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ANCORA SUL LIBRO DI VESPA INTERVIENE IL COMPAGNO GIOVANNI GRIECO
di Ufficio Stampa (del 14/01/2008 alle 17:03:50, in Lettere Aperte, linkato 966 volte)

Caro Giorgio,

ho molto apprezzato la tua lettera a Bruno Vespa, che se pur contenuta nei toni non gli fa nessuno sconto sulla grave offesa alla memoria d’un uomo politico, al quale tutti noi dobbiamo la conquista della libertà di esprimerci. Certo, di questa libertà non tutti hanno usufruito, C’è stata sciatteria dell’intellighenzia nazionale che ha lasciato che una sola parte ideologica usufruisse di tale libertà, al punto da creare il modello della comunicazione di regime. Il regime nella sua strutturazione formale non si è mai instaurato, ma la sua cultura è stata pervasiva e, come vediamo, persiste in tutte le occasioni. Alcuni in questi ultimi tempi, penso a Giancarlo Pansa ed a qualche altro, tenta operazioni revisionistiche, ma tranne che essere spinto nella marginalità, altro risultato non ottiene. D’altronde, non è una novità nel nostro Paese. Basti pensare che solo cogliendo qualche rigo, qualche mezzo rigo tra molti libri di storia riusciamo ad oltre un secolo e mezzo di distanza a vedere problematicamente gli intrecci tra apertura del canale di Suez, diplomazia dei poteri forti britannici, massoneria, ecc.e la spedizione dei Mille e poi la Francia e Teano. Peraltro, anche tu ricorderai che nella nostra giovinezza vedevamo atteggiarsi ad anticonformisti tanti nostri coetanei indottrinati dal pensiero unico, che sputavano sentenze con spocchia, lucrando sull’aurea mistica de “Il capitale” (ne conoscevano la copertina), mentre l’intellettualità raccoglieva premi letterari e cattedre universitarie a gogò omologandosi al potere sparlandone, nella assoluta disattenzione di chi doveva dare spessore culturale a ciò che la storia suggeriva. Oggi ci si meraviglia che un libro denunzia come “La casta” serva solo a dare un po’ di notorietà e danaro agli autori. Il resto è silenzio. Anche noi abbiamo le nostre responsabilità. Saragat capì il suo tempo, aveva un pensiero e riuscì a storicizzarlo. Dopo, anche nel nostro ambito, il pragmatismo dell’utile momentaneo ha sempre visto con sufficienza ogni tentativo di fra capire che nella vicenda sociale e politica non si pensa una volta per tutte. Il mondo cammina ed il pensiero deve rincorrerlo, almeno quando non lo anticipa. Saragat ci doveva essere da esempio. Noi non lo abbiamo seguito. Abbiamo creduto che la summa del suo pensiero ci chiudesse nella religione del “Libro”, mentre il modello produttivo e sociale cambiava e noi ci attardavamo sul compromesso socialdemocratico, che, certo, aveva introdotto elementi di giustizia sociale nel capitalismo della società industriale, ma che era parimenti inadeguato per i nuovi rapporti di produzione/lavoro, per la società umana avviata dal transistor. Almeno da trent’anni avremmo potuto aggiornare il pensiero politico di Saragat adeguandolo ai nostri tempi. Non l’abbiamo fatto e, forse, anche così abbiamo oscurato i meriti di Saragat, che prima furono interessatamente misconosciuti, oggi appaiono un segno del passato, che giustifica oblii e sciatterie. Caro Giorgio, ti sono grato e con me penso tanti altri, delle tue puntualizzazioni sullo scritto di Vespa, pur dovendogli riconoscere che lo stile giornalistico, anche se tradotto in libri, richiede attenzione su ciò che “fa notizia” e la socialdemocrazia di stampo saragattiano non fa più notizia. Non lo fa da quando, ricorderai, diventammo “il partito degli Assessori” e chi di noi affacciava qualche tema di filosofia politica trovava qualcuno compiacente che l’ ascoltava pensando ad altro e molti che lo richiamavano al conteggio delle tessere, agli organigrammi, ai manuali Cencelli di ogni livello istituzionale e così via. Ai nostri giorni, come ben sai, proprio niente è cambiato. Comunque, caro Giorgio, mi complimento per il tuo atto di orgoglio, che riscatta anche il nostro silenzio, la nostra incapacità di rivendicare almeno i meriti storici di Saragat, se non pure quelli di quanti di noi lo seguimmo nonostante le ironie ed i dileggi, che segnavano i nostri sforzi di posizionarci con dignità dinanzi ai ruoli pubblici che ricoprivamo.

Grazie, affettuosità

Napoli 3 gennaio2008 - Giovanni Grieco

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