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MONTI, UN PROGETTO AMBIZIOSO, UN BILANCIO NEGATIVO...
di Ufficio Stampa (del 24/12/2012 alle 10:51:47, in Ufficio Stampa, linkato 720 volte)
MONTI, UN PROGETTO AMBIZIOSO, UN BILANCIO NEGATIVO
ma la sua scuola liberista non è l'unica possibile

Nella conferenza stampa dell'antivigilia di Natale, il Presidente del Consiglio uscente non ha chiarito se autorizzerà o meno la coalizione centrista, che la media dei sondaggi vede navigare attorno al dieci per cento, ad inserire il suo cognome nella simbologia per la campagna elettorale; su questo, che non è un dettaglio, sarà decisivi i “suggerimenti” del Presidente della Repubblica, vedremo nei prossimi giorni. Ma il rimanente è abbastanza chiaro.

Esaurito il mandato “tecnico”, Mario Monti propone se stesso come riferimento politico non solo e non tanto del “centrino” di Casini, Montezemolo, Fini e Rutelli ma di tutti coloro che, tra i partiti e nei partiti, si riconoscono nel programma “cambiare l'Italia, riformare l'Europa”, cioè la famosa “agenda Monti”, con l'espressa avvertenza, ex cathedra, che ogni politica che se ne voglia discostare allontanerebbe il Paese dall'aggancio europeo, presupposto essenziale e irrinunciabile per il risanamento strutturale dell'economia italiana.

Se, tra due mesi, le urne non daranno una maggioranza autosufficiente nelle due Camere ad una delle coalizioni in campo, l'ex preside dell'Università Bocconi potrà essere nuovamente chiamato a palazzo Chigi; altrimenti si potrebbe (facilmente... anche se in politica non si può mai dire) formare nel nuovo Parlamento, sull'asse PD-centristi, una maggioranza per l'elezione di Monti al colle più alto. Sarebbe questo, per chiunque governi, un segnale rassicurante verso l'Europa e i mercati, di cui il professore è mentore e beniamino. I “mercati” dal canto loro, c'è da scommettere, non faranno mancare le opportune “fibrillazioni” di fronte al profilarsi di eventuali soluzioni di segno differente. Insomma, tutti quelli che pensano di liberarsi, con l'anno nuovo, del professore e della sua agenda, stanno facendo i conti senza l'oste.

Comunque, l'uscita del PDL dalla “strana maggioranza”, le conseguenti dimissioni del governo tecnico, l'accelerazione della campagna elettorale e la dinamica che si profila per il suo svolgimento, rendono più chiaro il quadro politico generale. Tutti hanno capito, per esempio, che il “bipolarismo all'italiana” che ha dato volto alla “seconda Repubblica” è ormai una realtà virtuale, concretizzata soltanto dal meccanismo elettorale del porcellum, però in modo zoppo e parziale.

Il vero bipolarismo è il fatto che qui si vedono due sole strategie di governo veramente alternative. Una è quella di Monti, tutta giocata sul recupero di risorse per la crescita attraverso la diminuzione del peso degli interessi sul debito pubblico (leggi spreed); sulle liberalizzazioni (leggi privatizzazioni); sull'eliminazione di ogni rigidità dal mercato del lavoro (leggi tutele e garanzie per i lavoratori); sul salvataggio e la ricapitalizzare delle banche, anche attraverso la BCE (che impiega denaro proveniente anche dai contribuenti italiani). L'altra è quella di Grillo, che punta a mettere in discussione l'Euro attraverso un referendum popolare, mirando alla svalutazione di un debito ormai impossibile da risanare, alla rinuncia al mito della crescita, alla riconversione del sistema economico nel segno della sostenibilità ecologica, alla ricerca di forme di democrazia non rappresentativa ma “diretta”. 

