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IL PSDI DEL FUTURO
di Ufficio Stampa (del 31/03/2009 alle 13:10:49, in Ufficio Stampa, linkato 903 volte)

Riflessioni di Antonello Longo

1) In vista delle elezioni politiche dell’aprile 2008 la Segreteria del PSDI ricevette dal Consiglio Nazionale e dalla Direzione del Partito il mandato a ricercare un rapporto di collaborazione con la UDC di Pier Ferdinando Casini tanto ai fini di assicurare una proficua presenza di esponenti socialdemocratici nelle liste (bloccate) dei candidati quanto di essere parte della “Costituente di Centro” intesa quale nuovo soggetto politico formato, con pari dignità, da cattolici, laici e socialisti e rivolto ad intraprendere una battaglia per difendere la democrazia italiana dal falso bipolarismo imposto dalle forze egemoni.

Tre ragioni erano sottese alla scelta: a) la presa d’atto della totale e altezzosa chiusura dell’appena nato Partito Democratico; b) il rifiuto di saltare il fosso, a livello nazionale, aderendo al fronte berlusconiano; c) la necessità di trovare la formula, ad un tempo, più conveniente e meno incoerente per non perdere la presenza in Parlamento, per partecipare al confronto elettorale su posizioni visibili, per aprire una prospettiva futura ad un Partito tagliato fuori, di fatto, dal nuovo sistema politico.

Con grande pazienza e giusta fermezza nel difendere il principio irrinunciabile della pari dignità, il Segretario Nazionale, Mimmo Magistro ed il Presidente del Partito, Alberto Tomassini, hanno tenuto in piedi, fino agli ultimi giorni precedenti la campagna elettorale, un tentativo di trattativa terminato con un beffardo nulla di fatto quando non c’erano più i tempi tecnici e politici necessari per sviluppare un’autonoma iniziativa politica né per definire accordi con altre forze politiche. La rettitudine e la signorilità dei socialdemocratici, indisponibili a trattare su più tavoli, non trovò rispondenza nell’interlocutore post-democristiano che non volendo, per albagia ed eccesso di sicurezza, offrire alcuno spazio al minuscolo PSDI, finì per sbagliare i propri calcoli pagando a caro prezzo (in termini di minore rappresentanza parlamentare) l’esclusione dei candidati socialdemocratici dalle teste di lista, soprattutto in Puglia e nel resto del Meridione.

2) L’election day fissato per il 6 e 7 giugno 2009, l’estensione alle elezioni europee dello sbarramento del 4%, l’esclusione delle forze minori dai rimborsi elettorali, hanno resa ancora più stretta la strada del PSDI, rinnovando ed acuendo una situazione di oggettiva difficoltà. Il Consiglio Nazionale e la Direzione del Partito hanno valutato negativamente in questi ultimi mesi il persistere di antiche dissonanze e, comunque, l’angustia di prospettive nei rapporti con il PS di Nencini e le altre micro-formazioni di area laica, socialista e riformista. Allo stesso modo, pur senza aver mai potuto approfondire un’analisi serena e seria di tale argomento, hanno visto morire sul nascere la possibilità di sviluppare anche a livello nazionale i percorsi di collaborazione intrapresi in Sicilia con il Movimento Per l’Autonomia di Raffaele Lombardo.

In queste condizioni il Segretario e il Presidente del PSDI hano ricevuto un nuovo mandato per colloquiare anche con l’UDC in vista delle elezioni europee ed amministrative perché il Partito possa recitare un ruolo nel panorama politico nazionale. In effetti se si è ritenuto ancora utile e possibile riannodare le fila di quel dialogo è stato perché il segretario UDC, Cesa, ha avuto modo di dichiararsi, almeno in privato, consapevole dell’errore commesso in precedenza ed aperto ad accogliere l’apporto socialdemocratico nella prospettiva dell’Unione di Centro, cioè “di una nuova casa politica aperta a tutti i popolari, i liberali, i moderati e i riformisti italiani che avvertono con preoccupazione il vuoto etico e politico sul quale si basa l’attuale sistema dei partiti”, come dice il Manifesto dell’Unione di Centro. Fondamentale inoltre è stato sapere che il progetto vede l’interesse pure di formazioni come il PLI di De Luca ed “I Socialisti” di Saverio Zavattieri.

