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Un ideale ci deve esser caro soltanto perché è vero, e non perché è nostro.

BELINSKIJ
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati all'interno del sito, disposti in ordine cronologico.
 
 
di Ufficio Stampa (del 30/12/2012 alle 11:22:17, in Ufficio Stampa, linkato 572 volte)
Mario Monti ha sciolto la sua riserva: accetterà di essere candidato premier della coalizione di centro, che farà riferimento non esattamente al suo nome ma, sottigliezza morotea sfuggita ai più, al titolo della sua “agenda”. Egli dunque “sale in campo” malgrado che, con lo scopo apparente di sfruttare a pieno le opportunità offerte dal porcellum, alla Camera ogni formazione presenterà liste e simboli separati, così che nessuno dei leaderini che affollano l'area centrista dovrà lasciare il segno del comando al professore. Come esordio di una nuova politica “a vocazione maggioritaria” non c'è male.

Noi comunque consideriamo la fine del “tecnicismo” montiano e il suo ingresso nell'agone politico un fatto positivo: nessuno può imporre le proprie ricette – per miracolose che siano (o vengano descritte) – senza passare al vaglio del corpo elettorale.

Inoltre quest'evento rappresenta, secondo noi, un elemento di chiarezza: niente più “bipolarismo”: c'è una destra, un centro, una sinistra (?), poi ci sono i 5 Stelle, la Lega, gli Arancioni e così via. Il rischio dell'ingovernabilità c'è e non c'è, perché se il porcellum non dovesse dare al PD/SeL/PSI una maggioranza autosufficiente nei due rami del Parlamento, i centristi potranno dettare le condizioni di un'alleanza che è già nelle cose. Alleanza che Bersani stesso probabilmente preferisce all'autosufficienza in quanto gli darebbe una “copertura” ideale per governare con i contenuti dell'Agenda Monti, magari spedendo quest'ultimo al Quirinale.

Per quanto ci riguarda, è giusto che chi ha un seguito in questo Paese venga rappresentato e possa confrontarsi nelle aule parlamentari. Non è giusto, invece, non è accettabile, non è possibile che scompaiano, o vengano costrette a farsi fagocitare, componenti essenziali della tradizione democratica italiana, in particolare quelle del riformismo, degli interpreti storici del pensiero laico, liberale, socialdemocratico, dell'autonomia socialista.

Questo pensiero vive ancora e i socialdemocratici lotteremo fino in fondo per difendere il diritto di rappresentarlo, assieme alle amiche e agli amici, alle compagne e ai compagni che vorranno ritrovarsi in un cammino comune.   
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Tutti ormai conosciamo il fenomeno della globalizzazione dei mercati e delle comunicazioni, con i suoi effetti antichi e nuovi, positivi e negativi, le sue ricadute sulle economie nazionali, la vita sociale e civile, le abitudini di consumo e le tendenze culturali.

E tutti, più o meno, abbiamo coscienza delle conseguenze che, in quest'ambito, provoca l'impatto esercitato dal mercato finanziario. Il vecchio, utile gioco della borsa, che porta guadagno agli investitori più audaci e competenti e convoglia risorse verso il mondo della produzione resta ormai sullo sfondo di un'attività di speculazione tutta puntata sui fondi raccolti col commercio del denaro, vale a dire del credito.

Le masse di denaro raccolte con la vendita di titoli legati alla produzione non di beni e servizi ma di interessi su prestiti, si spostano con la velocità della luce da un punto all'altro del globo, con un clic, per fare altri prestiti, sempre nuovi investimenti sui “pagherò” in entrata e in uscita. Così quando le “bolle” (letteralmente palle gonfie di aria, cioè di nulla) scoppiano, come è successo negli Stati Uniti con la speculazione sui mutui concessi senza garanzie per l'acquisto di case di abitazione, l'effetto del “buco” si propaga rapidamente a tutti i mercati del denaro e quindi, a ricaduta, su tutta l'economia mondializzata.

Accade oggi che la speculazione dei “mercati” finanziari punta sugli interessi prodotti dai debiti non più solo delle società commerciali e delle persone fisiche ma anche degli enti pubblici e, infine, degli stessi Stati, i cosiddetti “debiti sovrani”. I “mercati” prima hanno riempito gli Stati e le amministrazioni locali di titoli poggiati su fondi “spazzatura”, poi hanno giocato al ribasso ad ogni asta indetta per vendere i titoli dei debiti pubblici, in modo da ottenere forti aumenti nei tassi d'interesse. In questo modo il debito pubblico delle realtà statali più deboli e delle economie meno strutturate è schizzato verso l'alto, aggravato dai sempre maggiori interessi da corrispondere agli acquirenti dei propri titoli. 

