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CRISI DELLE SOCIALDEMOCRAZIE
di Ufficio Stampa (del 03/11/2009 alle 12:42:31, in Ufficio Stampa, linkato 770 volte)

Il compagno Marco Cifarelli, ci ha segnalato per la comune riflessione, un articolo di Paolo Flores d’Arcais (da "Il Manifesto" del 28 ottobre 2009), sulla crisi delle socialdemocrazie che pubblichiamo:

Credo di aver scritto il primo articolo su «la crisi della socialdemocrazia» circa un quarto di secolo fa, e molti mi avevano preceduto. Questo per dire che il tema non è nuovo, che la socialdemocrazia in un certo senso è stata sempre in crisi (tranne quelle scandinave, che non hanno mai fatto scuola). La radice della sua crisi sta infatti nello scarto (spesso un abisso) tra dire e fare. La socialdemocrazia doveva costituire un’alternativa al comunismo nella difesa dell’eguaglianza contro il sistema del privilegio. L’alternativa al comunismo è restata (giustamente) ma la battaglia per l’eguaglianza (dunque la lotta contro il privilegio) è regredita a flatus vocis. Anche nella forma minimalista delle «eguali chance di partenza», che pure fu teorizzata da tanti liberali come corollario della meritocrazia individuale. È perciò più facile ricordare i rari momenti in cui la socialdemocrazia ha davvero alimentato speranze: il laburismo dell’immediato dopoguerra, che realizza con Attlee il welfare teorizzato da Beveridge; gli anni di Brandt, che il 7 dicembre 1970 si inginocchia nel ghetto di Varsavia; la stagione di Mitterrand, che interrompe la lunghissima egemonia gollista che pesava sulla Francia ormai come destino (o dannazione). Realizzazioni riformiste, cui quelle stesse socialdemocrazie non hanno dato seguito. -Il carattere di casta La politica di welfare si è fermata poco oltre il servizio sanitario nazionale (che si è oltretutto rapidamente burocratizzato). La de-nazificazione radicale della Germania, che i governi democristiani avevano trascurato, non viene radicata in altrettanti mutamenti dei rapporti di forza sociali. E l’unità delle sinistra di Mitterrand, dopo la stagione promettente e brevissima dei «club», si risolve in compromessi fra apparati di partito, non in accrescimento del potere effettivo dei cittadini. Perché questo è il punto - niente affatto secondario - che le analisi della «crisi della socialdemocrazia» non affrontano mai. Il carattere di apparato, di burocrazia, di nomenklatura, di casta, che sempre più hanno assunto anche a sinistra coloro che, per dirla con Weber, «vivono di politica» e della politica hanno fatto un mestiere. La trasformazione della democrazia parlamentare in partitocrazia, cioè in partiti-macchine autoreferenziali e sempre più simili fra loro, ha vanificato ogni giorno di più il rapporto di rappresentanza tra deputati e cittadini. La politica è diventata sempre più una attività privata, come qualsiasi altra attività imprenditoriale. Ma se la politica, cioè la sfera pubblica, diventa privata, diviene tale in un duplice senso: perché per il politico il proprio interesse (di ceto, di casta) prescinde ormai dagli interessi e valori dei cittadini che dovrebbe rappresentare, e perché il cittadino è ormai privato della sua quota di sovranità, anche nella forma delegata. Il politico di destra e di sinistra finiscono per avere interessi di ceto fondamentalmente comuni - mediamente: il ragionamento trova sempre eccezioni sul piano delle singole persone - poiché fanno entrambi parte dell’establishment, del sistema del privilegio. Contro cui avrebbe invece dovuto combattere la socialdemocrazia, in nome dell’eguaglianza. Perché, si badi, era la «eguaglianza» il valore in base al quale si giustificava l’anticomunismo: il dispotismo politico è infatti la prima negazione dell’eguaglianza sociale, e il totalitarismo comunista la calpesta dunque a dismisura. -Senza la bussola dell’eguaglianza La partitocrazia (di cui la socialdemocrazia è parte), poiché costituisce la pratica e crescente vanificazione del cittadino sovrano, la negazione dello spazio pubblico agli elettori, costituisce l’alambicco per ulteriori degenerazioni della democrazia parlamentare, cioè per più radicali sottrazioni di potere al cittadino: nella politica-spettacolo e nelle derive populiste che oggi sempre più attecchiscono in Europa. Ma è vero che la vicenda attuale delle socialdemocrazie sembra manifestare qualcosa di più: interi gruppi dirigenti non solo in crisi ma allo sbando, avvitati (nel senso degli aerei quando precipitano) in un vero e proprio cupio dissolvi. Il fatto è che la colpa originaria, aver dimenticato la bussola del valore «eguaglianza», senza il quale una sinistra diventa priva di senso, presenta ora il conto. Ragioniamo con ordine. È paradossale