Invece i due schieramenti del “bipolarismo immaginario”, PD di Bersani e PDL di Berlusconi, si concentrano su una propaganda elettorale che li rende alternativi tra loro, ma non hanno saputo (o voluto, né l'uno né l'altro) mettere a fuoco un disegno nuovo, una “visione”, un sistema organico di idee, proposte e concrete misure di governo che rappresentino alternative credibili all'agenda Monti. Rincorrendo, ognuno a suo modo, le onde emozionali dell'opinione pubblica, il centro-sinistra privilegia i temi della moralità e “sobrietà” della vita pubblica, della “credibilità” internazionale, della lotta all'evasione; mentre il centro-destra invoca le riforme istituzionali e della giustizia e l'alleggerimento del peso fiscale.

Noi socialdemocratici non prendiamo la “tessera del tifoso” per nessuna di queste squadre. Piuttosto vorremmo contribuire, con chi avrà l'interesse e il gusto di prestare ascolto, ad aprire una porta nel muro verso cui stiamo correndo, dando corpo ad una linea di riforme e di politica economica  meno cinica del montismo, più realista del grillismo.

Dall'angolo ristretto in cui la storia recente ci ha ingiustamente relegati, siamo pronti ad accettare, se dignitosi, accordi elettorali che ci restituiscano visibilità. Ma il nostro impegno è rivolto a ricostruire un soggetto politico autonomo partendo dalla costruzione di un programma di reale, profonda trasformazione democratica dell'Europa e dell'Italia, perché se la politica non ritrova, e presto, una nuova, forte idealità, è destinata a cedere definitivamente il passo ad entità di altra, più pericolosa natura. In discussione non ci sono soltanto il reddito delle famiglie, la qualità della vita delle persone, la possibilità di fare impresa, l'equità sociale ma sono in pericolo anche le libertà individuali e collettive e la stessa natura democratica delle nostre istituzioni.

La socialdemocrazia si è sempre caratterizzata per il suo concreto realismo (per il quale tanto, in passato, è stata avversata dalla sinistra marxista e massimalista) perciò noi, da un lato, non mancheremo di avanzare proposte operative precise per fronteggiare la crisi nelle condizioni date. D'altro lato siamo consapevoli di essere, al momento, fuori da responsabilità di governo e dalle stesse Istituzioni rappresentative e di poter recuperare un rapporto con la pubblica opinione e le nuove generazioni solo a condizione di possedere e di comunicare un nostro “nuovo” modello ideale di Stato e di Nazione, di Europa e di ordinamento internazionale, di società e di vita civile, di democrazia e di rappresentanza, che marchi una differenza visibile dall'offerta politica dominante.

Abbiamo elaborato un “decalogo” di proposte che traccia le linee generali delle riforme che riteniamo necessarie, esse saranno la base per il dibattito, il più ampio e partecipato possibile, della nostra prossima Costituente Socialdemocratica, che approverà la piattaforma politica della socialdemocrazia italiana per i prossimi anni.

I capisaldi della nostra impostazione non sono utopie ma obiettivi di fondo condivisi da molti e verso i quali chiediamo vengano rivolte le scelte politiche contingenti. Europa, Federalismo ed equilibrio Nord/Sud sono le tre idee-forza che “tengono” insieme l'impianto programmatico che comprende le riforme istituzionali e della giustizia, il lavoro e lo sviluppo, il welfare, la laicità dello Stato, la moralità e la trasparenza della politica.

È necessario imprimere un'accelerazione in senso federale al processo di integrazione europea, portando – attraverso la riforma dei trattati, con il pieno coinvolgimento dei cittadini europei – le competenze decisionali dal rango attuale di meri accordi tra i governi al livello di istituzioni democratiche con potere decisionale, elette dai popoli.

