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I primi interventi nel dibattito che ci condurrà all'assemblea programmatica di ottobre.
di Ufficio Stampa (del 01/07/2011 alle 16:40:11, in Ufficio Stampa, linkato 991 volte)

Quanto sta avvenendo in questo periodo in Italia mostra – una volta di più – come sia indispensabile guardare alla triplice struttura della futura organizzazione della società civile come a qualcosa di molto concreto.
Abbiamo avuto un lunghissimo periodo ( durato all’incirca dalla fine della guerra al 1993) nel quale la politica era considerata  più importante dell’economia: i partiti – non organizzati seriamente su base democratica – facevano e disfacevano società statali, parastatali e beneficiavano tutto il resto del mondo economico e finanziario, con provvedimenti che, attraverso una legislazione spesso ossessiva e soffocante, regolavano minutamente lo svolgimento di ogni transazione, anche finanziaria.
Nonostante il soffocante controllo statale - o forse anche in virtù di quello, tenuto conto delle peculiarità del nostro paese, cerniera fra Europa, Africa e Medio Oriente – l’economia procedeva a ritmi sostenuti.
Dopo la caduta del Muro di Berlino ( che in Italia ha significato dopo Tangentopoli), per una serie di ragioni, si è affermato il modello opposto a quello prevalente in precedenza, con l’economia – e tutto il relativo corollario di finta modernità, meritocrazia farlocca, finanza gonfiata e falsa – che ha preteso di dettare alla politica le sue regole.
Uno dei risultati è stato che cultura, welfare, stato sociale ( insomma tutte le cose per le quali vale la pena vivere, nelle quali può affermarsi etica e moralità pubblica e una società civile può dirsi effettivamente
tale) si sono trasformati radicalmente. Il vecchio “paziente” è stato inopinatamente trasformato in “cliente” di ospedali e cliniche nelle quali l’interesse degli amministratori prevaleva rispetto a quello della salute – unico bene da preservare effettivamente – mentre scuole e università avevano il loro daffare per procurarsi finanziamenti e modalità varie di sopravvivenza.
Non andava bene prima: va peggio adesso.
Bisogna ristabilire un serio equilibrio: l’economia deve essere lasciata libera il più possibile da vincoli statali; ma la politica deve decidere quanta parte del reddito prodotto debba essere sottratto ai consumi privati (e quanto mai dovrà consumare chi guadagna milioni di euro al mese?) e destinato agli scopi del welfare, direttamente – per volontà dei singoli con donazioni – o forzatamente, con il prelievo fiscale.
In tutto questo, non v’è chi non veda come l’elemento principale della distorsione sia un sistema finanziario fortemente autoreferenziale, considerato quasi intoccabile. Bisogna dire la verità: non è pensabile continuare a tollerare sacche così gigantesche di guadagni improduttivi: il prelievo fiscale dovrà progressivamente venire spostato dalle categorie produttive ( imprenditori e lavoratori) alle rendite.
Vi è ancora molto da fare, in Italia, per ridare dignità al lavoro ed eliminare sfruttamento e precariato con l’affermazione del modello tedesco di cogestione, ove ogni lavoratore viene considerato elemento fondamentale della produzione e non fattore della stessa produzione, come le macchine, e dunque intercambiabile. Ma c’è ancora moltissimo da fare per ripulire dall’inefficienza e dal torpore una larghissima parte della società che si è abituata a “campare di rendita”.
Certe cose potevano essere possibili prima, quando la svalutazione competitiva, con la vecchia lira, consentiva di salvare, almeno apparentemente, capra e cavoli, distribuendo indifferentemente su tutto il paese oneri e vantaggi.
Ma ora, che con l’Euro i conti devono tornare – e finchè ci sarà l’Euro egemonizzato dalle banche tedesche – i soldi dovranno essere chiesti a chi ne ha di più, non li spende e non li investe in attività produttive.
La sinistra deve dirlo chiaramente. Tra l’altro, in questo modo, si colpirebbe una parte veramente minoritaria della società e comunque non c’è più spazio, secondo noi, per le ambiguità: più tasse, ma solo per chi non lavora, non rischia e non produce.