Alla fine di marzo 2009 il bilancio è rappresentato da diversi e mai conclusivi colloqui con l’entourage casiniano e momenti significativi di contatto come l’intervento della delegazione PSDI al seminario di Todi sulla nuova Unione di Centro e la commemorazione del compianto Luigi Preti con l’intervento dello stesso Pier Ferdinando Casini.

Risolutivo, invece, è stato l’incontro, al quale il PSDI ha partecipato assieme al PLI ed ai socialisti di Zavattieri, con Pier Ferdinando Casini il quale – come informa Mimmo Magistro in una nota – “con realtà e lealtà ha dichiarato l’indisponibilità dell’UDC a qualsiasi modifica del simbolo per esigenze collegate alle difficoltà dei cattolici del PD che potrebbero essere calamitati solo da un voto chiaro. Di contro l’UDC è molto interessato a creare le condizioni per un grande centro, ma nella prospettiva post-elezioni europee per prepararsi al dopo-Berlusconi”.

 Infine, ricompresi nella categoria “altri amici”, anche i socialdemocratici sono stati invitati da Savino Pezzotta ad una convention sul nuovo grande centro per il 3 e 4 aprile (data concomitante con la convocazione della nostra direzione nazionale).

I compagni Domenico Magistro e Alberto Tomassini hanno agito, come sempre, con il massimo della coerenza e della correttezza, in adempimento del mandato ricevuto. A loro va dato atto, a fronte di pavidi abbandoni e paternalistici distacchi, di non avere risparmiato impegno e sacrificio personale nell’esclusivo interesse del Partito.

Questa doverosa premessa comporta una conferma della fiducia nella guida politica scelta dal Congresso e la consapevolezza che il quadro dirigente è da considerare nella sua interezza responsabile delle scelte politiche fin qui operate e degli effetti positivi e negativi che queste hanno comportato. Ciò non può escludere, però, la necessità – di fronte alle difficoltà del presente ed alle incertezze sul futuro – di fermarsi a riflettere sulla politica del PSDI per precisarne meglio il rapporto tra principi di fondo, contenuti ed alleanze.

Tutto il Partito è oggi preoccupato dalla prospettiva – sempre più realistica - di non partecipare, ancora una volta, dopo le politiche, alla campagna elettorale europea. In quanto poi alla prospettiva di continuare, dopo le europee, il dialogo per una eventuale nostra partecipazione alla Costituente di Centro, gran parte del Partito nell’assenza quasi totale di rapporti sul territorio con l’UDC, avverte il disagio insito nel legare le sorti nazionali del PSDI ad un “nuovo” soggetto politico composto per il 99% da esponenti della vecchia DC con i quali i socialdemocratici condividono un lungo, ormai lontano, passato di alleanze di governo e dai quali sempre sono stati distinti per estrazione culturale e visione della politica e della vita.

3) Il Segretario del Partito, Mimmo Magistro, intervenendo a Todi ai lavori del seminario organizzato dalla Fondazione Liberal di Ferdinando Adornato, ha detto che il PSDI è pronto ad aderire a un progetto in cui le storie e le culture dei cattolici e dei laici, socialisti democratici e liberali – che seppero nel dopoguerra allearsi per salvare l’Italia dal pericolo comunista – si ritrovino oggi a difesa di una nuova frontiera di democrazia per arginare la degenerazione egemone della “seconda repubblica” e difendere pluralismo e riformismo. Ha aggiunto che questa possibile unità deve comportare la costruzione di un soggetto politico nuovo in cui alle diverse componenti sia assicurata pari dignità e la cui costruzione passi dalle realtà locali, a partire da quelle, numerose e importanti, interessate al prossimo turno di elezioni amministrative. Posizione chiara, sensata e in linea con i deliberati di Partito.

La questione che oggi si apre è questa: sono emersi comportamenti, atteggiamenti, parole, impegni, documenti, atti, fatti che possano rassicurare il PSDI circa la possibilità di continuare ad esistere e la “pari dignità” richiesta come condizione per partecipare alla Costituente di Centro, prevista per l’autunno ma il cui preludio, intanto, è l’impossibilità (dichiarata da Casini, che ne ha parzialmente spiegato le ragioni) di presentare un nuovo simbolo alle elezioni europee ed amministrative di giugno dando visibilità a chi si trova fuori dal recinto cattolico?

