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LIBERISMO, GLOBALIZZAZIONE, DEBITO PUBBLICO: il cittadino non conta più nulla?
di Ufficio Stampa (del 30/12/2012 alle 11:19:19, in Ufficio Stampa, linkato 742 volte)
Tutti ormai conosciamo il fenomeno della globalizzazione dei mercati e delle comunicazioni, con i suoi effetti antichi e nuovi, positivi e negativi, le sue ricadute sulle economie nazionali, la vita sociale e civile, le abitudini di consumo e le tendenze culturali.

E tutti, più o meno, abbiamo coscienza delle conseguenze che, in quest'ambito, provoca l'impatto esercitato dal mercato finanziario. Il vecchio, utile gioco della borsa, che porta guadagno agli investitori più audaci e competenti e convoglia risorse verso il mondo della produzione resta ormai sullo sfondo di un'attività di speculazione tutta puntata sui fondi raccolti col commercio del denaro, vale a dire del credito.

Le masse di denaro raccolte con la vendita di titoli legati alla produzione non di beni e servizi ma di interessi su prestiti, si spostano con la velocità della luce da un punto all'altro del globo, con un clic, per fare altri prestiti, sempre nuovi investimenti sui “pagherò” in entrata e in uscita. Così quando le “bolle” (letteralmente palle gonfie di aria, cioè di nulla) scoppiano, come è successo negli Stati Uniti con la speculazione sui mutui concessi senza garanzie per l'acquisto di case di abitazione, l'effetto del “buco” si propaga rapidamente a tutti i mercati del denaro e quindi, a ricaduta, su tutta l'economia mondializzata.

Accade oggi che la speculazione dei “mercati” finanziari punta sugli interessi prodotti dai debiti non più solo delle società commerciali e delle persone fisiche ma anche degli enti pubblici e, infine, degli stessi Stati, i cosiddetti “debiti sovrani”. I “mercati” prima hanno riempito gli Stati e le amministrazioni locali di titoli poggiati su fondi “spazzatura”, poi hanno giocato al ribasso ad ogni asta indetta per vendere i titoli dei debiti pubblici, in modo da ottenere forti aumenti nei tassi d'interesse. In questo modo il debito pubblico delle realtà statali più deboli e delle economie meno strutturate è schizzato verso l'alto, aggravato dai sempre maggiori interessi da corrispondere agli acquirenti dei propri titoli. 

Chi sono questi benedetti “mercati”, si tratta di misteriose presenze, entità oscure, oppure hanno nomi e cognomi? Facciamo l'esempio che ci sta più a cuore, quello dell'Italia. Chi compra i titoli del debito pubblico italiano? Almeno per il 40% parliamo di banche, enti e società esteri, in prevalenza tedeschi e francesi; per un altro 40% di banche italiane, fondi e società di assicurazione, per il 6% della Banca d'Italia. Solo quello che resta va alle famiglie che, sempre per mezzo delle banche, investono in titoli di Stato i loro risparmi. Per pagare e restituire i titoli in scadenza, lo Stato italiano mette in vendita nuovi titoli e qui entra in gioco la speculazione “al ribasso” che impone interessi sempre più alti.

Con questo meccanismo il debito di uno Stato diventa una fonte di lucro per i “mercati”, a spese della comunità nazionale. Per questo motivo il nostro debito pubblico cresce costantemente, ormai ha sfondato il muro dei 2000 miliardi di Euro e gli interessi che ogni anno devono essere pagati volano oltre i cento miliardi.

Il cittadino oggi è confuso da una congerie di informazioni in materia di economia che non riesce a comprendere fino in fondo. Si creano dei “mantra”, parole d'ordine rivolte a creare consenso attorno a concetti iniqui e non sempre logici: “facciamo sacrifici per salvare l'Italia e dare un avvenire ai nostri figli”, “siamo ridotti così perché abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità” e così via mistificando. Ma le cose non stanno proprio così. 