Chi sono questi benedetti “mercati”, si tratta di misteriose presenze, entità oscure, oppure hanno nomi e cognomi? Facciamo l'esempio che ci sta più a cuore, quello dell'Italia. Chi compra i titoli del debito pubblico italiano? Almeno per il 40% parliamo di banche, enti e società esteri, in prevalenza tedeschi e francesi; per un altro 40% di banche italiane, fondi e società di assicurazione, per il 6% della Banca d'Italia. Solo quello che resta va alle famiglie che, sempre per mezzo delle banche, investono in titoli di Stato i loro risparmi. Per pagare e restituire i titoli in scadenza, lo Stato italiano mette in vendita nuovi titoli e qui entra in gioco la speculazione “al ribasso” che impone interessi sempre più alti.

Con questo meccanismo il debito di uno Stato diventa una fonte di lucro per i “mercati”, a spese della comunità nazionale. Per questo motivo il nostro debito pubblico cresce costantemente, ormai ha sfondato il muro dei 2000 miliardi di Euro e gli interessi che ogni anno devono essere pagati volano oltre i cento miliardi.

Il cittadino oggi è confuso da una congerie di informazioni in materia di economia che non riesce a comprendere fino in fondo. Si creano dei “mantra”, parole d'ordine rivolte a creare consenso attorno a concetti iniqui e non sempre logici: “facciamo sacrifici per salvare l'Italia e dare un avvenire ai nostri figli”, “siamo ridotti così perché abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità” e così via mistificando. Ma le cose non stanno proprio così. 

Senza alcun dubbio è un bene che i governi si applichino ad evitare gli sprechi e soprattutto a selezionare e riqualificare gli obiettivi e le modalità di spesa. È sbagliato, invece, dire che la spesa pubblica è alla base del debito se è vero, com'è vero, che dal 1980 ad oggi, le spese dello Stato sono state più di 500 miliardi di Euro in meno rispetto al gettito fiscale. E se il rapporto tra debito pubblico e PIL, che nel 1991 era del 98,5%, ha sfondato, alla fine del 2011 il tetto del 120% ciò è dovuto al fatto che l'avanzo primario raggranellato ogni anno (più entrate/meno spese) è stato letteralmente “bruciato” dagli interessi sul debito. E sappiamo come e perché i “mercati” hanno usato la speculazione per aumentare i loro guadagni a spese degli stati provocando recessione e perdita di sovranità.

Prodotti finanziari spazzatura sono stati venduti a profusione dalle banche d'affari internazionali anche a moltissimi comuni italiani e ad alcune regioni, soprattutto nel Mezzogiorno, ed è questa una delle principali cause del dissesto di questi enti che getta nel marasma le comunità locali e provoca grandi sofferenze alle fasce meno abbienti della popolazione. Gli squallidi fenomeni di malcostume e di degrado della politica che hanno riempito le cronache locali e nazionali hanno, oltre a provocare una sacrosanta condanna morale, agevolato il diffondersi, nell'immaginario collettivo, dell'idea che gli enti territoriali sono una delle cause principali del dissesto delle finanze statali. Una concezione che ignora il fatto che solo il 6% del debito pubblico è prodotto dal sistema delle autonomie locali, oggi strangolate da una forbice micidiale tra tagli ai trasferimenti statali e patto di stabilità.

Allora cominciamo a smascherare le mistificazioni e chiamiamo le cose col loro vero nome: si potrà pure scrivere la parola “mercati” ma si legge “poteri finanziari”. La voracità di questi poteri ha spazzato via il sogno di un capitalismo virtuoso, capace di benefiche ricadute sul globo intero. Anche forzando le regole democratiche, il governo, la gestione della crisi nella sua fase acuta, in alcuni dei paesi più a rischio – tra cui l'Italia – sono stati affidati ai rappresentanti (non tanto per esserne espressione diretta ma per la mentalità, la cultura, le storie personali di cui sono portatori) delle banche e degli istituti finanziari non è stata, a nostro avviso, l'idea migliore. Per dirla in breve, è stato come affidare le pecore al lupo.

Le teorie neo-liberiste pensano di governare il fenomeno della globalizzazione in generale, e quello della finanza speculativa in particolare, creando le condizioni di una “governance”  internazionale dei mercati e della finanza che trasforma, magari con l'intento di tutelarli, quelli che erano i “mercati interni” in consumatori del mercato globale.

