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IL PD ED IL FALSO PLURALISMO
di Ufficio Stampa (del 22/06/2007 alle 14:54:57, in Lettere Aperte, linkato 1013 volte)

di Giorgio Carta

Uno è singolare, due è plurale. E in questa inopinabile considerazione si identifica e si esaurisce il pluralismo del PD.

La formazione del comitato costituente ha confermato come quella che è stata da troppi definita una fusione a freddo tra DS e Margherita sia l’ineluttabile conclusione di un processo politico che possiamo definire un mini-compresso storico.

Da diversi anni, il dibattito politico si è incentrato sulle difficoltà del governo del Paese determinate, da un lato, dai processi della globalizzazione, con conseguente mutamento della società, dall’altro, dall’inadeguatezza di un sistema politico frammentato e disomogeneo.

Il cosiddetto bipolarismo zoppo, carico di contraddizioni in ambedue le componenti, aveva posto l’esigenza di un ripensamento rapido della dialettica politica italiana, per rispondere alle sfide del terzo millennio.

L’ipotesi di creare all’interno della sinistra non solo un’alleanza per vincere le elezioni e governare il Paese, ma di riavviare un processo di riaggregazione di forze omogenee, ha dato adito a diverse ipotesi di lavoro.

C’era chi pensava che l’unione dei riformisti di ispirazione socialista da un lato e quelli di ispirazione liberaldemocratica e cattolica, dall’altro, dovessero costituire i due nuclei di aggregazione - che assieme con le altre forze di sinistra - avrebbero potuto costruire una stabile alleanza di governo, con un programma adeguato da sottoporre al vaglio elettorale.

 Altri, considerando insufficiente questa prospettiva, con una serie articolata di argomentazioni che non mi soffermo a rievocare, ritenevano che per rispondere alle istanza della nuova società bisognasse far fare un passo in avanti alla politica iniziata con l’Ulivo e costituire il PD.

Mesi fa avevamo considerato questa ipotesi un’interessante intuizione politica, ma richiamavamo l’attenzione su due punti essenziali dell’affaire: da un lato il pericolo che il progetto, se lanciato dall’alto, senza concedere ai cittadini un adeguato tempo per metabolizzarlo, potesse provocare fenomeni di rottura.

Dall’altro, che un progetto che non avesse come punto fermo l’obbiettivo di creare una forza realmente plurale difficilmente avrebbe potuto essere aggregante.

 Al momento, pare siano emersi solo questi aspetti negativi. Il più grande partito, almeno fino a ieri, della sinistra ha subito delle pesanti mutilazioni. Né è dato di conoscere quale sarà l’impatto reale all’interno del riformismo di ispirazione cattolica, anche in considerazione delle grosse divergenze che emergono su temi eticamente sensibili.

 Per quanto concerne il pluralismo stile PD, abbiamo assistito ad una cencelliana spartizione delle seggiole del comitato costituente tra dirigenti DS e DL, definiti da alcuni come oligarchia diretta.

E’ stata, poi, nominata un’oligarchia derivata, il cui requisito indispensabile è quello di non essere espressione di partiti politici organizzati, tanto da essere costretti a qualificare alcuni come indipendenti, a dispetto del curriculum vitae.

Adesso si arriverà alla fatidica data del 14 ottobre nella quale si eleggerà l’Assemblea costituente. Ho idea che questo processo si svolgerà come l’assemblea di una SPA, dove l’azionariato diffuso ratificherà le decisioni prese altrove dagli azionisti di riferimento riuniti in un ferreo patto di sindacato.

Leggendo le relazioni congressuali di Fassino e di Rutelli ci era sembrato di poter superare dubbi e perplessità e di essere disponibili fin dalla fase costituente ad un grande progetto di riorganizzazione della politica.

Avevamo immaginato un grande contenitore che, pur portando alla reductio ad unum di partiti e movimenti, consentisse a tutti di non sentirsi ospiti affinché anche quelli numericamente piccoli potessero sentirsi co-fondatori di qualcosa di nuovo.

Al momento possiamo solo dire che “abbiamo capito male”; e, se la cosa resterà così, non esiteremo ad aggiungere che “non ci interessa”.

On. Giorgio Carta