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Un ideale ci deve esser caro soltanto perché è vero, e non perché è nostro.

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ADDIO ALLA II REPUBBLICA ED IL CORAGGIO DI RICOMINCIARE
di alb.tom. (del 06/06/2007 alle 14:59:45, in Lettere Aperte, linkato 806 volte)

Credo che con molta efficacia in questi giorni alcuni noti editorialisti su “La Stampa” e su “Il Corriere della Sera“ abbiano posto il problema di chiudere in via definitiva l’esperienza della cosiddetta “seconda repubblica”, se mai sia esistita e di “ ricominciare ” secondo le note di una famosa canzone di musica leggera di Adriano Pappalardo.
Da tempo il vento dell’anti-politica – pur avendo caratteristiche diverse da quello che contribuì a spazzar via la Prima Repubblica – ha ripreso a soffiare ed ora si manifesta con grande intensità puntando in primis sullo squilibrio tra i costi e l’efficacia della politica che tende a rappresentare il principale motivo del malessere dei cittadini.

Tale situazione ha trovato eco anche nelle prese di posizione delle varie autorità confindustriali nelle assise che recentemente si sono celebrate.
Forse andrebbe ricordato al nostro mondo confindustriale che non sempre hanno prodotto risultati felici gli appoggi dati a referendum di varia natura senza una visione generale di modifica degli assetti istituzionali e viceversa chiedersi se tali iniziative erano per avere una politica più forte o , meglio, partiti più deboli e quindi costruire un rapporto più forte contrattualmente con la politica.
Pertanto, anche Confindustria non può tirarsi fuori dal gioco delle responsabilità come pure le altre componenti imprenditoriali e i sindacati dei lavoratori, cioè le parti sociali nel loro complesso.

Non vi è dubbio che il forte astensionismo emerso, in particolare alle elezioni Provinciali,  nel voto
amministrativo del 27-28 maggio è un ulteriore elemento che conferma la contrarietà degli italiani nei confronti del governo Prodi e della contraddittoria maggioranza che lo sostiene, ma che segnala il crescente, pericoloso distacco dalla politica nel suo insieme.

Le decisioni del governo PRODI nella vicenda che contrappone il Vice-ministro Visco ed il Comandante Generale della Guardia di Finanza, così come analogamente si era visto nei confronti  del responsabile del SISMI nel caso Abu Omar, sono fatti assolutamente poco trasparenti che inducono ad una atteggiamento di scarsa fiducia nei confronti del Governo, ma che inducono a perplessità, se non chiaramente esplicitate, anche nei confronto di istituzioni demandate alla tutela delle garanzie democratiche e dell’eguaglianza di tutti i cittadini italiani.
Se a queste si aggiungono le note relative alla sostituzione del direttore dell’Agenzia ANSA Magnaschi e sempre più si sprofonda nel baratro delle ipotesi di “ spoil system “ allargato che investe tutti i settori della società che non si adeguino ai voleri del potere dominante al momento e soprattutto, anche in questo caso, in un settore delicato quale quello dell’informazione.

Segnalare i privilegi della classe politica, le dimensioni abnormi di una “macchina” che si è fatta nomenclatura, le storture e le inefficienze delle amministrazioni pubbliche, è opera meritoria nella misura in cui alla denuncia si accompagnano proposte tese a ridare ruolo e dignità alla politica, non a propagandarne qualunquisticamente l’inutilità.
Tale fenomeno, in realtà cela un ben più grave e strutturale problema: quello di un sistema politico ormai incapace di definirsi se non in contrapposizione all’avversario e che non è in grado di produrre governabilità, la materia prima di cui l’Italia ha più bisogno.
 
Per questo, dobbiamo ripartire dalla Assemblea Costituente.

Come già prospettato più volte in passato, dobbiamo ribadire con forza la necessità di chiudere definitivamente, e prima che qualche forza esogena faccia supplenza, la fallimentare stagione della “ cosiddetta Seconda Repubblica “ e di aprire il cantiere della Terza Repubblica attraverso il più alto passaggio istituzionale possibile – l’Assemblea Costituente – e la riforma della legge elettorale, avendo come obiettivo la costruzione di un sistema politico che ridisegni partiti e coalizioni sulla base delle idee per il progetto di una nuova Italia e non più sul logoro schema destra-sinistra e, peggio ancora, su quello pro o contro Berlusconi.
Il sistema che potrebbe consentire sia le aggregazioni che la governabilità potrebbe essere quello di tipo tedesco.
I riformisti del centro-sinistra  devono avere un sussulto d’orgoglio e riappropriarsi della loro funzione, chiudendo al più presto l’esperienza di questo Governo e ripensando l’idea di un Partito Democratico che deve porsi preventivamente in modo chiaro e preciso il problema del confine a sinistra, della sua cultura di governo e la sua collocazione nel panorama degli equilibri politici europei.

Nel contempo, i moderati del centro-destra devono uscire dal vetusto quanto inutile dibattito sulla leadership, ed aprire concretamente la strada ad un esecutivo di Grande Coalizione, premessa indispensabile per un cambiamento condiviso delle regole di voto, per la convocazione della Costituente con l’obiettivo di ridefinire la nostra pletorica architettura istituzionale e per fare alcune scelte di natura strutturale finalizzate ad aiutare il Paese a uscire dal declino.
 
