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Un ideale ci deve esser caro soltanto perché è vero, e non perché è nostro.

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati all'interno del sito, disposti in ordine cronologico.
 
 
Mimmo Magistro, Presidente Nazionale dell’ISD (i Socialdemocratici) , invitato questa mattina alla manifestazione per i 20 anni di Forza Italia, ha dichiarato:
 
“Da socialdemocratico,  alleato a Bari di F.I., nel tentativo di porre fine alla disastrosa gestione della sinistra populista e radicale, condivido l’orgoglioso discorso di Raffaele Fitto.
Un discorso di una lucidità unica, di una lealtà condivisibile e di grande coerenza con i padri della Costituzione. L’art. 49 sancisce il diritto dei cittadini di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. “ uesto diritto – aggiunge Magistro- non può essere compromesso o ridotto da scelte imposte dall’alto e non democratiche.”
Per Magistro ”questo significa anche che, quanti, dopo essere stati eletti sotto il simbolo di un partito  hanno cambiato casacca, non sono eticamente autorizzati a parlare di regole. Regole che avrebbero voluto che avessero lasciato il posto al Parlamento ad altri. Richiedere oggi – come fa Alfano, abbarbicato alla sua doppia poltrona di ministro e vice di Letta - di tornare al voto di preferenza dopo aver beneficiato (...da una vita) della vecchia norma, è di un qualunquismo spaventoso.”
“Saragat, l’11 gennaio del 1947- conclude Magistro - un solo minuto dopo la scissione di Palazzo Barberini, che lo separò dai socialisti, rassegnò le dimissioni da Presidente dell’Assemblea Costituente, in segno di rispetto nei confronti delle Istituzioni.
Alfano e i suoi rappresentanti in Puglia, beneficiati dal bonus Berlusconi-Fitto, sembrano, invece, mossi solo da un odio politico nei confronti di chi a Roma o a Bari li ha creati …quasi dal nulla”.
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di Ufficio Stampa (del 16/01/2014 alle 10:47:07, in Ufficio Stampa, linkato 427 volte)



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di Ufficio Stampa (del 14/01/2014 alle 11:42:18, in Ufficio Stampa, linkato 441 volte)
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di Ufficio Stampa (del 10/01/2014 alle 10:19:02, in Ufficio Stampa, linkato 402 volte)
Sabaro 11 gennaio, alle ore 12.00 nell'androne di Palazzo Barberini ove è stata posta la lapide in ricordo della scissione del 1947, i Socialdemocratici italiani, i movimenti e le associazioni che ad essi si richiamano, ricorderanno Giuseppe Saragat e la lungimiranza della sua azione politica. Il suo pensiero è ancora attuale in questi mesi quando si torna a parlare di modifica dell'art. 49 della Costituzione che disciplina la vita dei partiti e che secondo Saragat (e con lui Calamandrei) aveva necessità di essere ulteriormente integrato da norme di garanzia per i cittadini a tutela della democrazia interna.
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di Ufficio Stampa (del 10/01/2014 alle 10:14:03, in Ufficio Stampa, linkato 453 volte)
11/1/1947 – 11/1/2014. Sabato prossimo, 11 gennaio, cade il 67° anniversario della "Scissione di Palazzo Barberini", per la storia d'Italia un evento politico tra i più rilevanti del secondo dopoguerra, per noi socialdemocratici la pietra miliare, ancora oggi, del nostro impegno militante.
Tutta la vicenda del movimento socialista (anche) in Italia è stata tormentata dal conflitto tra la visione riformista ed il cosiddetto “massimalismo”, dialettica che si trascina dalla fine dell'ottocento e, quindi, precede di molto la nascita del partito comunista. Il congresso socialista del gennaio 1947 culminò nella scissione tra gli autonomisti, guidati da Saragat, e gli unionisti di Nenni, infrangendo la difficile stagione unitaria imposta dalla lotta antifascista clandestina, dalla guerra e dalla fase della liberazione nazionale.
La scissione indebolì il fronte social-comunista agevolando la vittoria della DC di De Gasperi nelle elezioni del 18 aprile 1948. La nascita del PSLI (poi PSDI) di Saragat, alla vigilia della guerra fredda, contribuì dunque, forse in modo determinante, ad orientare la storia dell'Italia repubblicana in direzione della scelta occidentale e filo-atlantica.
Perciò Palazzo Barberini non può essere ricordato solo nel quadro delle ripetute scomposizioni, precedenti e successive, fra le correnti del socialismo italiano. Tanto meno quel momento storico può essere letto attraverso l'uso delle categorie interpretative applicabili alla politica d'oggigiorno.
Nenni (classe 1891) e Saragat (1898) sapevano di fare la storia. I due uomini, diversissimi per indole e personalità, erano uniti sul piano umano da una vera amicizia, che nei pericoli e nelle ristrettezze dell'esilio era stata condivisa anche dalle famiglie. Erano accomunati da un profondo idealismo, dall'integrità morale, da un'intransigente dedizione al dovere. Tutti e due, in quei momenti, erano convinti di agire nell'interesse del loro Paese, di costruire un diverso avvenire per le classi lavoratrici. Per entrambi si trattava di corrispondere ad un preciso, imprescindibile dovere.