Su quali basi potrebbe nascere una “nuova” comunità politica senza aver potuto stabilire con quale apporto, in che forma, con quale visibilità il PSDI è in grado di contribuire all’Unione di Centro, senza avere chiarito che tipo di attenzione può essere riservata al PSDI dall’UDC almeno nelle realtà locali dove è più rilevante la presenza e l’apporto di voti socialdemocratici?

Sono domande senza risposta né appare possibile stabilire un momento e un terreno di discussione rispettosa e approfondita sui temi caratterizzanti la prospettata alleanza per il “dopo-Berlusconi”. Si tratterebbe, in realtà, solo di confluire “per adesione” in un nuovo contenitore, mentre – se si trattasse di rapporti seri - la contemporaneità di europee ed amministrative, per forza di cose, dovrebbe far tendere l’autonomia delle strutture territoriali del PSDI verso un raccordo con i centristi i quali, nella quasi totalità dei casi, sono, nel territorio, parte integrante del centrodestra. È stato importante tenere una posizione raccordata con quella delle componenti repubblicana, liberale e socialista interessate al processo di aggregazione nell’area centrista, anche se non ha portato a definire insieme eventuali percorsi alternativi in vista delle elezioni europee.

4) È questa la forza trainante che le scelte politiche nazionali devono avere in un Partito dalla struttura federalista? “Siamo così piccoli – si dice – che non possiamo permetterci di fare domande né, tanto meno, di porre condizioni o influenzare le linee politiche”. Se questo è vero, se nessuna utilità politica “concreta” si può pretendere da rapporti con forze numericamente sovrastanti, allora diventa fondamentale essere certi che le nostre scelte abbiano un senso ed un alto profilo politico per l’oggi e non compromettano per il domani la prosecuzione della nostra battaglia identitaria.

Vale, dunque, la pena di analizzare, una volta per tutte, i lineamenti politici di una possibile collaborazione con il progetto dei centristi ex democristiani. Il terreno di valutazione comune, sul quale si è potuto sviluppare un (tentativo di) rapporto politico privilegiato è quello della lettura del sistema politico presente. Citando dall’intervento svolto dall’On. Cesa aprendo il seminario di Todi: ”Le contrapposizioni ideologiche quando non ci sono più nemmeno le ideologie hanno già prodotto abbastanza danni. Ecco perché critichiamo il bipolarismo all’italiana, lo scontro infinito tra destra e sinistra quando categorie come la destra e la sinistra ormai sono in gran parte svuotate di senso. Ed ecco perché ci opponiamo ancora più decisamente al bipartitismo.”

Del tutto condivisibile è l’analisi contenuta nell’”Appello per una costituente di centro” firmato da Casini, Adornato, Buttiglione, Cesa, De Mita, D’Onofrio, Pezzotta e Tabacci: “A metà degli anni Novanta gli italiani hanno creduto che potesse finalmente aprirsi un’era di rinnovamento delle istituzioni e dei partiti. Non è andata così. Le istituzioni non sono state riformate. I vecchi partiti, che avevano guidato la libertà italiana nel benessere, sono morti. Ma partiti più moderni, e adeguati ai tempi, non sono mai nati. Una sorta di guerra civile ideologica ha paralizzato il Paese.”

 “I partiti non sono e non possono essere oligarchie. E la politica non è e non può essere soltanto una tecnica mediatica. Partiti e politica devono essere strumenti, in mano ai cittadini per rendere viva una democrazia. La nostra Costituzione proprio questo prevede. Una democrazia senza partiti, e senza qualità della politica, diventa sofferente. Impotente a risolvere, con il consenso, i propri ritardi e le proprie contraddizioni.”

“Non intendiamo dar vita a una piccola forza d’interposizione tra i due soggetti del finto bipartitismo. Intendiamo, al contrario, cominciare insieme il cammino di un soggetto capace di modificare il sistema politico. Perciò, a chi ci chiede quale sarà la politica di alleanze di questo nuovo partito, se verso il Pdl o verso il Pd rispondiamo che la domanda non è ricevibile: perché dà per immutabili schieramenti che noi vogliamo invece modificare.”

 5) Il dato di partenza è che l’azione di contrasto al falso bipolarismo, intesa come battaglia comune per difendere il pluralismo e la democrazia rappresentativa, non ha consentito neppure un’alleanza elettorale di tipo tecnico ma solo la (vaga) proposta di candidature nella lista dell’UDC da indipendenti che (anche qualora ne fossimo in condizione) non offrirebbe motivazioni sufficienti per mobilitare la base socialdemocratica.

