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Un ideale ci deve esser caro soltanto perché è vero, e non perché è nostro.

BELINSKIJ
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati all'interno del sito, disposti in ordine cronologico.
 
 
di Ufficio Stampa (del 10/01/2014 alle 10:19:02, in Ufficio Stampa, linkato 455 volte)
Sabaro 11 gennaio, alle ore 12.00 nell'androne di Palazzo Barberini ove è stata posta la lapide in ricordo della scissione del 1947, i Socialdemocratici italiani, i movimenti e le associazioni che ad essi si richiamano, ricorderanno Giuseppe Saragat e la lungimiranza della sua azione politica. Il suo pensiero è ancora attuale in questi mesi quando si torna a parlare di modifica dell'art. 49 della Costituzione che disciplina la vita dei partiti e che secondo Saragat (e con lui Calamandrei) aveva necessità di essere ulteriormente integrato da norme di garanzia per i cittadini a tutela della democrazia interna.
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di Ufficio Stampa (del 10/01/2014 alle 10:14:03, in Ufficio Stampa, linkato 524 volte)
11/1/1947 – 11/1/2014. Sabato prossimo, 11 gennaio, cade il 67° anniversario della "Scissione di Palazzo Barberini", per la storia d'Italia un evento politico tra i più rilevanti del secondo dopoguerra, per noi socialdemocratici la pietra miliare, ancora oggi, del nostro impegno militante.
Tutta la vicenda del movimento socialista (anche) in Italia è stata tormentata dal conflitto tra la visione riformista ed il cosiddetto “massimalismo”, dialettica che si trascina dalla fine dell'ottocento e, quindi, precede di molto la nascita del partito comunista. Il congresso socialista del gennaio 1947 culminò nella scissione tra gli autonomisti, guidati da Saragat, e gli unionisti di Nenni, infrangendo la difficile stagione unitaria imposta dalla lotta antifascista clandestina, dalla guerra e dalla fase della liberazione nazionale.
La scissione indebolì il fronte social-comunista agevolando la vittoria della DC di De Gasperi nelle elezioni del 18 aprile 1948. La nascita del PSLI (poi PSDI) di Saragat, alla vigilia della guerra fredda, contribuì dunque, forse in modo determinante, ad orientare la storia dell'Italia repubblicana in direzione della scelta occidentale e filo-atlantica.
Perciò Palazzo Barberini non può essere ricordato solo nel quadro delle ripetute scomposizioni, precedenti e successive, fra le correnti del socialismo italiano. Tanto meno quel momento storico può essere letto attraverso l'uso delle categorie interpretative applicabili alla politica d'oggigiorno.
Nenni (classe 1891) e Saragat (1898) sapevano di fare la storia. I due uomini, diversissimi per indole e personalità, erano uniti sul piano umano da una vera amicizia, che nei pericoli e nelle ristrettezze dell'esilio era stata condivisa anche dalle famiglie. Erano accomunati da un profondo idealismo, dall'integrità morale, da un'intransigente dedizione al dovere. Tutti e due, in quei momenti, erano convinti di agire nell'interesse del loro Paese, di costruire un diverso avvenire per le classi lavoratrici. Per entrambi si trattava di corrispondere ad un preciso, imprescindibile dovere.