Oggetto e strumento, insieme, di questa “governance” sono gli organismi internazionali e sovranazionali ai quali, per effetto di convenzioni e trattati, gli stati nazionali (e le banche centrali) hanno via via ceduto parti significative della loro sovranità, come, per esempio, il WTO (in italiano OMC, organizzazione mondiale del commercio), la Banca Mondiale, il FMI (fondo monetario internazionale) e la BCE (banca centrale europea), cui si aggiungono organismi non istituzionali ma con potere decisionale come i famosi incontri intergovernativi chiamati G (governi) 8, 10, 20...

La conduzione di questi istituti non risponde a dinamiche di tipo democratico ma, semmai, tecnocratico e la “regolazione” dei mercati ad essi demandata è sfociata troppo spesso in attività di mero riequilibrio tra le posizioni delle grandi concentrazioni finanziarie, in un oggettivo sostegno alla penetrazione di sempre nuovi mercati da parte delle società multinazionali, spesso a discapito delle produzioni locali e degli interessi territoriali.

L'Unione Europea non è, non dovrebbe essere, uno strumento di quel tipo. Essa ha diversa natura e ben altre finalità. Evoluzione delle precedenti esperienze del MEC e della CEE, l'Unione di oggi è nata con l'ambizione dichiarata di indirizzare l'interazione economica fra gli stati-membri verso una vera comunità politica sovranazionale, unendo in un corpo unico le nazioni europee che in passato, per voglia di potenza e di prevaricazione, avevano più volte fatto precipitare le loro discordie nelle più grandi e spietate guerre di massacro della storia. Anche la creazione di una moneta unica, l'Euro, fu esplicitamente collegata (anche) all'esigenza di imprimere una forte spinta al processo di integrazione politica. Tuttavia le spinte all'egoismo nazionale inferte dalla crisi e dai fenomeni migratori, la gelosa difesa da parte delle economie più forti degli interessi dei rispettivi sistemi bancari, che hanno investito molto sui debiti sovrani degli altri Stati membri, hanno fatto oggi dell'Unione Europea un meccanismo per molti aspetti farraginoso e squilibrato
 
Noi socialdemocratici non siamo né sognatori né estremisti. Ci riesce difficile considerare il Sud America o l'Islanda come modelli da imitare su scala mondiale. Siamo del tutto consapevoli dell'importanza di avere strumenti internazionali e sovranazionali in grado di attutire una spinta di stampo neo-colonialista altrimenti inarrestabile. Il processo di integrazione europea, prima di tutto,  è presupposto di pace e di sviluppo che giustifica la cessione di parti di sovranità statale in nome degli interessi comuni in materia di politica estera e di difesa, di politica economica e del mantenimento di livelli standard per le libertà economiche, politiche e civili.

Sono considerazioni che non giustificano il gioco speculativo sui debiti sovrani. Anzi, se esistono istituti sovranazionali dotati di potere decisionale, essi devono contrastare la speculazione, non assecondarla. L'agenda Monti come, in generale, la burocrazia europea a guida franco-tedesca, sono ispirate, appunto, da una visione del liberismo che piega il cambiamento e le riforme alle esigenze della “grande finanza”. Quando i portatori di questa concezione parlano di “regole” e di “riforme” si riferiscono a misure per assicurare la libera concorrenza e la solvibilità di ogni singolo stato nei confronti dei suoi creditori. Tutto il resto, dalla più giusta distribuzione del reddito allo stato sociale, dal superamento degli squilibri territoriali al rispetto dell'ecosistema, dalla libertà dell'informazione alla trasparenza dei processi decisionali, o è il portato virtuoso di un razionale reinvestimento del profitto o, molto semplicemente, può andare a farsi fottere.

Il profitto deve essere tutelato subito e ad ogni costo, il benessere dei popoli e l'equità sociale può attendere tempi migliori. Il pensiero dominante degli attuali governanti europei non è tanto quello di evitare il “default” degli stati in crisi quanto di evitare il fallimento delle banche che, vendendo loro titoli altamente tossici, ne hanno scatenato le criticità.