Senza alcun dubbio è un bene che i governi si applichino ad evitare gli sprechi e soprattutto a selezionare e riqualificare gli obiettivi e le modalità di spesa. È sbagliato, invece, dire che la spesa pubblica è alla base del debito se è vero, com'è vero, che dal 1980 ad oggi, le spese dello Stato sono state più di 500 miliardi di Euro in meno rispetto al gettito fiscale. E se il rapporto tra debito pubblico e PIL, che nel 1991 era del 98,5%, ha sfondato, alla fine del 2011 il tetto del 120% ciò è dovuto al fatto che l'avanzo primario raggranellato ogni anno (più entrate/meno spese) è stato letteralmente “bruciato” dagli interessi sul debito. E sappiamo come e perché i “mercati” hanno usato la speculazione per aumentare i loro guadagni a spese degli stati provocando recessione e perdita di sovranità.

Prodotti finanziari spazzatura sono stati venduti a profusione dalle banche d'affari internazionali anche a moltissimi comuni italiani e ad alcune regioni, soprattutto nel Mezzogiorno, ed è questa una delle principali cause del dissesto di questi enti che getta nel marasma le comunità locali e provoca grandi sofferenze alle fasce meno abbienti della popolazione. Gli squallidi fenomeni di malcostume e di degrado della politica che hanno riempito le cronache locali e nazionali hanno, oltre a provocare una sacrosanta condanna morale, agevolato il diffondersi, nell'immaginario collettivo, dell'idea che gli enti territoriali sono una delle cause principali del dissesto delle finanze statali. Una concezione che ignora il fatto che solo il 6% del debito pubblico è prodotto dal sistema delle autonomie locali, oggi strangolate da una forbice micidiale tra tagli ai trasferimenti statali e patto di stabilità.

Allora cominciamo a smascherare le mistificazioni e chiamiamo le cose col loro vero nome: si potrà pure scrivere la parola “mercati” ma si legge “poteri finanziari”. La voracità di questi poteri ha spazzato via il sogno di un capitalismo virtuoso, capace di benefiche ricadute sul globo intero. Anche forzando le regole democratiche, il governo, la gestione della crisi nella sua fase acuta, in alcuni dei paesi più a rischio – tra cui l'Italia – sono stati affidati ai rappresentanti (non tanto per esserne espressione diretta ma per la mentalità, la cultura, le storie personali di cui sono portatori) delle banche e degli istituti finanziari non è stata, a nostro avviso, l'idea migliore. Per dirla in breve, è stato come affidare le pecore al lupo.

Le teorie neo-liberiste pensano di governare il fenomeno della globalizzazione in generale, e quello della finanza speculativa in particolare, creando le condizioni di una “governance”  internazionale dei mercati e della finanza che trasforma, magari con l'intento di tutelarli, quelli che erano i “mercati interni” in consumatori del mercato globale.

Oggetto e strumento, insieme, di questa “governance” sono gli organismi internazionali e sovranazionali ai quali, per effetto di convenzioni e trattati, gli stati nazionali (e le banche centrali) hanno via via ceduto parti significative della loro sovranità, come, per esempio, il WTO (in italiano OMC, organizzazione mondiale del commercio), la Banca Mondiale, il FMI (fondo monetario internazionale) e la BCE (banca centrale europea), cui si aggiungono organismi non istituzionali ma con potere decisionale come i famosi incontri intergovernativi chiamati G (governi) 8, 10, 20...

La conduzione di questi istituti non risponde a dinamiche di tipo democratico ma, semmai, tecnocratico e la “regolazione” dei mercati ad essi demandata è sfociata troppo spesso in attività di mero riequilibrio tra le posizioni delle grandi concentrazioni finanziarie, in un oggettivo sostegno alla penetrazione di sempre nuovi mercati da parte delle società multinazionali, spesso a discapito delle produzioni locali e degli interessi territoriali.