L’impossibilità, per l’UDC, di rendere visibile una partecipazione laica e socialdemocratica al suo progetto non può sorprendere né si può credere che abbia una valenza solo temporanea Il comitato promotore dell’Unione di Centro rivolge un invito chiarissimo, che richiama apertamente l’appello ai “liberi e forti” che fu lanciato da Don Sturzo novant’anni or sono: “Facciamo appello a tutti coloro che credono nei valori che hanno generato la civiltà europea e l’identità cristiana del popolo italiano. A tutti coloro che credono in una politica che torni a perseguire il bene comune. Proponiamo la Costituente di un nuovo partito: popolare e liberale. Un partito che metta insieme le idee migliori della storia nazionale ed europea: il progetto di solidarietà e di sussidiarietà del popolarismo, l’affermazione delle virtù civiche repubblicane dell’umanesimo laico, l’ispirazione cristiana e liberale fondata sul primato della persona” Non meno chiaro è stato il Segretario Cesa, a Todi, alla presenza dei massimi dirigenti del PSDI: “Un nuovo soggetto, basato sui valori e sulle proposte contenuti nel Manifesto dell’Unione di Centro, sul rispetto sempre e comunque del valore della vita umana, sulla centralità dell’uomo, sul bagaglio dei valori cristiani alla base dell’identità europea e sulla laicità dell’azione politica.” “Ai popolari, ai liberali, ai moderati, ai riformisti, al mondo dell’associazionismo laico e cattolico diciamo: mettiamoci insieme e costruiamo un partito nuovo.”

Nessun riferimento alla socialdemocrazia, non c’è traccia del pensiero e del movimento socialista senza i quali nessuna conquista di emancipazione delle masse popolari, di libertà e di progresso sarebbe stata raggiunta nel secolo scorso.

L’idea dei neocentristi è quella di un partito “nazionale”, rivolto – non soltanto ma essenzialmente – a compattare l’impegno politico dei laici cattolici per riempire di sé il conteso spazio di opinione moderato che, mortificato dai nuovi sistemi elettorali, è comunque abbastanza vasto e radicato nel Paese e potrebbe supportare un centro politico diverso dai due grandi e poco omogenei contenitori PDL e PD. Uno spazio che Casini è pronto a inserire come un cuneo nel gioco “bipolare” nel tentativo di risultare determinante per i futuri equilibri di governo.

È un tentativo destinato al successo? È un’operazione di alto profilo politico? La personalità e la forza dei soggetti interessati, laici e cattolici, sono tali da assicurare una vera soluzione di continuità rispetto all’attuale UDC? Sono tutti argomenti dei quali si può discutere ma non rappresentano gli aspetti prioritari dell’analisi che i socialdemocratici devono compiere.

Il progetto neo-centrista è degno di essere guardato con rispetto e con simpatia, il suo eventuale successo (che a chi scrive appare assai problematico), ridimensionando le nuove forze egemoni, va nel senso dell’interesse generale del Paese e potrebbe ridare respiro alle forze minori della tradizione riformista italiana, ridotte a lottare per la mera sopravvivenza. Ma il vero problema è capire come il PSDI, partito che giustifica e difende la sua esistenza in quanto erede e continuatore della storia e dei valori del socialismo democratico europeo, può identificarsi in quel disegno fino a sentirsi parte integrante della cultura cattolica di cui esso è espressione.

6) A nessuno è sfuggito, in questi anni, che il ceto politico raccolto da Casini attorno all’UDC è, nel panorama italiano, quello più legato alle gerarchie vaticane, quello più attento a seguire le esigenze ed a rappresentare come “irrinunciabili” nella vita civile i principi della Chiesa cattolica. La lettura che, sempre nel seminario di Todi, l’ormai anziano ma sempre lucido Ciriaco De Mita ha saputo offrire del rapporto tra ideologia e dogma religioso, valori cristiani e laicità dello stato, etica e diritto, mirabile nella forma, è nella sostanza quella dell’integralismo cattolico, sempre estraneo, spesso contrapposto all’umanesimo socialista ed al liberalismo laico. L’insistito richiamo alla continuità con il pensiero di De Gasperi e Aldo Moro, qualifica il disegno politico e lo colloca in una precisa dimensione. Il concetto di “bene comune” è un’acquisizione esplicita dal linguaggio ecclesiastico. È forte il valore simbolico dell’appello ai liberi e forti di Luigi Sturzo e agli ideali di giustizia e di libertà in esso enunciati “nella loro interezza”, cioè nel collegamento alla dottrina sociale della Chiesa, essendo stata la fondazione del Partito Popolare la risposta alla storica esigenza di dare voce ai cattolici italiani per costituire l’alternativa politica e sociale al movimento socialista.