Oggi noi sappiamo tutto ciò che è successo in seguito e possiamo apprezzare in pieno il coraggio, la statura geniale, la capacità profetica, il sacrificio anche di Giuseppe Saragat, che aveva speso vent'anni della sua vita a lavorare per l'unità del movimento operaio, e quando entrò nella sala a pian terreno del maestoso palazzo rinascimentale romano per consumare il suo strappo, aveva il cuore stretto in una morsa angosciosa, quasi schiacciato dal peso della responsabilità. Una responsabilità spesa bene, per la fortuna degli italiani.
Ma, così come a Saragat, i socialisti tutti dobbiamo rendere onore alla memoria di Pietro Nenni, anche per l'onestà intellettuale che lo portò a riconoscere, tempo dopo, gli errori ed a tornare sui suoi passi aprendo la stagione del centro-sinistra che, dopo la ricostruzione ed il boom economico degli anni del centrismo, ha guidato la società italiana a tutte le principali conquiste sul piano dell'evoluzione sociale, dei diritti dei cittadini e dell'emancipazione del lavoro (oggi messe in discussione dalla finanza globale e dalla crisi recessiva da questa provocata).
Nenni (scomparso il primo giorno dell'anno 1980), il leader appassionato, l'uomo d'azione e Saragat (l'11 giugno 1988), l'intellettuale algido, l'uomo di Stato, sono morti in pace l'uno con l'altro, affratellati ancora dalla fede nella possibilità di una determinazione socialista della democrazia, prima ancora che i cocci del muro di Berlino seppellissero il comunismo sovietico.
Adesso i gruppuscoli in cui è disciolto quel che resta del socialismo italiano da cosa sono divisi? Un po' da piccoli (e illusori) appetiti poco edificanti. Molto dalla deriva illiberale del sistema politico della cosiddetta “seconda repubblica”.
Io credo e dico, sommessamente, che è ora di finirla, è ora di riconoscere che socialismo e socialdemocrazia non sono che sinonimi, che non si può fare politica sull'onda dei rancori ma nemmeno attaccati al carro di questo bipolarismo fasullo e fraudolento.
Insomma, il coraggio dell'autonomia, la passione ideale, il senso del dovere, una visione del mondo e dell'Europa moderni che ha radici in un'aspirazione antica all'insieme indissolubile pace-libertà-giustizia sociale: la storia è passata ma queste concezioni, che sono il lascito di Saragat e degli altri padri del socialismo riformista, sono vive.
L'Italia ha bisogno come il pane di una forza politica riformista basata su una solida, dichiarata, riconoscibile piattaforma socialista. Altri, improvvisando, hanno fatto nascere dal nulla posizioni politiche di grande evidenza. Non sarebbe ora che il modo socialista si ricompatti?

Mimmo Magistro
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Mimmo Magistro: "Non abbiamo paura delle primarie se veramente servono a compattare tutto il fronte contrario alla sinistra, ma Di Paola è l'unico che può battere il fronte 'Emiliano' "

"I socialdemocratici baresi,  a cui non è stato imposto alcun candidato da altri partiti, non sono contrari in linea di principio alle primarie anche se confermano che la candidatura di un esterno ai partiti, come quella dell'ing. Domenico Di Paola, sia una grande opportunità per la città di Bari perchè esprime l'amore per la Città con un programma e molte idee pragmatiche condivisibili, supportate da significativi precedenti successi amministrativi ed imprenditoriali".

"Al contrario dell'esperienza che si va ad esaurire dell'attuale Sindaco, l'ing. Di Paola, ci pare spinto solo dalla voglia di poter essere utile alla sua città senza costruirsi- attraverso  la amministrazione della cosa pubblica- trampolini per altre e diverse esperienze politiche".

"La forze collocate nel centro-destra, le associazioni della società civile ed i movimenti politici, che hanno valutato negativamente l'esperienza di Emiliano, non possono non sostenere Di Paola il cui avversario del centro sinistra,  con quasi certezza sarà ancorato, se non  succube, del Sindaco uscente".

Per il Presidente nazionale dei Socialdemocratici, Mimmo Magistro, intervenuto ai lavori della segreteria cittadina, presieduta dal prof. Peppino Balice, "I socialdemocratici che avevano già espresso sulla possibile candidatura del prof. Schittulli il proprio apprezzamento, rammentano agli amici dell'Ncd, di Fratelli d'Italia ed a quanti ancora in mezzo al guado, di aver nel proprio interno - come tutte le altre forze politiche del tavolo "anti Emiliano"- validi candidati alla poltrona di sindaco di Bari, ma che la disponibilità del candidato "esterno" Di Paola è coerente con la voglia di cambiamento dei cittadini ed al tempo stesso è una risorsa per far superare incomprensioni e le pur legittime aspirazioni ed aspettative di altri validi esponenti politici, comunque presenti in tutti i partiti".

"Purtuttavia, ove si dovesse ritenere utile (non strumentalmente per alzare il prezzo dell'adesione) per ricompattare tutto il fronte "anti Emiliano" il ricorso alle primarie,  i socialdemocratici non  si sottrarranno e sosterranno Di Paola".