L'Unione Europea non è, non dovrebbe essere, uno strumento di quel tipo. Essa ha diversa natura e ben altre finalità. Evoluzione delle precedenti esperienze del MEC e della CEE, l'Unione di oggi è nata con l'ambizione dichiarata di indirizzare l'interazione economica fra gli stati-membri verso una vera comunità politica sovranazionale, unendo in un corpo unico le nazioni europee che in passato, per voglia di potenza e di prevaricazione, avevano più volte fatto precipitare le loro discordie nelle più grandi e spietate guerre di massacro della storia. Anche la creazione di una moneta unica, l'Euro, fu esplicitamente collegata (anche) all'esigenza di imprimere una forte spinta al processo di integrazione politica. Tuttavia le spinte all'egoismo nazionale inferte dalla crisi e dai fenomeni migratori, la gelosa difesa da parte delle economie più forti degli interessi dei rispettivi sistemi bancari, che hanno investito molto sui debiti sovrani degli altri Stati membri, hanno fatto oggi dell'Unione Europea un meccanismo per molti aspetti farraginoso e squilibrato
 
Noi socialdemocratici non siamo né sognatori né estremisti. Ci riesce difficile considerare il Sud America o l'Islanda come modelli da imitare su scala mondiale. Siamo del tutto consapevoli dell'importanza di avere strumenti internazionali e sovranazionali in grado di attutire una spinta di stampo neo-colonialista altrimenti inarrestabile. Il processo di integrazione europea, prima di tutto,  è presupposto di pace e di sviluppo che giustifica la cessione di parti di sovranità statale in nome degli interessi comuni in materia di politica estera e di difesa, di politica economica e del mantenimento di livelli standard per le libertà economiche, politiche e civili.

Sono considerazioni che non giustificano il gioco speculativo sui debiti sovrani. Anzi, se esistono istituti sovranazionali dotati di potere decisionale, essi devono contrastare la speculazione, non assecondarla. L'agenda Monti come, in generale, la burocrazia europea a guida franco-tedesca, sono ispirate, appunto, da una visione del liberismo che piega il cambiamento e le riforme alle esigenze della “grande finanza”. Quando i portatori di questa concezione parlano di “regole” e di “riforme” si riferiscono a misure per assicurare la libera concorrenza e la solvibilità di ogni singolo stato nei confronti dei suoi creditori. Tutto il resto, dalla più giusta distribuzione del reddito allo stato sociale, dal superamento degli squilibri territoriali al rispetto dell'ecosistema, dalla libertà dell'informazione alla trasparenza dei processi decisionali, o è il portato virtuoso di un razionale reinvestimento del profitto o, molto semplicemente, può andare a farsi fottere.

Il profitto deve essere tutelato subito e ad ogni costo, il benessere dei popoli e l'equità sociale può attendere tempi migliori. Il pensiero dominante degli attuali governanti europei non è tanto quello di evitare il “default” degli stati in crisi quanto di evitare il fallimento delle banche che, vendendo loro titoli altamente tossici, ne hanno scatenato le criticità.

In Italia, gli interventi più rilevanti del governo Monti hanno riguardato l'esasperazione dell'imposizione fiscale diretta e indiretta; un taglio secco alle pensioni (un sistema che, economicamente, era già in equilibrio per effetto di riforme precedenti); il rafforzamento della frammentazione e della precarietà nei contratti di lavoro; una variegata gamma di metodi per rinsanguare le banche con grandi iniezioni di denaro contante, fino al salvataggio dalla bancarotta del gruppo MPS (nessuno ignora quali catastrofici effetti può avere il fallimento di una banca ma bisogna tenere presenti due aspetti: uno, che gli aiuti di Stato sono vietati dall'UE per qualunque fabbrichetta di scarpe o di biscotti; due, che se i gestori della fabbrichetta agiscono nello stesso modo di certi dirigenti bancari, vanno in galera difilato).

Queste scelte politiche hanno seguito una logica precisa: rassicurare “i mercati”, cioè i compratori dei titoli di Stato a lungo termine, sul fatto che l'Italia, alla scadenza, potrà pagare il costo onerosissimo delle cedole e rassicurare i governi dei paesi in cui tali “mercati” hanno sede che l'Italia, tramite il suo sistema bancario, continuerà ad essere elemento attivo nelle varie operazioni di “salvataggio”, cioè di acquisto di titoli di debiti sovrani. Rassicurazioni che hanno procurato il recupero della smarrita “credibilità” ed hanno permesso un riassorbimento del differenziale di rendimento tra titoli italiani e titoli tedeschi, il famoso spread. Effetto ancora parziale e, sicuramente, tutt'altro che definitivo. L'agenda Monti conferma: solo dalle minori somme pagate negli anni futuri per interessi sul debito si potranno trovare le risorse necessarie per la crescita.