Tutto è cambiato? Certo. Ripartire da Don Sturzo in una fase di grandi cambiamenti e di forte crisi è un’intuizione che sarà anche di Casini e di Cesa, di Pezzotta e Tabacci, di Buttiglione e Magdi Allam, ma alla domanda se i tempi sono maturi per un nuovo, grande partito cattolico in Italia, rispondono le parole pronunciate a Caltagirone, in occasione del novantennale dell’appello “ai liberi e forti”, da Monsignor Miglio, Vescovo di Ivrea e tra i più autorevoli rappresentanti della Commissione Episcopale Italiana: “Il discorso di un partito è legato a contingenze storiche, l’impegno dei laici a servizio del bene comune è invece una costante”. Mentre si ricorda il passato si sottolinea l’urgenza di quel compito e la richiesta di Papa Benedetto XVI “di una nuova generazione di laici cristiani impegnati”.

Il sociologo Luca Diotallevi, particolarmente vicino al Vaticano, individua i nodi cruciali entro i quali “va ripensata la qualità della cittadinanza e della testimonianza civile cristiana. Oggi i cristiani sono meno bravi di quello che sembrano”. “I tempi sono cambiati ed è necessario pensare in modo nuovo quello che i cristiani già fanno da tempo” leggendo il pensiero di Sturzo alla luce di parole chiave del dibattito politico odierno, come “sussidiarietà e solidarietà, e poi la libertà della scelta educativa” cara al fondatore del Partito Popolare: “Finché la scuola in Italia non sarà libera, neppure gli italiani saranno liberi. La scuola vera non può germogliare nell’atmosfera pesante creata dal monopolio burocratico statale”.

Comunque si sviluppi il processo costituente, l’Unione di centro sarà un partito a forte identità cattolica. Il PSDI non ha potuto avviare al suo interno un dibattito approfondito nel merito delle scelte economiche per fronteggiare la crisi, sul welfare, sui temi della sicurezza e dell’accoglienza degli immigrati. Su questi argomenti come pure in tema di riforme costituzionali e di federalismo, il sostanziale moderatismo dell’UDC ne rende tanto equilibrate le posizioni da poterle sempre conciliare con quelle altrui in un ampio quadro di massima.

Ma non è possibile avere dubbi sulle battaglie che caratterizzeranno il “soggetto politico nuovo”, in materia di diritti civili, di scuola pubblica, di libertà e rispetto della coscienza dei cittadini di fronte ai temi della vita e della morte, della bioetica, della libertà di ricerca scientifica, sulla difesa della vita e della famiglia “tradizionale” da ogni insidia “laicista”, e così via. Queste battaglie, questa concezione di “laicità” interpretano e “evolvono” i principi sostenuti dal socialismo democratico in ogni tempo in tutta Europa? Il linguaggio dei vescovi italiani è uguale a quello di Gaetano Salvemini o di Piero Calamandrei o di Benedetto Croce? Il PSDI – partito mai anticlericale ma sempre laico e razionalista – è pronto oggi a mobilitare i socialdemocratici sulle scelte “irrinunciabili” dell’integralismo cattolico? Se sì perché, quando ne abbiamo parlato, quando è mutato così profondamente il nostro habitus mentale e culturale?

7) Al lume di tali considerazioni sembra ormai maturo il tempo di accantonare le suggestioni neo centriste e di concentrarsi su un progetto-partito che dia forma e dimensione al PSDI. La questione della partecipazione del Partito alle elezioni è urgente e grave. Per le amministrative le federazioni che sono in grado di approntare liste di partito o di alleanza lo faranno in base ai loro stessi deliberati, coordinate, dove esistono, dai comitati regionali. Sarebbe però un motivo di debolezza grave se il voto socialdemocratico per le elezioni europee non venisse coordinato sul piano nazionale. Preso atto della difficoltà a raccogliere firme e formare liste di candidati, c’è forse ancora spazio per coordinare linguaggio e attività con altre forze minoritarie animate dalle stesse esigenze di visibilità e di testimonianza. In questo caso potrà essere lo stesso PSDI punto di riferimento per un’iniziativa politica comune.