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Lunedì abbiamo ricordato Michele Di Giesi nel 30° anniversario della sua morte. Un grande Ministro, un vero riformista che voleva bene alla città di Bari di cui era stato anche vice sindaco e che con lungimiranza aveva immaginato una città metropolitana e la soluzione del nodo ferroviario.
Voglio ricordarlo anche per la sua generosità nei miei confronti, circostanza che diede vita ad una nota pubblicata da La Gazzetta del Mezzogiorno nell'aprile del 1983. Non l'avevo mai voluto pubblicare perchè poteva sembrava disdicevole e ve ne chiedo scusa...lo faccio oggi, dopo 30 anni, perchè allora come oggi penso come Di Giesi che la politica sia un servizio alla collettività. Fare il Segretario del Partito era politicamente più importante e gratificante che fare l'assessore. Valori che oggi si sono persi...
Sono orgoglioso di quello che un giorno Peppino Giacovazzo, direttore del nostro quotidiano, disse pubblicamente: "Mimmo, non c'è mai stato da vivo un politico a cui l'intera redazione abbia mai voluto dedicare una nota così bella. Moro l'ha avuta da morto". Ma Di Giesi morì dopo 6 mesi e morì la sua idea di creare una forza socialista ed autenticamente democratica in Italia. E Bari perse un grande amante del suo mare e del profumo dei suoi quartieri e che sognava - in questo uguale a Pinuccio Tatarella - di chiudere la sua carriere politica facendo il Sindaco...

Mimmo Magistro

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Sulla vicenda Ilva-Vendola-Archinà riceviamo e pubblichiamo una nota del presidente de I socialdemocratici, Mimmo Magistro.

Vedi pag.9 EPOLIS BARI del 20 novembre 2013.

Le intercettazioni che vengono quotidianamente pubblicate sull’Ilva hanno diviso il mondo giornalistico e per certi versi ribaltato alcune storiche posizioni politiche ed ideologiche circa il loro uso.
Sono tra quanti da qualche decennio, come pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti dal lontanissimo ’72 e da politico in attività permanente, ha sempre ritenuto le intercettazioni, in generale, una invasione nella vita dei cittadini quando non finalizzate e indirizzate alla delinquenza organizzata e, comunque, non come tentativo di acquisire prove ma per la loro conferma, per irrobustirne le tesi.
E nei dibattiti e nei confronti pubblici e privati ho sempre trovato convinti assertori del sistema intercettazioni proprio tra esponenti della sinistra radicale, comunista e giustizialista. Diciamo pure, e lo confesso qui, che i miei tratti politici e le mie scelte nel corso degli anni sono state influenzate non poco dall’atteggiamento che talune forze politiche avevano rispetto alle politiche sulla Giustizia. I giustizialisti li ho considerati integralisti della politica che volevano introdurre, nella attività amministrativa ad ogni livello, elementi discrezionali che erano gestiti in modo militare da alcune categorie politicizzate interne al mondo dei magistrati e dei giornalisti. In questi giorni c’è un ribaltamento, sia pure strumentale, delle posizioni che non può non farmi piacere!
Il caso Vendola ha fatto il miracolo. Fazio che grida” basta alle intercettazioni” che riguardano il nostro Governatore è – ai miei occhi- “un grande”, perché sposa la mia primordiale idea sull’uso delle stesse. Anche il fondo che una collega di un importante quotidiano nazionale che nella edizione barese tuona contro le intercettazioni sono un segnale nuovo. Ovviamente, senza dimenticare che il suo giornale per mesi (forse anni) ha messo l’occhio nella serratura di Berlusconi e, soprattutto, tramite la Daddario, ci ha deliziato dei suoi vizi e delle sue virtù. Ora vuole convincerci che non è giusto giocare con la vita degli altri mettendo in piazza le sue telefonate private con una vera e propria abbuffata. Bene, anche a lei dico benvenuta nel mio club! C’è poi un altro collega, questo jonico, che scrive dalla sua Taranto tentando di dare giustificazioni a chi non è giustificabile.
Innanzitutto perché vorremmo attendere, prima di chiudere la pagina delle porcherie tarantine, l’elenco dei giornalisti sulla busta paga di Riva e Archinà, oltre quella di politici e prelati. Ma vorremmo anche rammentargli che sul suo quotidiano non più di 15 giorni fa sono stati pubblicati ampi stralci – su 9 colonne e per 3 giorni – su quello che Berlusconi ha dichiarato ai magistrati anche relativamente a cose private e di scarso valore giudiziario.
Bene, se tutti ora conveniamo, politici e giornalisti che occorre dire basta ai “gossip” sempre, contro chiunque siano usati, facciamola questa riforma della Giustizia, senza divisioni, alla unanimità. E se la stampa che ha sempre pubblicato le intercettazioni non sempre ottenute lecitamente, perché non vara un codice di comportamenti che deve valere sempre per i propri iscritti?
Ecco, la massima secondo cui “ non tutti i mali vengono per nuocere” potrebbe farci fare un salto di qualità tra i paesi occidentali e migliorare la nostra democrazia, ma verità va reclamata sempre non a giorni alterni!