Sono questi e non altri i risultati per raggiungere i quali gli italiani sono stati così pesantemente sacrificati. Traguardi importanti, non c'è che dire, anche perché sembra intravedersi all'orizzonte un rasserenamento nella crisi del mercato finanziario globale, quindi un rallentamento dei fenomeni speculativi. Ma la Patria non è salva, perché, se la matematica non è un'opinione, quanto si guadagna riducendo i tassi di interesse viene a perdersi quando si continua ad aumentare la “sorte capitale”, cioè il volume del debito, e questo è avvenuto nel 2012, provocando recessione, mandando a picco non solo i livelli di occupazione ma anche il volume delle stesse entrate fiscali.

Ecco il punto vero che riguarda le giovani generazioni, i nostri figli: la crescente spirale del debito e la speculazione sugli interessi che stanno disintegrando l'economia italiana e di altri paesi europei, con i mezzi fin qui usati appare ed è inarrestabile. È un “cane che si morde la coda”: qualunque avanzo primario venga prodotto dallo Stato con restrizioni di spesa e/o aumento delle entrate fiscali viene vanificato dall'aumento degli interessi sul debito. Perciò non si può insistere sul falso mito dello sviluppo basato sui tagli, che dovrebbe nel tempo ridurre il peso del debito.

Noi diciamo che tutti i sacrifici sono inutili se l'attenzione dei governi, delle entità sovranazionali, a partire dall'Europa, delle forze politiche, a partire dall'Internazionale Socialista e dal Partito Socialista Europeo, non si sposta – concretamente e subito –  sulla lotta alla speculazione e sulle misure per redistribuire il peso della crisi tra le popolazioni e i creditori degli stati e dei loro enti.

Nella visione socialdemocratica, ad una concezione più larga della cittadinanza va collegato un livello più largo di difesa dei diritti di cittadinanza e ciò può avvenire soltanto dando più forza alle istituzioni rappresentative ed ai territori rispetto ai mercati, una forza che può venire solo dalla partecipazione e dal consenso democratico. Se sulle scelte strategiche di politica economica, sulla politica monetaria, sulla formazione dei bilanci, sulle misure fiscali, i singoli stati membri dell'Unione cedono all'Europa decisioni che incidono pesantemente sulla vita dei cittadini e delle comunità locali, allora è necessario che queste scelte vengano operate da organismi sovranazionali che rispondono direttamente, non attraverso la mediazione dei governi degli stati centrali, ai cittadini ed ai territori. La concezione federalista ha quindi un riflesso concreto e pone una questione non filosofica ma di “sostanza” democratica.

Non è possibile che i governi e le forze politiche collaborino a questo crimine: che i cittadini, i sistemi economici su scala nazionale e locale, paghino tutto il prezzo della crisi provocata, nella massima parte, dagli speculatori, mentre le società finanziarie, le banche e le assicurazioni (cioè gli speculatori) continuino a lucrare sul “rigore” dei governi nei confronti delle famiglie e delle imprese. Dove sono il coraggio, la fantasia, la capacità innovativa, la forza rappresentativa, dei nostri politici. Dov'è, cosa mai è diventata, la sinistra?

Non abbiamo mai creduto, e non lo pensiamo adesso, che prendere a martellate gli sportelli bancomat o organizzare assedi ai vertici internazionali siano delle buone idee. Ma non possiamo non convenire con chi denuncia un'ingiustizia di fondo, troppo grande e troppo duratura perché si possa chiedere ad un giovane di non ribellarsi. Ai nostri giovani dobbiamo dire la verità, spiegando  loro la maggiore validità degli strumenti propri di una politica riformista, per costruire una nuova opzione di giustizia.

Antonello Longo
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