Oggi noi sappiamo tutto ciò che è successo in seguito e possiamo apprezzare in pieno il coraggio, la statura geniale, la capacità profetica, il sacrificio anche di Giuseppe Saragat, che aveva speso vent'anni della sua vita a lavorare per l'unità del movimento operaio, e quando entrò nella sala a pian terreno del maestoso palazzo rinascimentale romano per consumare il suo strappo, aveva il cuore stretto in una morsa angosciosa, quasi schiacciato dal peso della responsabilità. Una responsabilità spesa bene, per la fortuna degli italiani.
Ma, così come a Saragat, i socialisti tutti dobbiamo rendere onore alla memoria di Pietro Nenni, anche per l'onestà intellettuale che lo portò a riconoscere, tempo dopo, gli errori ed a tornare sui suoi passi aprendo la stagione del centro-sinistra che, dopo la ricostruzione ed il boom economico degli anni del centrismo, ha guidato la società italiana a tutte le principali conquiste sul piano dell'evoluzione sociale, dei diritti dei cittadini e dell'emancipazione del lavoro (oggi messe in discussione dalla finanza globale e dalla crisi recessiva da questa provocata).
Nenni (scomparso il primo giorno dell'anno 1980), il leader appassionato, l'uomo d'azione e Saragat (l'11 giugno 1988), l'intellettuale algido, l'uomo di Stato, sono morti in pace l'uno con l'altro, affratellati ancora dalla fede nella possibilità di una determinazione socialista della democrazia, prima ancora che i cocci del muro di Berlino seppellissero il comunismo sovietico.
Adesso i gruppuscoli in cui è disciolto quel che resta del socialismo italiano da cosa sono divisi? Un po' da piccoli (e illusori) appetiti poco edificanti. Molto dalla deriva illiberale del sistema politico della cosiddetta “seconda repubblica”.
Io credo e dico, sommessamente, che è ora di finirla, è ora di riconoscere che socialismo e socialdemocrazia non sono che sinonimi, che non si può fare politica sull'onda dei rancori ma nemmeno attaccati al carro di questo bipolarismo fasullo e fraudolento.
Insomma, il coraggio dell'autonomia, la passione ideale, il senso del dovere, una visione del mondo e dell'Europa moderni che ha radici in un'aspirazione antica all'insieme indissolubile pace-libertà-giustizia sociale: la storia è passata ma queste concezioni, che sono il lascito di Saragat e degli altri padri del socialismo riformista, sono vive.
L'Italia ha bisogno come il pane di una forza politica riformista basata su una solida, dichiarata, riconoscibile piattaforma socialista. Altri, improvvisando, hanno fatto nascere dal nulla posizioni politiche di grande evidenza. Non sarebbe ora che il modo socialista si ricompatti?

Mimmo Magistro
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