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IL 25 APRILE, FINALMENTE GRAZIE A NAPOLITANO, UNA VERA FESTA PER TUTTI GLI ITALIANI.
di Ufficio Stampa (del 26/04/2010 alle 12:46:38, in Ufficio Stampa, linkato 706 volte)

Ci voleva un Presidente della Repubblica, dal passato comunista, per correggere una pur piccola parte della storiografia del nostro Paese. La festa della Liberazione, il 25 aprile, non è più e solo la festa dei Partigiani, ma di tutti gli italiani, anche di coloro i quali, da soldati, dopo l’8 settembre del 1943, si schierarono con americani ed inglesi per combattere il nazismo, ovunque allignasse. Petacco, Panza, Mazzucca sono studiosi e giornalisti che negli ultimi anni hanno svelato non solo le malefatte di alcuni pseudo-partigiani, che hanno usato violenza su altri partigiani rei di non essere abbastanza comunisti, ma di come, a parte la lotta partigiana, la festa di Liberazione appartenga a tutti quei soldati che, nel nome della Patria, hanno combattuto, sofferto e spesso sono morti come deportati nei lager tedeschi o in combattimento, lontano dall’Italia, come accaduto a Cefalonia. A 90 anni è tornato a sorridere mio padre il “soldato Ciccillo”, come era chiamato dai suoi commilitoni. Insignito dallo Stato con 2 Croci di Guerra, la prima per i meriti sui campi di battaglia, la seconda per l’internamento. Dopo 40 dalla fine della guerra ebbe un riconoscimento di Cavaliere dall’indimenticabile Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. In realtà lui non fu mai internato in Germania, ma nell’isoletta greca di Coo, fatto prigioniero dai tedeschi, poche ore dopo la sottoscrizione dell’armistizio ed una cruenta battaglia. Dopo cinque giorni di prigionia, stava per essere imbarcato su una nave tedesca che, attraverso Trieste, lo avrebbe condotto in Germania. Scappò con altri 5 soldati. Ad aiutarlo fu la resistenza greca che gli mise a disposizione una zattera formata da due portoni incrociati ed inchiodati. Si lasciarono andare in mare aperto portati dalla corrente. Furono salvati solo in tre da una motovedetta inglese. Il 14 settembre si ricongiunsero ad altri soldati italiani, provenienti da Albania e Grecia, che ingrossavano il nuovo esercito. Con inglesi ed americani, sempre guardinghi perché - racconta mio padre - “non si sono mai fidati di noi sino in fondo”, iniziarono a girare il Mediterraneo. Dalla Grecia in Turchia e poi il Medio Oriente, Egitto, Libia, Palestina (Israele non esisteva). Lui non ha mai festeggiato il 25 aprile perché lo Stato non aveva mai considerato quei soldati “patrioti”. Era partito in servizio di leva nel 1938 nonostante fosse figlio unico ed orfano di padre dall’età di 6 anni. Fece ritorno in Italia, tra gli ultimi, a gennaio del ’46. Una scheggia nella spalla ed un occhio compromesso sono i suoi ricordi rimasti sul corpo, insieme alle tante foto –ora sempre più sbiadite- che periodicamente mandava a mia nonna. Mi diceva emozionato l’altra sera dopo aver visto “Porta a Porta”, la trasmissione in cui Bruno Vespa ha ospitato Petacco, Mazzucca e Vacca per parlare di loro: “ho dovuto aspettare quasi 65 anni perché quegli 8 anni dedicati alla Patria fossero riabilitati.”. Sino allo scorso anno non aveva voluto mancare una sola volta alle manifestazioni del 4 novembre al Sacrario d’Oltremare, ove riposano i suoi commilitoni, compagni di tante battaglie. Tra loro anche il tenentino, cui faceva quasi da “balia”, poiché, tra quei giovani, mio padre, era il più esperto di guerra. Albania, Grecia, Libia, Eritrea, Palestina, Egitto, furono le tappe dei suoi combattimenti. Dopo ciascuno mancavano alcuni amici di branda. “Sono stato solo fortunato e restare in vita” ha sempre affermato, quando emozionato smetteva di parlare di guerra. Hanno ragione i cinesi che affermano che quando muore un anziano è come se bruciasse una enciclopedia. Prima ai figli e dopo ai nipoti, ha parlato dei disastri della guerra. Lo faceva solo per farci apprezzare ed amare il piacere ed il sapore della Pace. Ora è contento perche, ha detto ieri, “saranno felici anche il 25 aprile i miei amici che riposano al Sacrario di Bari. La loro morte non è stata vana se qualcuno finalmente si è ricordato di loro che hanno donato la vita alla Patria, come tanti partigiani, anche se lontani da casa e dai loro cari”.

Mimmo Magistro

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