In ogni modo è venuto il tempo di chiamare a raccolta tutte le forze di cui il Partito dispone per dare corpo al modello organizzativo già scelto e per definire con chiarezza la prospettiva politica in cui inserire quel che resta di una tradizione socialdemocratica italiana la cui esistenza è stata messa in discussione e che il PSDI ha lo scopo di tenere viva e rappresentare nella realtà italiana di oggi. È vero che in politica tutto è cambiato nel sistema, nelle regole, nella cultura. Non è vero che questa constatazione comporta necessariamente l’appiattimento del Partito sulle posizioni dominanti di destra o di sinistra o di centro. Preso atto che il cammino per il ritorno all’interno delle istituzioni sarà lungo e irto di difficoltà che oggi appaiono insormontabili, il Partito ha il dovere di riempire di contenuti, di proposte concrete e attuali il proprio bagaglio di valori e di cultura politica, di ideali socialisti, laici, democratici e riformisti.

Più che nel tradizionale armamentario organizzativo (sedi, sezioni, tessere, giornali) gli strumenti per la propaganda politica vanno adesso ricercati nell’uso della moderna tecnologia informatica che permette, a basso costo, di creare comunità virtuali in continua interazione tra i suoi componenti. A rendere visibili e partecipate queste comunità sono i contenuti, il loro aggiornamento costante, la loro rispondenza alla sfera di interessi di un target che va scelto e curato, la credibilità personale e la capacità di proporsi come protagonisti di una nuova iniziativa politica. Il target cui rivolgere il messaggio di una moderna socialdemocrazia è costituito da giovani (ragazzi e ragazze che cercano la propria strada, inseguono qualunque speranza ma non smettono di ragionare con la propria testa), da quanti lavorano e rischiano in proprio, senza tutele, che vivono ogni giorno i problemi del territorio e, soli, alimentano col lavoro un tessuto di medie, piccole e micro imprese.

L’economia reale, che rende possibile crescita e sviluppo, non coincide con l’economia di carta della finanza e con l’economia parassitaria delle banche. Anzi chi vuole lavorare e produrre ogni giorno è costretto a scontrarsi con il sistema di potere che si fa banca, tribunale, burocrazia, disinformazione, cattiva politica, criminalità, rendendogli la vita difficile e, spesso, impossibile. Liberi come sono da ogni condizionamento, i socialdemocratici possono parlare a questi cittadini di verità e di giustizia, non con le parole che essi vogliono sentirsi dire, per conformismo e tornaconto, non alimentando paure e pulsazioni reazionarie, demagogia e conservatorismo ma dimostrando l’assenza di una vera cultura riformista nelle forze egemoni. Non c’è riformismo se non si riconosce che la realtà sociale è quella di un Paese spaccato in due, con alcune regioni che fanno parte del sistema economico europeo ed altre rimaste ai margini della zona euro-mediterranea, usate solo come locations di investimenti a basso costo, estranei al territorio e intese come mercati di sfogo di un sistema produttivo e mediatico alieno e indifferente. Parlare di “unità nazionale” non ha senso quando si rubano le risorse del Sud e se ne taglia fuori il territorio dalla rete di infrastrutture che dovrebbe collegarlo all’Italia centro-settentrionale e all’Europa. Non c’è riformismo se non si riconosce che il sistema dell’istruzione non risponde ai canoni di una civiltà moderna e alle esigenze dello sviluppo. Non c’è riformismo se non si riconosce che un Paese senza giustizia è destinato alla barbarie ed alla sopraffazione come regola nelle relazioni col potere pubblico e nei rapporti tra privati. Non c’è riformismo se la libertà del cittadino sui temi che riguardano esclusivamente la sua coscienza individuale non è il cardine di una visione democratica dello Stato. E così via, si possono individuare una decina di temi generali sui quali concentrare l’iniziativa politica e spendersi in vere e proprie battaglie civili – anche minoritarie o addirittura isolate - sulle quali chiamare a raccolta i socialdemocratici, decidendo di volta in volta come partecipare alle elezioni.

L’auspicio è che sui contenuti e sul funzionamento possibile del Partito si concentri, da adesso in poi, il nostro dibattito.

Antonello Longo