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Lettera aperta del Dott. Enrico Cisnetto
di Ufficio Stampa (del 30/07/2008 alle 17:55:19, in Ufficio Stampa, linkato 1105 volte)
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Ritenendo di fare cosa utile, pubblichiamo una lettera aperta del Dott. Cisnetto sull'attuale situazione politica.

Caro Adornato,
il concomitante inizio di “Cortina InConTra”, la kermesse politico-culturale che da sei anni organizzo in luglio e agosto al fresco ampezzano, purtroppo mi impedisce di essere al convegno dei Circoli Liberal di Todi.

Ma non volendo mancare di dire la mia ad un appuntamento così importante – direi cruciale per chi immagina e intende concorrere alla salvezza del Paese attraverso la rifondazione (non esito a usare questo termine) del suo sistema politico e dei suoi assetti istituzionali – approfitto della disponibilità di Liberal per fare qualche ragionamento ma soprattutto per lanciare una proposta, intorno alla quale spero che a Todi si apra una discussione.
 
Parto dalla tua relazione, caro Ferdinando, per dire che la condivido pienamente e che, in termini di analisi, c’è poco o nulla da aggiungere.

C’è il declino, che definirei drammatico per i caratteri strutturali e permanenti della “crisi italiana”, del tutto estranea ai problemi mondiali – che comunque io considero “di crescita” – checché se ne voglia dire evocando il 1929 per far passare l’idea (alibi) che “è tutta colpa della globalizzazione se abbiamo la crescita zero, e noi non ci possiamo fare niente”.

Ci sono i “quattro nodi irrisolti” – la questione istituzionale, quella giudiziaria, quella dell’unità nazionale e quella della modernizzazione – che giustamente denunci essere aperti fin dalla caduta della Prima Repubblica (e in certa misura anche prima).
 
Nodi che oggi possono essere riassunti in quella che è giusto chiamare la “questione democratica”, di cui il leaderismo senza partiti e il giustizialismo sono gli aspetti più gravi di un sistema-paese che è ormai scivolato in quella che io definisco la “deriva putiniana”, cioè una democrazia che conserva i suoi tratti formali ma perde quelli sostanziali.
 
Non si tratta, si badi bene, del “regime berlusconiano” di cui l’intellighenzia di sinistra straparla da anni, regalando al Cavaliere il lucroso ruolo di vittima. No, si tratta di una malattia grave e progressiva della democrazia, che investe l’intera classe dirigente e la mentalità collettiva del Paese, i cui sintomi più evidenti sono il superamento di fatto dei dettami costituzionali – la Costituzione, si badi bene, si può e si deve cambiare, ma occorre farlo nei luoghi deputati e con le procedure previste, non a strappi “di fatto” – e la creazione di una sorta di “decisionismo senza decisioni”, tutto di natura mediatica.
Malattia che è il tratto distintivo della Seconda Repubblica nell’intero arco della sua (troppo lunga) durata.
Ma questa diagnosi è ormai acquisita.
 
Fateci caso: siccome con la “alternanza obbligatoria” che abbiamo inventato – dal 1994 in poi ha sempre perso le elezioni chi stava al governo – tutti sono stati a turno sia maggioranza che opposizione, in questa seconda veste tutti hanno finito col far propria questa valutazione “radicale”. Salvo dimenticarsene quando sono stati al governo.
 
In tutti i casi, il problema oggi non è la diagnosi, ma la condivisione della terapia. E qui sta l’importanza dell’appuntamento di Todi: bisogna che dalla due giorni di lavori esca una proposta forte, intorno alla quale costruire il lavoro politico dei prossimi mesi e anni di tutti coloro che si sentono impegnati alla “rifondazione” della politica italiana.

Prima di fare la mia, di proposta, voglio però esporre una premessa che ritengo fondamentale: la “rifondazione” non è tema di questa legislatura.
Prima di fare la mia, di proposta, voglio però esporre una premessa che ritengo fondamentale:
 
Lo so che è già passato fin troppo tempo, che la “transizione” è ormai diventata infinita e soprattutto che il Paese non può aspettare a mettere mano al proprio declino. Lo so. Purtroppo, però, la ruota della Seconda Repubblica deve compiere ancora questo ennesimo giro.
 
