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LA CORTE COSTITUZIONALE DICE SI AI TRE REFERENDUM
di Ufficio Stampa (del 18/01/2008 alle 11:29:47, in Articoli Magistro, linkato 706 volte)

LE RIFLESSIONI DEL PSDI

di Antonello Longo

Come previsto, la Corte Costituzionale ha deciso di ammettere tutti e tre i quesiti referendari sulla legge elettorale proposti dal comitato Segni-Guzzetta. In attesa di capire qual'è il significato che i valenti giudici della Consulta attribuiscono al solenne principio contenuto nell'articolo 48 della Costituzione Repubblicana, in base al quale il voto degli elettori non solo è libero e segreto ma deve anche essere “uguale”, ci apprestiamo a seguire gli sviluppi che questa vicenda determinerà nella politica nazionale. La situazione politica è in fase di rapida evoluzione, il governo Prodi, oggi anche, ad interim, ministro guardasigilli, si regge – paradossalmente – sulla stessa incertezza del quadro politico ma è incalzato ogni giorno da una cronaca sempre più inquietante. Il referendum, la cui celebrazione non sarà facile evitare, sembra fatto apposta per accelerare la crisi politica e quindi rallentare il processo riformatore. Ai tre quesiti, io credo, si può rispondere soltanto NO, anche se l'alternativa di un accordo attorno al testo preparato dal costituzionalista Vassallo o sulla “bozza Bianco” si profila come rimedio peggiore del male. Se, d'altronde, la crisi precipitasse verso elezioni politiche anticipate il PSDI valuterebbe approfonditamente – anche in considerazione della legge elettorale con la quale si andrebbe al voto - le ragioni di opportunità e di coerenza da mettere alla base di eventuali proposte di alleanza elettorale, coinvolgendo tutte le istanze del Partito, a partire dal Consiglio Nazionale e dai Coordinamenti Regionali, per adottare scelte maturate attraverso il dibattito più ampio ed approfondito possibile. Abbiamo ritenuto doveroso, nelle scorse settimana, ricercare un dialogo con i compagni della Costituente Socialista, per prospettare loro un quadro di collaborazione nelle realtà locali e di possibile alleanza nella politica nazionale. Abbiamo dovuto prendere atto che essi, in questa fase, non concordano con noi nel ritenere prioritario un raccordo tra i gruppi dell'area socialista, laica, socialdemocratica e liberale. Se i due convegni di Bertinoro avevano aperto speranze in quella direzione, la concreta realizzazione del PS si è caratterizzata, nei fatti, per la scelta di ricostruire il vecchio PSI nella sua mentalità centralista, nella pratica del notabilato, nella scelta di privilegiare nei contenuti un forzato anticlericalismo piuttosto che il rigore di una visione laica e liberale dello Stato e della società. La nuova legge elettorale, se, quando e come arriverà, darà la cifra del realismo o, al contrario, del velleitarismo dei gruppi dirigenti dei partiti di più ridotte dimensioni, tenuto conto che è comune l’interesse alla sopravvivenza mentre la polverizzazione della galassia riformista (che comprende diverse ispirazioni, non esclusa quella cattolico-democratica) danneggia tutti. L'idea di chi scrive è che i soggetti politici di piccola dimensione possono trarre una ben modesta utilità dall'assecondare in modo conformista le posizioni dominanti. Al contrario, la rivendicazione di una soggettività politica da far riconoscere e rispettare trova alimento solo in una lettura critica dell'attuale configurazione del sistema politico così come delle proposte di riforma elettorale, referendum compreso, che oggi si contendono il campo. La nascita del Partito Democratico, alla ricerca di modelli e contaminazioni di grande suggestione ma distanti dalla socialdemocrazia liberale europea, ha modificato profondamente il quadro di riferimento del centrosinistra, abbandonando la strada tracciata dall’Unione per inseguire il disegno del partito carismatico, egemone nella direzione politica del Paese, in alternanza con una forza speculare da insediare e legittimare nell’area conservatrice. La pronta risposta di Berlusconi, che trasforma Forza Italia e liquida la “Casa delle Libertà” per secondare quella prospettiva, determina la fine di fatto della cosiddetta “Seconda Repubblica”. Una stagione impostata su un’artificiosa forma di bipolarismo, estranea tanto alla tradizione ed alla cultura politica del nostro Paese quanto all’impianto costituzionale della Repubblica. La commedia dell’avvicendarsi tra Berlusconi e Prodi si è alimentata del continuo confronto fra stili di vita e interessi di potere divergenti ma non fra progetti di governo effettivamente alternativi. Il PSDI non potrà che prendere atto di eventuali accordi trasversali in Parlamento per approvare nuove regole elettorali basate sull’aspirazione a garantire una più tranquilla governabilità. I socialdemocratici non considerano positiva la frammentazione del sistema politico ma si battono perché questo mantenga o, meglio, acquisti una reale democraticità. Per governare e decidere senza condizionamenti servono riforme che snelliscano il processo legislativo, tenendo conto della scelta federalista contenuta nel Titolo V della Costituzione, e rendano più forte il potere esecutivo. Le leggi elettorali devono mettersi a sostegno dell’architettura costituzionale e non viceversa. E’ legittimo desiderare e proporre per l’Italia un sistema presidenziale o semipresidenziale. In questo caso la legge elettorale più adatta è quella maggioritaria ad unico o doppio turno. Se invece – come il PSDI ritiene preferibile – si vuole rafforzare e rendere più funzionale la democrazia rappresentativa in un sistema parlamentare, la legge elettorale di riferimento non può che essere proporzionale. L’introduzione di una soglia ragionevole di sbarramento da sola basterebbe a ridurre drasticamente la proliferazione delle liste e dei gruppi parlamentari. Il sistema mediatico avalla la grande mistificazione che fa credere alla gente che ridurre i margini della rappresentatività democratica e impoverire il dibattito oscurando voci che vengono dal socialismo riformista, dall’area laica, liberaldemocratica e del cattolicesimo democratico, possa davvero conferire efficienza e capacità di governo a chi non ne ha dato prova in questi anni. Ma, di fronte all’implodere di un sistema, con l’Italia che paga gli effetti di tre lustri di non governo, non riteniamo accettabile che oggi quanti hanno detenuto saldamente le leve del potere e fatto percepire forte e chiaro ai cittadini e alla politica il segno del comando, trovino utile addebitare i rifiuti e le macerie che gravano il Paese non ad un proprio grave difetto di cultura e di capacità riformista ma al fatto che esistano formazioni politiche che si battono (con più vasti o più modesti consensi, con più alto o più basso profilo) in difesa di posizioni politiche che sono spesso le più antiche e nobili della nostra storia.