendo loro titoli altamente tossici, ne hanno scatenato le criticità.

In Italia, gli interventi più rilevanti del governo Monti hanno riguardato l'esasperazione dell'imposizione fiscale diretta e indiretta; un taglio secco alle pensioni (un sistema che, economicamente, era già in equilibrio per effetto di riforme precedenti); il rafforzamento della frammentazione e della precarietà nei contratti di lavoro; una variegata gamma di metodi per rinsanguare le banche con grandi iniezioni di denaro contante, fino al salvataggio dalla bancarotta del gruppo MPS (nessuno ignora quali catastrofici effetti può avere il fallimento di una banca ma bisogna tenere presenti due aspetti: uno, che gli aiuti di Stato sono vietati dall'UE per qualunque fabbrichetta di scarpe o di biscotti; due, che se i gestori della fabbrichetta agiscono nello stesso modo di certi dirigenti bancari, vanno in galera difilato).

Queste scelte politiche hanno seguito una logica precisa: rassicurare “i mercati”, cioè i compratori dei titoli di Stato a lungo termine, sul fatto che l'Italia, alla scadenza, potrà pagare il costo onerosissimo delle cedole e rassicurare i governi dei paesi in cui tali “mercati” hanno sede che l'Italia, tramite il suo sistema bancario, continuerà ad essere elemento attivo nelle varie operazioni di “salvataggio”, cioè di acquisto di titoli di debiti sovrani. Rassicurazioni che hanno procurato il recupero della smarrita “credibilità” ed hanno permesso un riassorbimento del differenziale di rendimento tra titoli italiani e titoli tedeschi, il famoso spread. Effetto ancora parziale e, sicuramente, tutt'altro che definitivo. L'agenda Monti conferma: solo dalle minori somme pagate negli anni futuri per interessi sul debito si potranno trovare le risorse necessarie per la crescita.

Sono questi e non altri i risultati per raggiungere i quali gli italiani sono stati così pesantemente sacrificati. Traguardi importanti, non c'è che dire, anche perché sembra intravedersi all'orizzonte un rasserenamento nella crisi del mercato finanziario globale, quindi un rallentamento dei fenomeni speculativi. Ma la Patria non è salva, perché, se la matematica non è un'opinione, quanto si guadagna riducendo i tassi di interesse viene a perdersi quando si continua ad aumentare la “sorte capitale”, cioè il volume del debito, e questo è avvenuto nel 2012, provocando recessione, mandando a picco non solo i livelli di occupazione ma anche il volume delle stesse entrate fiscali.

Ecco il punto vero che riguarda le giovani generazioni, i nostri figli: la crescente spirale del debito e la speculazione sugli interessi che stanno disintegrando l'economia italiana e di altri paesi europei, con i mezzi fin qui usati appare ed è inarrestabile. È un “cane che si morde la coda”: qualunque avanzo primario venga prodotto dallo Stato con restrizioni di spesa e/o aumento delle entrate fiscali viene vanificato dall'aumento degli interessi sul debito. Perciò non si può insistere sul falso mito dello sviluppo basato sui tagli, che dovrebbe nel tempo ridurre il peso del debito.

Noi diciamo che tutti i sacrifici sono inutili se l'attenzione dei governi, delle entità sovranazionali, a partire dall'Europa, delle forze politiche, a partire dall'Internazionale Socialista e dal Partito Socialista Europeo, non si sposta – concretamente e subito –  sulla lotta alla speculazione e sulle misure per redistribuire il peso della crisi tra le popolazioni e i creditori degli stati e dei loro enti.

Nella visione socialdemocratica, ad una concezione più larga della cittadinanza va collegato un livello più largo di difesa dei diritti di cittadinanza e ciò può avvenire soltanto dando più forza alle istituzioni rappresentative ed ai territori rispetto ai mercati, una forza che può venire solo dalla partecipazione e dal consenso democratico. Se sulle scelte strategiche di politica economica, sulla politica monetaria, sulla formazione dei bilanci, sulle misure fiscali, i singoli stati membri dell'Unione cedono all'Europa decisioni che incidono pesantemente sulla vita dei cittadini e delle comunità locali, allora è necessario che queste scelte vengano operate da organismi sovranazionali che rispondono direttamente, non attraverso la mediazione dei governi degli stati centrali, ai cittadini ed ai territori. La concezione federalista ha quindi un riflesso concreto e pone una questione non filosofica ma di “sostanza” democratica.

Non è possibile che i governi e le forze politiche collaborino a questo crimine: che i cittadini, i sistemi economici su scala nazionale e locale, paghino tutto il prezzo della crisi provocata, nella massima parte, dagli speculatori, mentre le società finanziarie, le banche e le assicurazioni (cioè gli speculatori) continuino a lucrare sul “rigore” dei governi nei confronti delle famiglie e delle imprese. Dove sono il coraggio, la fantasia, la capacità innovativa, la forza rappresentativa, dei nostri politici. Dov'è, cosa mai è diventata, la sinistra?

Non abbiamo mai creduto, e non lo pensiamo adesso, che prendere a martellate gli sportelli bancomat o organizzare assedi ai vertici internazionali siano delle buone idee. Ma non possiamo non convenire con chi denuncia un'ingiustizia di fondo, troppo grande e troppo duratura perché si possa chiedere ad un giovane di non ribellarsi. Ai nostri giovani dobbiamo dire la verità, spiegando  loro la maggiore validità degli strumenti propri di una politica riformista, per costruire una nuova opzione di giustizia.

Antonello Longo
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