Mimmo Magistro
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di Ufficio Stampa (del 19/11/2013 alle 13:38:45, in Ufficio Stampa, linkato 507 volte)
“Caro Direttore, le intercettazioni che vengono quotidianamente pubblicate sull’Ilva hanno diviso il mondo giornalistico e per certi versi  ribaltato alcune storiche posizioni politiche ed ideologiche circa il loro uso. Sono tra quanti da qualche decennio, come pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti dal lontanissimo ’72 e da politico in attività permanente, ha sempre ritenuto le intercettazioni, in generale, una invasione nella vita dei cittadini quando non finalizzate e indirizzate alla delinquenza organizzata e, comunque,  non come tentativo di acquisire prove ma per la loro conferma, per irrobustirne le tesi.
E nei dibattiti e nei confronti pubblici e privati  ho sempre trovato convinti assertori del sistema intercettazioni proprio tra esponenti della sinistra radicale, comunista e giustizialista. Diciamo pure, e lo confesso qui,  che i miei tratti politici e le mie scelte nel corso degli anni sono state influenzate non poco dall’atteggiamento che talune forze politiche avevano rispetto alle politiche sulla Giustizia. I giustizialisti li ho considerati integralisti della politica che volevano introdurre, nella attività amministrativa ad ogni livello, elementi discrezionali che erano gestiti in modo militare da alcune categorie politicizzate interne al mondo dei magistrati e dei giornalisti. In questi giorni c’è un ribaltamento, sia pure strumentale, delle posizioni che non può non farmi piacere!

Il caso Vendola ha fatto il miracolo. Fazio che grida” basta alle intercettazioni” che riguardano il nostro Governatore è – ai miei occhi- “un grande”, perché sposa la mia primordiale idea sull’uso delle stesse. Anche il fondo che una collega di un importante  quotidiano nazionale  che nella edizione barese  tuona contro le intercettazioni sono un segnale nuovo. Ovviamente, senza dimenticare che il suo giornale per mesi(forse anni) ha messo l’occhio nella serratura di Berlusconi e, soprattutto, tramite la Daddario, ci ha deliziato dei suoi vizi e delle sue  virtù. Ora vuole convincerci che non è giusto giocare con la vita degli altri mettendo in piazza le sue telefonate private con una vera e propria abbuffata. Bene, anche a lei dico benvenuta nel mio club! C’è poi un altro  collega, questo jonico, che scrive dalla sua Taranto tentando di dare giustificazioni a chi non è giustificabile.
Innanzitutto perché  vorremmo attendere, prima di chiudere la pagina delle porcherie tarantine, l’elenco dei giornalisti sulla busta paga di Riva e Archinà, oltre quella di politici e prelati. Ma vorremmo anche rammentargli che sul suo quotidiano non più di  15 giorni fa sono stati pubblicati ampi stralci – su 9 colonne e per 3 giorni – su  quello che Berlusconi ha dichiarato ai magistrati anche relativamente a cose private e di scarso valore giudiziario.

Bene, se tutti ora conveniamo, politici e giornalisti   che occorre dire basta ai “gossip” sempre, contro chiunque  siano usati, facciamola questa riforma della Giustizia, senza divisioni, alla unanimità. E se la stampa che ha sempre pubblicato le intercettazioni  non sempre ottenute lecitamente, perché non vara un codice di comportamenti che deve valere sempre per i propri iscritti?