Chi crede sia possibile transitare dalla attuale “ democrazia degli infelici “ ad una prospettiva diversa che preveda una soluzione nella quale il cittadino si senta meno povero e indifeso, e che superi il covato malessere impastato di impotenza, vuole credere in un sogno di futuro, anche se nessuno sa proporglielo e allora finisce per sfogare la sua rabbia in un voto che castiga i detentori momentanei del potere.
Bisogna quindi affrontare con determinazione volontà risolutiva almeno i seguenti urgenti problemi:
a - aumentare lo stipendio ai bravi e ridurlo ai lavativi;
b - controllare il territorio dello Stato senza lasciarne intere zone alle mafie e agli immigrati
      clandestini;
c – rendere la scuola e la sanità pubbliche più efficienti e selettive;
d - ridurre il debito dello Stato, la burocrazia borbonica e i costi della politica;
e – ridurre le emissioni inquinanti ed in questo ambito riconsiderare se giusta la scelta
     dell’abbandono dell’energia nucleare;
f – risolvere i conflitti di interesse;
g – eliminare e/o quantomeno ridurre a livello fisiolofigo l’evasione fiscale;
h – reintrodurre l’etica nella politica;
i – ridefinizione dei rapporti tra sfera giudiziaria e sfera politica;
 
Per la soluzione di detti problemi devono essere pienamente corresponsabilizzate le organizzazioni sindacali dei lavoratori, che a loro volta devono essere disponibili ad affrontare le seguenti questioni fondamentali:

a – corrispondenza della rappresentanza alla reale adesione singola di ogni lavoratore;
b – accettare l’applicazione degli artt. della Costituzione che li riguardano e/o procedere ad una loro
      modifica;
c – accogliere in via di principio che il merito non può essere discriminante negativa nella  
      valorizzazione del lavoro.
d - la valorizzazione del lavoro deve consentire di affrontare in termini moderni ed innovativi la
     struttura del “welfare state“.
Sono questioni che apparentemente non sono considerate né di destra né di sinistra, ma sono problemi che sono stati affrontati e già ampiamente risolti dalle socialdemocrazie europee.
Pertanto, anche in Italia si devono affrontare e risolvere in via prioritaria i suddetti problemi per rendere credibile la politica.

Il passaggio fondamentale è quello di creare un sistema fondato su regole democratiche, sia scritte che di prassi e non da occasionali e momentanee determinazioni che consentono a chi più è spregiudicato e a chi detiene transitoriamente un potere effimero, e non reale, di prevalere sull’altro.
Se così sarà, ancora continuerà la crisi della politica che finirà col paralizzarci, impedendo alle forze sane e produttive di prevalere su quelle parassitarie e demagogiche.

Pertanto, bisogna abbandonare vecchi e stantii meccanismi di creazione del consenso che corrispondono ad una organizzazione che vede la pubblica amministrazione quale erogatrice di sostegno ad esclusivo scopo assistenzialistico, bensì guardare ad un sistema garante dei diritti dei cittadini e che obblighi contestualmente al rispetto dei doveri in eguale misura e che trovi un supporto nelle parti sociali relativamente alla tutela e alla contemporanea disponibilità ad affrontare la questione del lavoro come elemento fondamentale e centrale della società sia in termini quantitativi che qualitativi.

I socialdemocratici non possono stare ancora in contemplazione di questo o quel risultato elettorale più o meno rilevante, ma devono guardare a questi obiettivi puntando a trovare le alleanze necessarie per risolvere questi passaggi fondamentali ed indispensabili per le prospettive di modernizzazione della nostra Italia.

Le percentuali che si registrano nelle varie tornate elettorali del PSDI, benché significative localmente, risultano complessivamente minime e quindi espressione di una testimonianza, ma non di una forza politica vera nella sua accezione generale.

La capacità di reagire e di ritrovarci come uomini uniti da un pensiero che SARAGAT ha avuto la forza ed il coraggio di nobilitare è stata ampiamente dimostrata in questi ultimi anni ed i risultati conseguiti, determinanti ai fini della costituzione del governo PRODI,  sono esclusivo impegno politico ed economico personale dei singoli militanti, ai quali va riconosciuto questo grande merito.
L’appoggio a PRODI  per il successo elettorale deve considerarsi un capitolo chiuso ed è necessario, invece, in futuro guardare esclusivamente agli interessi dell’Italia nella sua interezza restando coerenti con i principi della socialdemocrazia  europea e rispettando il pensiero di Giuseppe SARAGAT.

Oggi prevalente deve essere l’interesse ad operare per creare una aggregazione che porti da una costituente di tutti coloro che si riconoscono nel pensiero socialdemocratico e giunga ad una unione e/o federazione e/o convergenza di tutte quelle forze che si riconoscono nel PSE.
 
Chi guarda all’indietro perseguendo battaglie di retroguardia di natura esclusivamente simbolica e spesso ricorrendo alle aggressioni ed alle demonizzazioni ha scelto di rimanere al livello dei “giapponesi ancora dispersi nelle isole del Pacifico a continuare la seconda guerra mondiale” e , pertanto, non possono rappresentare alcuna prospettiva politica.

Il Presidente del Consiglio Nazionale del PSDI
Alberto TOMASSINI

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