che la socialdemocrazia conosca l’acme della crisi proprio quando più favorevoli sono le condizioni per la critica dell’establishment e per proposte di riforme radicali sul piano finanziario ed economico, poiché è sotto gli occhi di tutti, e anzi patito e sofferto da grandi masse, il disastro sociale prodotto dalla deriva del privilegio senza freni e dal dominio senza controlli e contrappesi del liberismo selvaggio, degli «spiriti animali» del profitto. Ma la crisi produce incertezza per il futuro e la paura spinge le masse a destra, si dice. Solo perché la socialdemocrazia non ha saputo dare risposte in termini di riformismo, cioè di crescente giustizia sociale, al bisogno di sicurezza e di «futuro» di questi milioni di cittadini. Facciamo qualche esempio concreto. La paura rispetto al futuro prende facilmente le sembianze dell’ «altro», l’immigrato che ci «ruba» il lavoro. Ma l’immigrato può «rubare» il lavoro solo perché accetta salari più bassi. La socialdemocrazia ha mai provato a fare una politica di sistematica punizione degli imprenditori, grandi e piccoli, che hanno impiegato gli immigrati a salari più bassi, e senza le altre costose garanzie normative ottenute da decenni di lotte sindacali? Analogamente per la de-localizzazione delle imprese, il fenomeno più vistoso della globalizzazione. L’imprenditore tedesco, o francese, o italiano, o spagnolo, spostando le attività produttive verso il terzo mondo, lucrava super-profitti sfruttando manodopera a salari infimi e senza tutela sindacale (per non parlare della libertà di inquinare in modo devastante). Ma i governi hanno strumenti potenti, se vogliono, per «sconsigliare» ai propri imprenditorie la corsa alla de-localizzazione, strumenti che la politica della Comunità europea può rendere ancora più convincenti e rafforzare a dismisura. La socialdemocrazia si è invece piegata alla mondializzazione, quando non l’ha osannata, ma se l’imprenditore può pagare meno il lavoro, de-localizzando la fabbrica o pagando in nero il clandestino, si creano le condizioni di un «esercito salariale di riserva» potenzialmente infinito, che porterà i salari sempre più in basso, restituendo attualità a categoria marxiste che il welfare - e lotte di generazioni (non la spontaneità del mercato) - aveva rese obsolete. Eppure la socialdemocrazia è organizzata addirittura in una «Internazionale», e nelle istituzioni europee ha avuto a lungo un peso preponderante. Non è dunque che non potesse fare una politica diversa. È che non ha voluto. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. Anche la socialdemocrazia ha accettato le più «tossiche» invenzioni finanziarie, e nulla di concreto ha fatto per distruggere i «paradisi fiscali» e il segreto bancario, strumenti dell’intreccio affaristico-mafioso a livello internazionale, col risultato che il potere delle mafie in Europa dilaga, da Mosca a Madrid, dalla Sicilia al Baltico, e neppure se ne parla. E lasciamo stare il problema dei media, assolutamente cruciale, visto che «un’opinione pubblica bene informata» dovrebbe costituire per i cittadini «la corte suprema», a cui potersi «sempre appellare contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, l’indifferenza popolare o gli errori del governo», come scriveva Joseph Pulitzer (oltre un secolo fa!), mentre nulla le socialdemocrazie hanno fatto per approssimare questo irrinunciabile ideale. -Un progetto riformista La socialdemocrazia doveva distinguersi dal comunismo nel metodo, per la rinuncia alla violenza rivoluzionaria, e nell’obiettivo, per la rinuncia alla distruzione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Non era certo nel suo Dna, però, l’abdicazione a condizionare riformisticamente (cioè pesantemente) la logica del mercato, rendendola socialmente «virtuosa», piegandola agli imperativi di una costante redistribuzione del surplus in direzione dell’eguaglianza. Tradendo sistematicamente la sua unica ragion d’essere, la socialdemocrazia è stata in crisi anche quando ha vinto le elezioni e ha governato. Di quanto si sono ridotte le diseguaglianze sociali sotto i governi Blair? Di nulla, semmai il contrario. E con Schroeder? A che può servire una sinistra che fa una politica di destra, se non a preparare il ritorno dell’originale? Non è difficile perciò delineare un progetto riformista, basta avere come stella polare l’accrescimento congiunto di libertà e giustizia (libertà civili e giustizia sociale). È impossibile però realizzarlo con gli attuali strumenti, i partiti-macchina. Perché appartengono strutturalmente al «partito del privilegio». Non possono essere la soluzione perché sono parte integrante del problema.

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