È sbagliato far cadere nel dimenticatoio la riforma federalista dell'Italia, che non può fermarsi al federalismo fiscale ma deve realizzare una nuova forma dello Stato e delle sue Istituzioni. Trasformare uno Stato centralista aperto al decentramento amministrativo nella Repubblica Federale d'Italia vuol dire disegnare un nuovo modello costituzionale, che disegni architettura istituzionale coerente con l'impianto federale, facendo salvi tutti i principi fondamentali su cui è basata la nostra democrazia. Per la sua portata storica questo compito non può sovrapporsi ed interferire nell'attività legislativa e di governo ma deve essere affidato ad una nuova Assemblea Costituente, da eleggere con il sistema proporzionale perché tutte le idee e le posizioni politiche possano esservi rappresentate.

In quattro ore di incontro con la stampa italiana e internazionale Monti, che si propone come nume tutelare del legame tra Italia ed Unione Europea, è riuscito a non pronunciare mai, nemmeno una volta, le parole Regioni, Sud e Mezzogiorno, come se questa reticenza fosse uno strumento valido per difendere l'unità del Paese Italia. Al contrario, questo passaggio è per noi rivelatore di una concezione e di una mentalità che rappresentano un pericolo gravissimo e attuale per l'unità della Nazione, perché lo squilibrio Nord/Sud si aggrava ogni giorno di più e nessun esecutivo, nessun programma politico si può permettere di non mettere questo problema al centro delle politiche di governo.

A Mario Monti riconosciamo autorevolezza, ne apprezziamo la competenza e lo stile misurato. Egli è nel giusto quando afferma che l'antica contrapposizione fra destra e sinistra ha smarrito i suoi tradizionali punti di riferimento e che la “modernità” traccia una nuova linea di demarcazione, spesso trasversale, tra le posizioni politiche. Da sempre, poi, anche noi denunciamo la carica latente di conservatorismo che è insita nelle posizioni di una parte consistente della sinistra italiana. Ma non pensiamo che la “scuola” economica liberista del professore sia l'unica possibile (tutt'altro, ed in altra parte di questo sito è spiegato il perché).

L'esperienza di più di un anno di governo “tecnico” si chiude con un bilancio nettamente negativo. Viene in mente quella vecchia freddura: “eravamo sull'orlo del baratro, adesso abbiamo fatto un passo avanti!” Si è rivelato un errore fatale avere diviso in due tempi nettamente distinti la stretta fiscale e delle riforme più o meno “strutturali” della spesa da una parte e le misure a favore dello sviluppo economico dall'altra.

L'Europa ci ha impartito due direttive precise: pareggio del bilancio annuale dello Stato, riduzione progressiva del debito pubblico facendo scendere ogni anno almeno del 3% il rapporto negativo tra debito e PIL (ricchezza prodotta). Il “rigore” montiano ci consentirà, forse già dal 2013 rispettando gli impegni presi dal governo precedente, il pareggio di bilancio. Ma ci allontana dalla possibilità di ridurre il debito, che infatti è cresciuto nel 2012 ancora di più che in passato mentre le entrate fiscali, invece di aumentare per effetto della tassazione vessatoria su famiglie e imprese, sono diminuite a causa dell'impoverimento generale causato dalla recessione, come sono diminuiti la produzione ed i livelli occupazionali.

Quanto poi alla ritrovata “credibilità” europea del nostro governo essa si è basata su questioni di “stile” che sono certo importanti ma soprattutto su una sintonia piena tra la leadership di Monti e l'esigenza dei  “mercati”, di cui Germania a Francia sono gran parte, di vedere salvaguardati i propri interessi, anche quando questi sono contrapposti a quelli delle famiglie e delle imprese italiane.

Poco importa, adesso, il ruolo che Monti svolgerà nel prossimo futuro. Ciò che ci aspettiamo è che il nuovo governo ed il nuovo Parlamento, chiunque sia il premier e con qualunque maggioranza, cambi direzione e imprima una svolta immediata e decisa per alleggerire il carico fiscale e ridare fiato all'economia.

Antonello Longo
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