In Italia, gli interventi più rilevanti del governo Monti hanno riguardato l'esasperazione dell'imposizione fiscale diretta e indiretta; un taglio secco alle pensioni (un sistema che, economicamente, era già in equilibrio per effetto di riforme precedenti); il rafforzamento della frammentazione e della precarietà nei contratti di lavoro; una variegata gamma di metodi per rinsanguare le banche con grandi iniezioni di denaro contante, fino al salvataggio dalla bancarotta del gruppo MPS (nessuno ignora quali catastrofici effetti può avere il fallimento di una banca ma bisogna tenere presenti due aspetti: uno, che gli aiuti di Stato sono vietati dall'UE per qualunque fabbrichetta di scarpe o di biscotti; due, che se i gestori della fabbrichetta agiscono nello stesso modo di certi dirigenti bancari, vanno in galera difilato).

Queste scelte politiche hanno seguito una logica precisa: rassicurare “i mercati”, cioè i compratori dei titoli di Stato a lungo termine, sul fatto che l'Italia, alla scadenza, potrà pagare il costo onerosissimo delle cedole e rassicurare i governi dei paesi in cui tali “mercati” hanno sede che l'Italia, tramite il suo sistema bancario, continuerà ad essere elemento attivo nelle varie operazioni di “salvataggio”, cioè di acquisto di titoli di debiti sovrani. Rassicurazioni che hanno procurato il recupero della smarrita “credibilità” ed hanno permesso un riassorbimento del differenziale di rendimento tra titoli italiani e titoli tedeschi, il famoso spread. Effetto ancora parziale e, sicuramente, tutt'altro che definitivo. L'agenda Monti conferma: solo dalle minori somme pagate negli anni futuri per interessi sul debito si potranno trovare le risorse necessarie per la crescita.

Sono questi e non altri i risultati per raggiungere i quali gli italiani sono stati così pesantemente sacrificati. Traguardi importanti, non c'è che dire, anche perché sembra intravedersi all'orizzonte un rasserenamento nella crisi del mercato finanziario globale, quindi un rallentamento dei fenomeni speculativi. Ma la Patria non è salva, perché, se la matematica non è un'opinione, quanto si guadagna riducendo i tassi di interesse viene a perdersi quando si continua ad aumentare la “sorte capitale”, cioè il volume del debito, e questo è avvenuto nel 2012, provocando recessione, mandando a picco non solo i livelli di occupazione ma anche il volume delle stesse entrate fiscali.

Ecco il punto vero che riguarda le giovani generazioni, i nostri figli: la crescente spirale del debito e la speculazione sugli interessi che stanno disintegrando l'economia italiana e di altri paesi europei, con i mezzi fin qui usati appare ed è inarrestabile. È un “cane che si morde la coda”: qualunque avanzo primario venga prodotto dallo Stato con restrizioni di spesa e/o aumento delle entrate fiscali viene vanificato dall'aumento degli interessi sul debito. Perciò non si può insistere sul falso mito dello sviluppo basato sui tagli, che dovrebbe nel tempo ridurre il peso del debito.

Noi diciamo che tutti i sacrifici sono inutili se l'attenzione dei governi, delle entità sovranazionali, a partire dall'Europa, delle forze politiche, a partire dall'Internazionale Socialista e dal Partito Socialista Europeo, non si sposta – concretamente e subito –  sulla lotta alla speculazione e sulle misure per redistribuire il peso della crisi tra le popolazioni e i creditori degli stati e dei loro enti.

Nella visione socialdemocratica, ad una concezione più larga della cittadinanza va collegato un livello più largo di difesa dei diritti di cittadinanza e ciò può avvenire soltanto dando più forza alle istituzioni rappresentative ed ai territori rispetto ai mercati, una forza che può venire solo dalla partecipazione e dal consenso democratico. Se sulle scelte strategiche di politica economica, sulla politica monetaria, sulla formazione dei bilanci, sulle misure fiscali, i singoli stati membri dell'Unione cedono all'Europa decisioni che incidono pesantemente sulla vita dei cittadini e delle comunità locali, allora è necessario che queste scelte vengano operate da organismi sovranazionali che rispondono direttamente, non attraverso la mediazione dei governi degli stati centrali, ai cittadini ed ai territori. La concezione federalista ha quindi un riflesso concreto e pone una questione non filosofica ma di “sostanza” democratica.

Non è possibile che i governi e le forze politiche collaborino a questo crimine: che i cittadini, i sistemi economici su scala nazionale e locale, paghino tutto il prezzo della crisi provocata, nella massima parte, dagli speculatori, mentre le società finanziarie, le banche e le assicurazioni (cioè gli speculatori) continuino a lucrare sul “rigore” dei governi nei confronti delle famiglie e delle imprese. Dove sono il coraggio, la fantasia, la capacità innovativa, la forza rappresentativa, dei nostri politici. Dov'è, cosa mai è diventata, la sinistra?