Non è detto che duri cinque anni, anzi, ma soltanto quando Berlusconi sarà uscito di scena – perché asceso al Quirinale o perché si torna a votare e lui passa la mano (cosa ovvia e certa, questa volta) – quando sarà uscito da quel “mercato del consenso” di cui in questi anni è stato insuperato (e purtroppo inutilmente imitato) protagonista, allora ci saranno le condizioni per passare alla Terza Repubblica.

E qui viene la proposta, che avanzo a nome di Società Aperta, il movimento che ho fondato e presiedo, e che danni si batte per una Terza Repubblica che nasca da un’Assemblea Costituente e che per sconfiggere il declino dia vita ad una stagione politica di “grande coalizione”.
 
L’idea è: costruiamo un “partito holding”.
 
Mi spiego. Con la fine dell’era berlusconiana – e considerando non trasmettibile per via ereditaria il Pdl, o quantomeno la grande maggioranza dei voti di cui dispone – l’orologio della politica tornerà al 1993, prima della “discesa in campo” del Cavaliere, riaprendo quella voragine di rappresentanza dei ceti medi e della borghesia, insomma della maggioranza moderata degli italiani, che allora rimasero orfani della Dc e dei partiti laici del centro-sinistra (quello vero). In più, ci sarà – anzi, già c’è ora – una voragine altrettanto grande a sinistra, visto che la pur allora perdente “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto valeva mille volte di più della “sgangherata armata della pace”della sinistra oggi.
 
Dunque due grandi serbatoi di voti, due mondi – peraltro in rapida evoluzione e in via di mescolamento – che dovranno trovare un’offerta politica adeguata a rappresentarli, anche contemporaneamente in una certa misura. La risposta non può che essere un “nuovo partito nuovo”.
 
Alla sua costruzione ho personalmente lavorato in questi anni, a più riprese e con diversi interlocutori, ma senza esito. Naturalmente non mi consola il fatto che laddove ho fallito io altri non abbiamo avuto migliore fortuna. Ma la “verginità” del tentativo gioca comunque a favore, induce a riprovarci.
 
Un vantaggio questa volta c’è, ed è rappresentato dall’Udc. L’aver superato lo tsunami delle “elezioni della semplificazione”, e la sua attuale collocazione al centro del sistema politico, consente a Casini di mettersi a buon titolo alla testa di un complesso disegno di ristrutturazione dell’intera geografia politica italiana. Per far questo, l’Udc non basta.
 
Né è pensabile che esso possa proporsi come sole intorno a cui far ruotare altri pianeti. Ma, nello stesso tempo, non è utile neppure il suo scioglimento a favore di qualcosa d’altro. No, in questa fase non c’è il tempo e non ci sono le condizioni per una “grande fusione” di forze diverse, né dentro l’Udc né in una nuova forza politica.
 
Ecco, allora, l’idea del “partito holding”, cioè di una nuova formazione in cui tutte le forze esistenti – partiti, associazioni, fondazioni, movimenti – possano federarsi senza per questo perdere la loro identità e rinunciare alla loro autonomia.
 
Questo consentirebbe a laici e cattolici, e alle loro diverse anime, di incontrarsi intorno ad un progetto rifondativo del Paese, della sua democrazia, delle sue regole basilari – insomma, un grande progetto Italia che rappresenti il punto d’intesa su un programma di governo – ma nello stesso di mantenere intatta la loro capacità di iniziativa e battaglia politica sui temi più propri alle rispettive radici politico-culturali.
 
Per capirci, sulle tematiche etiche liberi tutti, mentre sul programma di governo – che oserei definire con tre nomi: De Gasperi, La Malfa, Craxi – piena convergenza. Al primo lavoro ci penseranno i soggetti esistenti (o quelli che vorranno costituirsi intorno a delle specificità), al secondo dovrà badare la nuova forza, che poi sarà quella che dovrà presentarsi alle elezioni e riscuotere il consenso di quei tanti, la maggioranza degli italiani, che saranno politicamente orfani. A chi penso? All’Udc, ovviamente, e alle diverse realtà del cattolicesimo liberale. E poi ai socialisti, ai repubblicani e ai liberali di tutte le diaspore.
 
Ma anche alle forze laiche e cattoliche dell’ex (?) Margherita, alle componenti maggiormente riformiste degli ex (?) Ds. Così come i settori non di matrice aziendalista di Forza Italia.

Difficile, complicato? Sicuramente. Ma ci sono alternative?
 

Un caro saluto di buon lavoro a Todi
 
Enrico Cisnetto,
Presidente Società Aperta