Ecco,  la massima secondo cui  “ non tutti i mali vengono per nuocere” potrebbe farci fare un salto di qualità tra i paesi occidentali e migliorare la nostra democrazia, ma verità va reclamata sempre non a giorni alterni!

                                                                                                                                                            Mimmo Magistro
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di Ufficio Stampa (del 18/11/2013 alle 11:25:47, in Ufficio Stampa, linkato 481 volte)
Mercoledì 20 novembre, alle ore 9.30, presso la Chiesa di San Carlo Borromeo di Bari, i socialdemocratici italiani, unitamente alla famiglia,  ricorderanno Michele Di Giesi nel trentennale della sua morte.
Di Giesi nel 1983 moriva a Roma, a soli 56 anni, alla vigilia di un congresso nazionale del PSDI che forse lo avrebbe”incoronato” segretario nazionale. Dopo aver percorso tutta la trafila all’interno del PSDI ed aver fatto a Bari a lungo anche il vice Sindaco, nel 1970 fu il primo vice presidente della Regione Puglia. Nel ’72 approdava al Parlamento dove  ricopriva più volte l’incarico di Ministro. Prima al Mezzogiorno, poi alla Poste e Telecomunicazioni, poi al Lavoro ed , infine, alla Marina Mercantile. Da Ministro per il Mezzogiorno propose la sperimentazione per le Citta di Napoli e Bari dell’area Metropolitana e la soluzione del nodo ferroviario di Bari. Al lavoro fu determinante nella definizione d’intesa con i sindacati del nuovo modello di cassa integrazione.
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Il Presidente  Nazionale de "i Socialdemocratici, Mimmo Magistro, ha dichiarato":

"Michele Emiliano non finirà mai di stupire! Vi preannuncio che nei prossimi giorni sarà su tutte le TV italiane a raccontare a modo suo la bontà dell'Ordinanza di ieri su "Ordine Pubblico e degrado urbano!
Ancora una volta tira fuori dal cilindro il suo populismo e consegna alla città (forse uno degli ultimi suoi atti) un provvedimento che è miele alle orecchie dei cittadini ormai in balia del malcostume e del malaffare che impera in città di cui sono chiaramente responsabili capi e capetti, di varie etnie, italiani compresi, che sovrintendono  a piccoli e grandi affari, dalle elemosine pretese più che richieste da falsi invalidi, ai parcheggiatori abusivi che circondano anche sedi istituzionali, ospedali pubblici, Tribunale e la stessa piazza Moro sede di Comune e Prefettura.
Orbene, Emiliano, quasi allo scadere del suo mandato, dopo dieci anni di paralisi, apre gli occhi e lo fa per accontentare - diciamo così- un gruppo di comitati di quartiere che giustamente e da anni lamenta l'assenza dello Stato e del Comune. Lo fa, chissà perchè,  per 5 piazze del murattiano e non per tutta la città.
Ma ci aggiunge anche un qualcosa di reazionario quale il  divieto di sostare in più di 5 con atteggiamento di sfida, presidio o vedetta!  E' un avviso ai suoi avversari politici? Beh, per stare tranquilli, da oggi sorridetegli sempre perchè potreste finire in gattabuia. In realtà, anche a sentire qualche ufficiale di P.G. è una ordinanza inutile e superflua perchè quanto contenuto è  tranquillamente prevista nella normativa vigente. Aver voluto sottolineare e ripetere alcune norme lapalissiane hanno solo il sapore della demagogia e, probabilmente,  il divieto di sosta, potrebbe configurare un eccesso di potere.
Emiliano ed il suo comandante toscano dei Vigili, da 10 anni fa poteva benissimo tenere ripulite le piazze cittadine da malviventi e da deiezioni canine se, anzichè utilizzare i vigili per succhiare soldi dalle tasche dei cittadini con il  95% di  multe per divieto di sosta (e simili)  avessero dislocati  questi ultimi nelle piazze e nelle vie principali di tutti i quartieri a far rispettare leggi e norme che esistono dall'unità d'Italia. Tirare fuori oggi una ordinanza roboante non lo assolve di 10 anni di silenzio responsabile."
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