Antonio Chiappetta

Pensare che l’economia Italiana non stia attraversando una crisi reale e tangibile, pensare che l’economia Italiana non rischi di precipitare in quella terrificante crisi globale dei mercati finanziari (vedi Grecia, Spagna…) considerare l’economia Italiana in una condizione di limbo, di stallo dalla quale, come per incanto, prima o poi ne verrà fuori, è seriamente inquietante e pericoloso per il nostro futuro che è ormai dietro l’angolo.
Il tempo delle favole è ormai trascorso da tempo e anche molto velocemente, è quindi arrivato il tempo di svegliarsi dal letargo e reagire.
Reagire significa trovare soluzioni, proporre metodi, considerare alternative, indicarne condotte.
Reagire NON significa oltraggiare, accusare, diffamare, scaricare colpe, disonorare sempre e a prescindere.
C’è chi si posiziona a destra perché a sinistra ci sono Bersani e Vendola e c’è chi si posiziona a sinistra perché a destra c’è Berlusconi.
Questa è la politica odierna, senza più ideologie, senza più opinioni, senza più progetti senza più uomini che si battono per la crescita ANCHE del paese.
Non ci sono più uomini politici come quelli di una volta che oltre a costruire il loro bel castello costruivano anche una bella strada per i cittadini,  gli uomini politici di oggi, affacciandosi alla finestra del loro bel castello “non vogliono” vedere alcuna strada!
Non sono una nostalgica, non mi piace dire “stavamo meglio quando stavamo peggio”, ma ancor meno tollero l’affermazione da parte di chi ci governa e dell’opposizione che tutto fa tranne che opposizione: E’ SEMPRE ANDATA COSI’-SONO DECENNI CHE E’ SEMPRE TUTTO UGUALE-DI COSA STIAMO PARLANDO-ORA VE NE ACCORGETE……con quell’aria d’insufficienza e d’indolenza acuta, come se nulla si possa più fare.
Tanti sono i problemi di questa vecchia e meravigliosa Italia e l’elettore Italiano, a prescindere dal risultato, ha dimostrato con forza e determinazione di avere fermezza, consapevolezza e responsabilità di decisioni nette e repentine, vedi l’esito  dell’ultimo referendum.
Se anche la politica avesse queste stesse capacità decisionali, molti problemi che ci affliggono verrebbero rapidamente neutralizzati.
Per quanto riguarda la manovra finanziaria che  tormenta tutti gli italiani, consci del fatto che alla fine, ma dopo le elezioni naturalmente, il governo metterà per l’ennesima volta le manacce nelle loro tasche con le inevitabili e disastrose conseguenze, voglio prendere in prestito l’eufemismo adottato dall’amico Antonio Chiappetta sull’Italia “vecchio paziente”.
Per questo nostro “vecchio paziente” ormai in coma farmacologico, utilizzerei questa  “terapia”:
il territorio italiano è straricco di terreni militari, caserme, ospedali militari e quant’altro ormai in disuso, obsoleti, abbandonati, inutili e spesso posizionati nel pieno centro delle città.
Privatizzare, vendere questi terreni, ripeto, inutilizzati e inutilizzabili, a cordate d’investitori per costruire residence, parcheggi o qualsiasi altra cosa sempre nel rispetto della legalità e nel rispetto dell’ambiente ci toglierebbe rapidamente dal ciglio del baratro della crisi facendoci fare un atletico balzo in avanti tale da coprire totalmente i 40-45 miliardi necessari  alla manovra e se la matematica non è un’opinione, avanzerebbe una manciata di denaro da impegnare intelligentemente per quello che può essere  una priorità, tipo: il finanziamento delle riforme o il divario economico fra nord e sud o la ricerca o la scuola e chi più ne ha più ne metta.
La democrazia è il punto d’arrivo da non perdere di vista, solo così potranno tornare in vita i valori fondamentali calpestati da tempo, come la famiglia, le istituzioni, l’educazione, il rispetto, il lavoro, solo quando saranno finalmente cancellati gli sprechi, i privilegi della politica, dei parlamentari, auto blu, viaggi, vitalizi, eccessi e quant’altro, tutte  ingiustizie di cui sono quotidianamente e costantemente vittime innocenti  le più umili famiglie italiane. 
Vilma Tagliaferri