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Un ideale ci deve esser caro soltanto perché è vero, e non perché è nostro.

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Le riflessioni del compagno Antonello Longo sul prossimo Congresso Nazionale del Partito, che si svolgerà sulla base del nuovo Statuto federale approvato a Bellaria
di Nino Gennaro (del 03/03/2010 alle 15:40:21, in Verso il XXVIII Congresso Nazionale del PSDI, linkato 1161 volte)
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VERSO IL CONGRESSO



La campagna elettorale regionale (tanti sistemi di voto diversi quante sono le regioni interessate) inizia all'insegna dei pasticci e dei ricorsi, i “grandi” partiti e la “grande” stampa l'affrontano con il linguaggio e i toni di un'elezione politica di "midterm", cioè senza alcun contenuto diverso dalle solite propagande e dietrologie.

In realtà la ripartizione e l'impiego delle risorse disponibili tra i territori e sul territorio riassume in sé l'essenza di ogni strategia di politica economica e sul tavolo della conferenza Stato-Regioni passa un pezzo della funzione di governo ben più grande della maggior parte dei ministeri. Per i cittadini e le famiglie, poi, la partita decisiva si gioca nel territorio: sanità, assistenza, servizi, mobilità locale, rifiuti, assetto e gestione del territorio, urbanizzazioni, ambiente e patrimonio culturale, attività produttive, commercio, artigianato, licenze, concessioni, scuola primaria, edifici scolastici... alla fine, di cosa è fatta, come si svolge la nostra vita quotidiana?

Il clima che si avverte è però quello di uno scollamento grave come non mai fra problemi e bisogni del Paese e risposta delle classi dirigenti (non solo politiche e, sia chiaro, non solo di governo). Se la politica ha lasciato sempre ampio spazio a mediocri e cortigiani, oggi tuttavia sembra compiuta un'autentica mutazione genetica dei ceti dominanti.

È accaduto in Italia che una classe dirigente selezionata dagli avvenimenti storici, cresciuta nella lotta antifascista, nell'impegno – comunque straordinario – di ricostruire un Paese distrutto, nel fuoco delle battaglie operaie e contadine, nel lungo e formativo apprendistato delle amministrazioni locali – per qualcuno più giovane anche nella fase di contestazione studentesca e tensioni sociali aperta dal '68 – per naturale ricambio e per fatti contingenti è stata sostituita da un nuovo ceto forgiato nelle anticamere, nelle sacrestie, nelle segreterie particolari, nella politica senza gavetta, nell'impresa senza rischio. Oppure, peggio, negli scranni della pubblica accusa.

Accade che il sistema di democrazia rappresentativa garantito dalla Costituzione Repubblicana è cambiato surrettiziamente per effetto di nuove leggi elettorali e di scelte egemoniche delle formazioni politiche/contenitore, imponendo, “calando dall'alto” una dimensione bipolare farraginosa e inefficace perché estranea e contraria alla storia, alla cultura politica e soprattutto alle necessità di governo di una realtà articolata, contraddittoria e complessa qual'è l'Italia di (ieri e di) oggi.

Come sorprendersi della leggerezza e del pressapochismo dimostrato dal più numeroso di questi contenitori nel presentare le liste per le elezioni regionali a Roma e in Lombardia? Come sorprendersi che corruzione e malaffare accompagnino oggi una parte della vita economica e civile in misura assai più estesa di quanto mai accaduto negli anni della “prima Repubblica”? Come sorprendersi se tutto è cambiato in questo benedetto Paese meno l'ingiustizia sociale, la scuola di classe, lo squilibrio territoriale, la debolezza dell'apparato produttivo, l'arretratezza dell'amministrazione pubblica, la paralisi della giustizia, la discriminazione bancaria e fiscale, il malfunzionamento dei servizi, la vessazione del cittadino risparmiatore e consumatore?

Se il male della “prima Repubblica” fu l'incapacità di collegare un ampio consenso popolare a politiche riformiste, bisogna riconoscere che l'identica malattia si ripropone adesso. Come dire che, nel nome della governabilità, sono stati ristretti i margini di agibilità democratica senza alcun vantaggio per le strutture economiche e sociali del Paese. La crisi dei mercati finanziari internazionali viene utilizzata dalle banche italiane per selezionare i soggetti del mercato interno delle PMI, aprendo nel contempo sempre più le porte delle grandi aziende italiane all'ingresso di capitali stranieri. Le speculazioni sono enormi, gli investimenti che creano lavoro, produzione, sviluppo, al contrario, quasi inesistenti. La politica? Non pervenuta.

Ecco il contesto: e che cosa può fare il nostro povero PSDI se non provare ad esistere?

Salvo il caso, sempre possibile, di scomposizione e ricomposizione del quadro politico dominante, i soggetti politici nuovi o che vogliono rinascere ex-novo si trovano di fronte tre ordini di sbarramento pressoché insormontabili con gli uomini e i mezzi di cui (non) dispongono: nell'accesso ai canali di finanziamento, nell'accesso ai circuiti istituzionali e commerciali dell'informazione, nell'accesso alle istituzioni.