Non abbiamo mai creduto, e non lo pensiamo adesso, che prendere a martellate gli sportelli bancomat o organizzare assedi ai vertici internazionali siano delle buone idee. Ma non possiamo non convenire con chi denuncia un'ingiustizia di fondo, troppo grande e troppo duratura perché si possa chiedere ad un giovane di non ribellarsi. Ai nostri giovani dobbiamo dire la verità, spiegando  loro la maggiore validità degli strumenti propri di una politica riformista, per costruire una nuova opzione di giustizia.

Antonello Longo
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di Ufficio Stampa (del 27/12/2012 alle 10:55:58, in Ufficio Stampa, linkato 728 volte)
Il Decalogo per la costituente Socialdemocratica vuole essere il primo atto politico di chi crede che ci sia in questo nostro Paese una prospettiva autenticamente riformista.
E' aperto al contributo di tutti coloro i quali vogliano partecipare a questa fase costituente che si concluderà con l'assise che vedrà insieme Partiti, Movimenti, Associazioni, Fondazioni che si richiamano ai nostri valori, che numerose stanno aderendo.


Mimmo Magistro


COSTITUENTE SOCIALDEMOCRATICA
Una Costituente per l'Italia


Europa, Federalismo, Assemblea Costituente, Lavoro, Welfare, Giustizia, Equilibrio territoriale, Moralità, Laicità, Democrazia.
Il nostro decalogo per costruire un programma.

1) L'Europa
Federazione di Stati aperta all'area Euromediterranea governata da istituzioni democraticamente elette

2) L'Italia stato federale
Una nuova Assemblea Costituente per riformare il modello costituzionale, facendo salvi i principi fondamentali e garantendo nuove Istituzioni, più efficienti e rappresentative.
Istituire il Referendum popolare propositivo.
Abolire ogni retaggio feudale, a partire dalla nomina di Senatori a vita.

3) Un new deal italiano per lavoro e sviluppo
Varare un grande progetto di investimenti pubblici e privati per la tutela dell'ambiente, la sicurezza e la riqualificazione dei territori, la valorizzazione del patrimonio culturale, artistico, paesaggistico e naturale, le infrastrutture grandi e piccole, l'istruzione di base, media e universitaria, la formazione, l'innovazione tecnologica e la ricerca scientifica.
Dimezzare il carico fiscale sul lavoro e favorire l'aumento delle retribuzioni.
Agevolare le start-up e le imprese che assumono nuovo personale.

4) Una politica contro gli squilibri territoriali
Indirizzare tutte le politiche economiche allo sviluppo armonico dei territori ed all'eliminazione delle aree di sottosviluppo.
Mai più contributi a pioggia ed a fondo perduto.
Creare zone franche e fiscalità di vantaggio nel Mezzogiorno.

5) Uno Stato meno costoso e più efficiente
Fisco equo per pagare tutti le tasse, senza esagerazioni di polizia fiscale.
Abolire l'IMU sulla prima casa e dimezzare le accise sulla benzina.
Dimezzare le spese militari ed i costi della politica.
Eliminare gli sprechi delle e nelle pubbliche amministrazioni, snellire gli apparati e alleggerire il peso della burocrazia su cittadini e imprese.
Corretta gestione dei beni patrimoniali dello Stato per renderli produttivi e creare cassa per il loro stesso mantenimento, dismettendo il superfluo.

6) Welfare diritto di cittadinanza (non carità pubblica né assicurazione privata) 
Garantire parità di base fra i cittadini nel diritto alla sanità ed all'istruzione, funzioni pubbliche da gestire con razionalità e senza sprechi.
Affidare alla governance territoriale competenze e risorse per lo Stato sociale. 
Liberalizzare i servizi locali mantenendo la proprietà pubblica dei beni comuni.
Rivoluzione digitale come rivoluzione culturale per l'erogazione e la fruizione dei servizi.
Tutelare e incentivare la famiglia come nucleo fondamentale di cura e di formazione umana.
Rivisitare il sistema pensionistico nel segno dell'equità, rendere, nel metodo contributivo, il momento della pensione una libera scelta del lavoratore e favorire il turn-over per inserire più giovani nel mondo del lavoro.

7) Sistema Giustizia da riformare
Priorità alla riforma organica del sistema giudiziario civile e penale.
Responsabilità civile dei magistrati, carriere separate per giudici e pubblici ministeri.
Reale parità delle parti nello svolgimento del processo.
Formazione specialistica dei magistrati.
Taglio degli incarichi fuori ruolo, delle docenze, degli arbitrati per i magistrati ordinari.
Ridimensionamento del ricorso alla magistratura onoraria sottopagata.
Istituzione del manager della giustizia e del processo telematico in ogni tribunale.
Riorganizzazione delle cancellerie e riduzione dei contributi unificati.