Nessuno tuttavia – allo stato – può togliere a noi e ad altri nelle stesse condizioni l'eventuale presenza, per quanto minoritaria, all'interno della collettività e nel circuito privato dell'informazione (internet ed altri networks). A due condizioni: avere idee (diverse dal pensiero dominante e comuni a tutto il gruppo) ed almeno un minimo di presenza organizzata. Per mettere a punto le une e l'altra è necessario, dopo le elezioni regionali (che vedono assente il nostro simbolo e presenti solo dove e come è possibile i nostri esponenti) avviare la fase congressuale nel modo più utile e coraggioso.

Non partiamo da zero. Piccoli raggruppamenti come il nostro, purtroppo, devono mettere nel conto una certa mobilità in entrata e in uscita; l'importante è non rinnegare l'impegno – che ha legittimato l'attuale gruppo dirigente – a non tenere il Sole Nascente alla mercé dell'acquirente di turno.

Le compagne e i compagni che ci sono non possono riempire le piazze e nemmeno le liste elettorali però possono sviluppare un'iniziativa culturale coordinata a livello nazionale, dedicata a difendere la nostra identità, a sostenere le ragioni di una cultura e di una presenza politica, ad avanzare proposte di merito su argomenti importanti, ad aggiungere una voce critica e disinteressata alle molte sedi di dibattito e di confronto che animano non solo la rete “delle tre c” (comunicazione, comunità, conversazione) ma anche la vita civile di piccole e grandi comunità.

Il Congresso potrà decidere se affiancare al PSDI in quanto partito politico una fondazione o associazione culturale che serva anche a offrire ai numerosi socialdemocratici che svolgono ruoli attivi in diverse formazioni politiche piccole e grandi la possibilità di rivendicare un'appartenenza ideale e restare legati in modo visibile al filo conduttore di un passato di comune milizia.

Il PSDI si è dotato di uno Statuto nuovo e del tutto innovativo, approvato a Bellaria dal XXVII Congresso, che ha trasformato il Partito in una struttura federale a dimensione nazionale organizzata su base regionale.

Il nuovo “Statuto federale” conferisce ad ogni struttura regionale ampia autonomia per autodeterminarsi sul piano politico ed organizzativo. Su mandato del Congresso la Direzione nazionale ha approvato lo Statuto regionale-tipo che è entrato in vigore in tutte le regioni non avendo alcuna di esse (eccetto la Sicilia) approvato un proprio testo differente.

La "legge” che ci siamo dati fa del Circolo - con un ruolo più incisivo e pregnante delle vecchie sezioni - la vera base del Partito, il cuore pulsante della vita del PSDI sul territorio. Le strutture comunali e provinciali non sono che il coordinamento attuato direttamente dai Circoli attraverso i propri Segretari. Lo spirito federalista trova la sua esplicazione nella composizione e nei compiti affidati al Consiglio Nazionale, la cui composizione numerica complessiva vede in maggioranza gli designati dalle regioni rispetto ai membri eletti dal Congresso Nazionale. Il Consiglio Nazionale - non più il Congresso - elegge la Direzione ed il Segretario nazionali, chiamati a coordinare, promuovere, vigilare ed esprimere la sintesi e gli indirizzi di carattere generale della politica socialdemocratica per l'Italia.

Per diventare reale momento di rilancio, il XXVIII Congresso non può e non deve né dimenticare né banalizzare il nuovo Statuto federale bensì dargli pratica attuazione, dando vita ad un Partito in cui il territorio (non “fa quello che vuole” come stoltamente è stato detto, ma) acquista prestigio e potere decisionale, non permettendo a correnti ed eventuali oligarchie nazionali di essere arbitre di ogni determinazione a livello centrale e capaci di condizionare anche le scelte locali in termini di uomini e alleanze.

L'attuazione del nuovo Statuto, cioè del nuovo Partito, comincia concretamente già nella fase dei congressi di circolo, di federazione e regionali, che devono essere improntati al massimo di rigore, in primo luogo rispetto al tesseramento 2010, che darà vita alla platea congressuale sulla base dei parametri di rappresentatività che il Partito si è dato. Ogni circolo rappresenta, nel rispettivo Congresso regionale, la media degli iscritti degli ultimi tre anni (2008/2009/2010). Allo stesso modo le regioni eleggono i propri delegati al Congresso Nazionale in proporzione agli iscritti dell'ultimo triennio.

Il nostro Partito ribalta l'antico concetto notabilare per basarsi d'ora innanzi sulla militanza e sull'effettiva presenza sul territorio. E' dunque essenziale che niente avvenga solo “sulla carta” e che ogni Congresso regionale, oltre ad eleggere i delegati ed i propri rappresentanti nel nuovo C.N., discuta e decida davvero sulle regole (a partire dallo Statuto regionale, in mancanza resterà in vigore lo statuto regionale-tipo), sulla scelta dei dirigenti, su una politica socialdemocratica per il territorio.

Aprire questo processo potrà creare un ritorno di lena e di entusiasmo e darà al Segretario del Partito l'occasione di ricostituire e rinforzare il gruppo dirigente che dovrà sostenerlo in una nuova stagione di impegno e di presenza. Perché la nostra Italia non può permettersi la scomparsa dei socialdemocratici.

(Antonello Longo)

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