8) Il controllo pubblico delle banche e delle assicurazioni
Moralizzare la gestione delle banche, istituire un tetto per i costi del management.
Tassare le transazioni finanziarie e gli utili d'impresa degli istituti bancari.
Introdurre regole certe di probità e trasparenza nel commercio dei prodotti finanziari.
Fissare un tetto massimo per i costi dei servizi bancari e della r.c.a.

9) Laicità, democrazia e diritti per il cittadino
Nuove leggi per la libertà d'informazione e garanzie effettive di anti-trust.
Sicurezza delle persone e dei beni, contrasto vero ed efficace di tutte le mafie.
No al razzismo, no all'omofobia, sì alla libertà e alla dignità di ogni persona umana.
Protezione della vita e della salute della donna, sì all'eutanasia e alla ricerca biomedica.
Tutela più efficace per il diritto alla privacy ed alla riservatezza nella vita delle persone.

10) La moralità della politica
Una legge per la trasparenza e la democrazia nei partiti politici e nei sindacati.
L'unico sistema elettorale buono è quello coerente con il disegno istituzionale.
Limite massimo di tre mandati parlamentari fissato per legge, con deroghe possibili solo per chi ha svolto ruoli istituzionali di prima grandezza.
Escludere la candidatura di sindaci e presidenti di regioni e province a guidare altri enti territoriali prima dei cinque anni dalla fine del mandato precedente.
Modifica costituzionale per eliminare il retaggio feudale della nomina dei senatori a vita.
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di Ufficio Stampa (del 24/12/2012 alle 10:51:47, in Ufficio Stampa, linkato 543 volte)
MONTI, UN PROGETTO AMBIZIOSO, UN BILANCIO NEGATIVO
ma la sua scuola liberista non è l'unica possibile

Nella conferenza stampa dell'antivigilia di Natale, il Presidente del Consiglio uscente non ha chiarito se autorizzerà o meno la coalizione centrista, che la media dei sondaggi vede navigare attorno al dieci per cento, ad inserire il suo cognome nella simbologia per la campagna elettorale; su questo, che non è un dettaglio, sarà decisivi i “suggerimenti” del Presidente della Repubblica, vedremo nei prossimi giorni. Ma il rimanente è abbastanza chiaro.

Esaurito il mandato “tecnico”, Mario Monti propone se stesso come riferimento politico non solo e non tanto del “centrino” di Casini, Montezemolo, Fini e Rutelli ma di tutti coloro che, tra i partiti e nei partiti, si riconoscono nel programma “cambiare l'Italia, riformare l'Europa”, cioè la famosa “agenda Monti”, con l'espressa avvertenza, ex cathedra, che ogni politica che se ne voglia discostare allontanerebbe il Paese dall'aggancio europeo, presupposto essenziale e irrinunciabile per il risanamento strutturale dell'economia italiana.

Se, tra due mesi, le urne non daranno una maggioranza autosufficiente nelle due Camere ad una delle coalizioni in campo, l'ex preside dell'Università Bocconi potrà essere nuovamente chiamato a palazzo Chigi; altrimenti si potrebbe (facilmente... anche se in politica non si può mai dire) formare nel nuovo Parlamento, sull'asse PD-centristi, una maggioranza per l'elezione di Monti al colle più alto. Sarebbe questo, per chiunque governi, un segnale rassicurante verso l'Europa e i mercati, di cui il professore è mentore e beniamino. I “mercati” dal canto loro, c'è da scommettere, non faranno mancare le opportune “fibrillazioni” di fronte al profilarsi di eventuali soluzioni di segno differente. Insomma, tutti quelli che pensano di liberarsi, con l'anno nuovo, del professore e della sua agenda, stanno facendo i conti senza l'oste.

Comunque, l'uscita del PDL dalla “strana maggioranza”, le conseguenti dimissioni del governo tecnico, l'accelerazione della campagna elettorale e la dinamica che si profila per il suo svolgimento, rendono più chiaro il quadro politico generale. Tutti hanno capito, per esempio, che il “bipolarismo all'italiana” che ha dato volto alla “seconda Repubblica” è ormai una realtà virtuale, concretizzata soltanto dal meccanismo elettorale del porcellum, però in modo zoppo e parziale.

Il vero bipolarismo è il fatto che qui si vedono due sole strategie di governo veramente alternative. Una è quella di Monti, tutta giocata sul recupero di risorse per la crescita attraverso la diminuzione del peso degli interessi sul debito pubblico (leggi spreed); sulle liberalizzazioni (leggi privatizzazioni); sull'eliminazione di ogni rigidità dal mercato del lavoro (leggi tutele e garanzie per i lavoratori); sul salvataggio e la ricapitalizzare delle banche, anche attraverso la BCE (che impiega denaro proveniente anche dai contribuenti italiani). L'altra è quella di Grillo, che punta a mettere in discussione l'Euro attraverso un referendum popolare, mirando alla svalutazione di un debito ormai impossibile da risanare, alla rinuncia al mito della crescita, alla riconversione del sistema economico nel segno della sostenibilità ecologica, alla ricerca di forme di democrazia non rappresentativa ma “diretta”. 

Invece i due schieramenti del “bipolarismo immaginario”, PD di Bersani e PDL di Berlusconi, si concentrano su una propaganda elettorale che li rende alternativi tra loro, ma non hanno saputo (o voluto, né l'uno né l'altro) mettere a fuoco un disegno nuovo, una “visione”, un sistema organico di idee, proposte e concrete misure di governo che rappresentino alternative credibili all'agenda Monti. Rincorrendo, ognuno a suo modo, le onde emozionali dell'opinione pubblica, il centro-sinistra privilegia i temi della moralità e “sobrietà” della vita pubblica, della “credibilità” internazionale, della lotta all'evasione; mentre il centro-destra invoca le riforme istituzionali e della giustizia e l'alleggerimento del peso fiscale.

Noi socialdemocratici non prendiamo la “tessera del tifoso” per nessuna di queste squadre. Piuttosto vorremmo contribuire, con chi avrà l'interesse e il gusto di prestare ascolto, ad aprire una porta nel muro verso cui stiamo correndo, dando corpo ad una linea di riforme e di politica economica  meno cinica del montismo, più realista del grillismo.

Dall'angolo ristretto in cui la storia recente ci ha ingiustamente relegati, siamo pronti ad accettare, se dignitosi, accordi elettorali che ci restituiscano visibilità. Ma il nostro impegno è rivolto a ricostruire un soggetto politico autonomo partendo dalla costruzione di un programma di reale, profonda trasformazione democratica dell'Europa e dell'Italia, perché se la politica non ritrova, e presto, una nuova, forte idealità, è destinata a cedere definitivamente il passo ad entità di altra, più pericolosa natura. In discussione non ci sono soltanto il reddito delle famiglie, la qualità della vita delle persone, la possibilità di fare impresa, l'equità sociale ma sono in pericolo anche le libertà individuali e collettive e la stessa natura democratica delle nostre istituzioni.

La socialdemocrazia si è sempre caratterizzata per il suo concreto realismo (per il quale tanto, in passato, è stata avversata dalla sinistra marxista e massimalista) perciò noi, da un lato, non mancheremo di avanzare proposte operative precise per fronteggiare la crisi nelle condizioni date. D'altro lato siamo consapevoli di essere, al momento, fuori da responsabilità di governo e dalle stesse Istituzioni rappresentative e di poter recuperare un rapporto con la pubblica opinione e le nuove generazioni solo a condizione di possedere e di comunicare un nostro “nuovo” modello ideale di Stato e di Nazione, di Europa e di ordinamento internazionale, di società e di vita civile, di democrazia e di rappresentanza, che marchi una differenza visibile dall'offerta politica dominante.

Abbiamo elaborato un “decalogo” di proposte che traccia le linee generali delle riforme che riteniamo necessarie, esse saranno la base per il dibattito, il più ampio e partecipato possibile, della nostra prossima Costituente Socialdemocratica, che approverà la piattaforma politica della socialdemocrazia italiana per i prossimi anni.

I capisaldi della nostra impostazione non sono utopie ma obiettivi di fondo condivisi da molti e verso i quali chiediamo vengano rivolte le scelte politiche contingenti. Europa, Federalismo ed equilibrio Nord/Sud sono le tre idee-forza che “tengono” insieme l'impianto programmatico che comprende le riforme istituzionali e della giustizia, il lavoro e lo sviluppo, il welfare, la laicità dello Stato, la moralità e la trasparenza della politica.

È necessario imprimere un'accelerazione in senso federale al processo di integrazione europea, portando – attraverso la riforma dei trattati, con il pieno coinvolgimento dei cittadini europei – le competenze decisionali dal rango attuale di meri accordi tra i governi al livello di istituzioni democratiche con potere decisionale, elette dai popoli.

È sbagliato far cadere nel dimenticatoio la riforma federalista dell'Italia, che non può fermarsi al federalismo fiscale ma deve realizzare una nuova forma dello Stato e delle sue Istituzioni. Trasformare uno Stato centralista aperto al decentramento amministrativo nella Repubblica Federale d'Italia vuol dire disegnare un nuovo modello costituzionale, che disegni architettura istituzionale coerente con l'impianto federale, facendo salvi tutti i principi fondamentali su cui è basata la nostra democrazia. Per la sua portata storica questo compito non può sovrapporsi ed interferire nell'attività legislativa e di governo ma deve essere affidato ad una nuova Assemblea Costituente, da eleggere con il sistema proporzionale perché tutte le idee e le posizioni politiche possano esservi rappresentate.

In quattro ore di incontro con la stampa italiana e internazionale Monti, che si propone come nume tutelare del legame tra Italia ed Unione Europea, è riuscito a non pronunciare mai, nemmeno una volta, le parole Regioni, Sud e Mezzogiorno, come se questa reticenza fosse uno strumento valido per difendere l'unità del Paese Italia. Al contrario, questo passaggio è per noi rivelatore di una concezione e di una mentalità che rappresentano un pericolo gravissimo e attuale per l'unità della Nazione, perché lo squilibrio Nord/Sud si aggrava ogni giorno di più e nessun esecutivo, nessun programma politico si può permettere di non mettere questo problema al centro delle politiche di governo.

A Mario Monti riconosciamo autorevolezza, ne apprezziamo la competenza e lo stile misurato. Egli è nel giusto quando afferma che l'antica contrapposizione fra destra e sinistra ha smarrito i suoi tradizionali punti di riferimento e che la “modernità” traccia una nuova linea di demarcazione, spesso trasversale, tra le posizioni politiche. Da sempre, poi, anche noi denunciamo la carica latente di conservatorismo che è insita nelle posizioni di una parte consistente della sinistra italiana. Ma non pensiamo che la “scuola” economica liberista del professore sia l'unica possibile (tutt'altro, ed in altra parte di questo sito è spiegato il perché).

L'esperienza di più di un anno di governo “tecnico” si chiude con un bilancio nettamente negativo. Viene in mente quella vecchia freddura: “eravamo sull'orlo del baratro, adesso abbiamo fatto un passo avanti!” Si è rivelato un errore fatale avere diviso in due tempi nettamente distinti la stretta fiscale e delle riforme più o meno “strutturali” della spesa da una parte e le misure a favore dello sviluppo economico dall'altra.

L'Europa ci ha impartito due direttive precise: pareggio del bilancio annuale dello Stato, riduzione progressiva del debito pubblico facendo scendere ogni anno almeno del 3% il rapporto negativo tra debito e PIL (ricchezza prodotta). Il “rigore” montiano ci consentirà, forse già dal 2013 rispettando gli impegni presi dal governo precedente, il pareggio di bilancio. Ma ci allontana dalla possibilità di ridurre il debito, che infatti è cresciuto nel 2012 ancora di più che in passato mentre le entrate fiscali, invece di aumentare per effetto della tassazione vessatoria su famiglie e imprese, sono diminuite a causa dell'impoverimento generale causato dalla recessione, come sono diminuiti la produzione ed i livelli occupazionali.

Quanto poi alla ritrovata “credibilità” europea del nostro governo essa si è basata su questioni di “stile” che sono certo importanti ma soprattutto su una sintonia piena tra la leadership di Monti e l'esigenza dei  “mercati”, di cui Germania a Francia sono gran parte, di vedere salvaguardati i propri interessi, anche quando questi sono contrapposti a quelli delle famiglie e delle imprese italiane.

Poco importa, adesso, il ruolo che Monti svolgerà nel prossimo futuro. Ciò che ci aspettiamo è che il nuovo governo ed il nuovo Parlamento, chiunque sia il premier e con qualunque maggioranza, cambi direzione e imprima una svolta immediata e decisa per alleggerire il carico fiscale e ridare fiato all'economia.

Antonello Longo
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di Ufficio Stampa (del 23/12/2012 alle 10:48:22, in Ufficio Stampa, linkato 616 volte)
Mimmo Magistro, unitamente a tutta la segreteria nazionale
de "I SOCIALDEMOCRATICI" augura "BUONE FESTE"
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